La mangiatoia piena e la tomba vuota

21-12-2017 09:25 -

Il Natale evangelico deve sopravvivere alla sua iconizzazione mediatico-commerciale. Una riflessione del professore di teologia pratica Enrico Benedetto

Il Natale è un Mutante, ammettiamolo.

C´era una volta l´archetipo natalizio. Ma doveva essere un archetipo darwiniano: si è evoluto (o involuto) con la duttilità di un avatar. Il bue e l´asinello hanno partorito renne, la Santa Famiglia agglutina sempre più famiglie distratte e concitate, volentieri sature, scomponibili e ricomponibili secondo geometrie talora indecifrabili (vedi Il Premio, con uno splendido Gigi Proietti, ove il nonno si presenta «fumato» con partner improbabili); al nascituro si preferisce la Rinascente che ha inaugurato con sfarzo da «Grande Bellezza» l´Avvento romano, e la mangiatoia lascia le stalle per farsi liturgia abbuffona vidimata da Master Chefs, mentre i mercatini di Natale germanici, adeguatamente stravolti, colonizzano allo zenzero CentrItalia e Meridione.

Per metterla su un piano più «paratrinitario», il Figlio genera con due millenni di ritardo il Padre ossia Babbo Natale, mentre lo Spirito del Natale – quello caro a Dickens – latita, aggirandosi come un fantasma sull´Italia se non sull´Europa: tutti lo invocano, ciascuno insegue il proprio e nessuno più lo trova, neanche denunciando come cinepanettoni – uno sport nazionale – i Natali altrui.

Già, lo spirito del Natale. Obama pensava di materializzarlo con un restyling non proprio lieve: periferizzare Gesù, immettere Hanukkah ma senza parlarne troppo e guarnire il tutto con «Buone Feste!», figura apicale dell´Inter-religioso, laddove Trump – che nelle Controriforme eccelle – ha ripiantato eroicamente l´Abete, conficcandolo nell´identità nazionale americana come la bandiera stellestrisce su Iwo Jima riconquistata, nel celebre cliché di Joe Rosenthal.

Li abbiamo provati un po´ tutti, i Natali in commercio, inclusi quelli dell´e-commerce. Natali a km zero, verdi, solidali, pauperistici, filopalestinesi, decenonizzati, casual, minimalisti, da crisi e da post-crisi, zen, eco-sostenibili (ma i parenti tendono a esserlo infinitamente meno), inviti a senso unico alternato per favorire la circolazione intergenerazionale... Da bene necessario, anzi da Summum Bonum, a male superfluo, scadenza fastidiosa e impicciona, cartina di tornasole per l´Inverno del nostro scontento. Come il Sinodo valdese – diranno i malvagi – in fondo il Natale è tanto più irriformabile quanto più fioccano le proposte per riformarlo. Va forse preso come un corpus antropologico (pallida eco dell´Incarnazione), un significante che si è perso nei significati dei suoi numerosi accaparratori, un campo elettrico instabile per eccellenza, un Mar dei Sargassi che catalizza il magma delle nostre proiezioni.

Eppure... Sì, c´è un «eppure», e non solo perché sarebbe carino che Riforma non usurpasse la qualifica di settimanale evangelico. L´«eppure» potrebbe essere una sostanziale irriducibilità del Natale, ossia il suo sopravvivere – ma in teologia si parla più volentieri, senza trionfalismi, del trionfare su – alla sua iconizzazione, cui pure i cristiani hanno passabilmente contribuito prima di perdere il controllo dell´icona (e lagnarsene senza moderazione).

Un Natale – se non Il Natale – evangelico attua semplicemente questo, diceva la pastora Lidia Maggi domenica scorsa ai cinquecentomila italiani sintonizzati su Radio1: i Cieli si lacerano come l´utero di una donna e nella storia, gravida di Dio, Dio stesso dà corpo al corpo per abitare il giardino del corpo, dargli sapore e sapienza facendosi mani, piedi, occhi... Sì, in una società senile e semi-sterile – non solo demograficamente – come quella italiana, l´apologia del Bambinello oggi può apparire strumentale e compensatoria.

È forse meglio che nel presepe figuri non solo il bebè Gesù o il futuro ometto Gesù che Maria reca in braccio, caro a tanta iconografia devozionale, ma il Signore Gesù che squarcia e traversa il tempo giacché – dice il Salmo 31 – «tutti i miei giorni sono nella Tua mano», e quelli del Dio fatto uomo con loro. La Natività è una porta o una finestra, più che una stalla. Inaugura i nuovi possibili di Dio nel mondo che ha tanto amato, possibili rimasti nuovi, e persino intatti, due millenni più tardi.

Tra Natale, Circoncisione di Gesù ed Epifania si gioca quel trattino, anzi quel trait d´union impagabile che fa di Gesù Bambino Gesù-Cristo e persino, in Paolo, Cristo-Gesù. Ci scorrono davanti agli occhi, come attraverso una Lanterna Magica natalizia in modalità random, le slide degli Evangeli: il Neonato, il Diacono, il Terapeuta, l´Incarnato, l´Adolescente che scappa, l´Asceso, il Cosmico, il Crocifisso, l´Amico, il Risorto, il Rifugiato (in Egitto), il Nomade, il Figlio: di Maria, dell´Uomo, di Dio... Figura antica, ma cavalcata con nuovo slancio dal post-moderno, la simultaneità (e la compenetrazione) potrebbe inscriversi proprio nel cuore del processo – l´Incarnazione – di cui Natale è pegno.

Natale è un innesto, Natale è un innesco. Trattarlo da Compleanno di Gesù avrebbe sorpreso non poco – suppongo – l´Interessato nonché apostoli e discepoli. La mangiatoia è piena perché la tomba sia vuota, e questi due limes costituiscono insieme un Orizzonte di Vita unico.

Quanto tutto ciò sia (in)solubile nell´Happening Natale ci riguarda solo in parte. Diceva Beniamino Franklin (sì, quello del parafulmine), intriso di cultura puritana della responsabilità: «È Natale ogni giorno, se hai la coscienza a posto». Dice Charlie Brown, insufflato dal suo disegnatore, Schulz, che non a caso fu predicatore locale evangelico: «Natale è saper dare». Ma si fa riprendere dalla sorellina Sally: «Non capisco quel che stai dicendo. Natale è ricevere un mucchio». Sia lecito non schierarsi solo con il buon vecchio Charlie Brown.


Fonte: Riforma.it