Clero lucchese a confronto su «fine vita e testamento biologico»
Sintesi dei lavori della «due giorni di formazione del clero», che si è svolta ad Arliano il 5-6 settembre scorso

21-09-2017 09:27 -

Complessivamente, una sessantina di presbiteri ha partecipato alla due giorni di formazione del clero nella Casa diocesana ad Arliano, ma le presenze sono state come al solito selettive, con il rischio di piluccare qualche argomento e di perdere la visione dell´insieme. Peccato per la collocazione del bel film «Le invasioni barbariche» (2003) di Denys Arcand nel tardo pomeriggio: non trattandosi di un «corso» residenziale, l´ora un po´ tarda ha scoraggiato la permanenza. La commissione del consiglio presbiterale, che ha proposto il tema della due-giorni, il fine vita e il testamento biologico, dovrebbe considerare se per la prossima volta non sarebbe meglio proporre la visione di un film o di altro all´inizio, come introduzione alle tematiche che saranno affrontate. Il tema di quest´anno, «Accompagnare la vita nel passaggio della morte. Quali nuove responsabilità nell´era tecnologica», è indubbiamente di scottante attualità, perché trova i pastori poco preparati e forse disorientati dai casi drammatici dei sucidi assistiti, su cui i mezzi di comunicazione fanno solitamente gran fracasso. Come ha ricordato padre Faggioni, uno dei relatori, la gente non sa a chi rivolgersi per avere consigli e risposte sulle questioni morali e spirituali sollevate dai congiunti dei malati in fase terminale e si è chiesto a chi dovrebbero rivolgersi se non al proprio parroco. La dottoressa Angela Gioia, direttrice dell´Hospice per le cure palliative di Pisa, nella sua descrizione medicoscientifica del mondo dei malati terminali, ha raccontato l´ambiente dell´hospice e le cure palliative, nati entrambi per alleviare le sofferenze del paziente. La comunicazione del personale medico-sanitario dell´hospice con i pazienti e i loro familiari è centrale e punto di partenza per concordare interventi che riducano la sofferenza. Non si tratta di pratiche eutanasiche come qualcuno a volte insinua, ma di evitare l´accanimento terapeutico che il Magistero ecclesiale, già con Pio XII, vietava. La sedazione toglie al paziente lucidità e quindi libertà, ma essa è praticata, previo accordo, soltanto nelle ultime ore di vita, quando le condizioni generali del paziente non solo causerebbero sofferenza, ma ridurrebbero esse stesse lucidità e libertà. Riguardo al testamento biologico, il biogiurista Giuseppe Mazzotta, ha fornito alcuni punti di riferimento per comprenderne la pericolosità: con esso, il cittadino decide con largo anticipo il trattamento medico desiderato senza potere prevedere i progressi della medicina in quel lasso di tempo né l´evoluzione della propria persona, che non ha ancora esperienza della eventuale malattia che lo porterà alla morte e che non resta immutabile nel passare degli anni. Insomma, il testamento biologico è la firma «disinformata» di una ipoteca sulla propria vita. «Il nostro giudizio» ha detto l´avvocato Mazzotta «cambia in base al nostro rapporto con il mondo e, quindi, il testamento biologico contraddice la natura del giudizio. In rianimazione si valuta il da farsi in quel preciso momento: come si fa a prevederlo venti anni prima? Il Diritto deve legiferare sul congedo e deve adeguarsi allo stato di progresso scientifico raggiunto». Con il testamento biologico, si svilisce anche il ruolo del medico che diventa mero esecutore di disposizioni dettate da chi non ha competenze mediche. Padre Faggioni, nella «Riflessione teologica ed etica cristiana sul fine vita», ha commentato i casi portati alla ribalta dai mezzi di comunicazione – Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Fabiano Antoniani alias Dj Fabo – e strumentalizzati dalle associazioni che promuovono l´eutanasia e il suicidio assistito. Faggioni ha indicato i tratti distintivi del concetto di accanimento terapeutico: inutilità, gravosità - anche economica - per il paziente, ulteriore sofferenza. La sospensione dell´alimentazione e dell´idratazione non è sempre eutanasia. Dopo avere dimostrato come la dottrina della Chiesa è chiara e costante nel corso dei secoli riguardo all´adeguatezza etica delle cure, ha concluso con il magistero di Pio XII che nel 1957 affermò che il dovere di curarsi obbliga soltanto ai mezzi ordinari e che non è proibito fare più del necessario a patto di non mancare ai doveri più gravi. Il trasferimento delle indicazioni del Magistero nel Diritto non è facile perché la Legge non tiene conto delle intenzioni, e l´intenzione è determinante per stabilire se una pratica è eutanasica o no (cfr Dichiarazione sull´eutanasia della Congregazione per la Dottrina della fede, Iura et bona, 1980). Faggioni ha affermato che «esiste il diritto a rifiutare i mezzi straordinari, ma non esiste il diritto a darsi la morte», e poi, riferendosi ai Paesi in cui è concesso il suicidio assistito anche alle persone depresse, ha proseguito: «Un atto libero va sempre rispettato, dice l´etica laica; ma il depresso compie un atto libero? Donare la vita è la legge fondamentale della morale cattolica; la vita è per essere donata; pertanto, la vita è disponibile soltanto per il bene e non per autodistruggersi. Un atto di libertà non può essere autodistruttivo. Per la morale laica, il principio fondamentale è la "vita autonoma" e la qualità della vita coincide con la dignità, perché si basa sulle prestazioni dell´individuo; invece alla base della morale cattolica c´è la "persona" che ha sempre dignità indipendentemente dalla qualità della vita». Padre Guidalberto Bormolini, riferendosi all´esperienza della morte nella società contemporanea ha ricordato che, mentre la storia inizia con l´invenzione della scrittura, la civiltà inizia con la sepoltura, documentata 90mila anni fa. Oggi, il lutto è diventato una malattia da curare con psicofarmaci. «Se non accompagniamo noi chi è in lutto – lutto che dura circa un anno – va dallo psicologo, ma non troverà quello che possiamo offrire noi. Tutte le pratiche cristiane per elaborare il lutto devono essere prese in seria considerazione, perché esse sono universali. Pensare alla morte, il memento mori, aiuta a vivere meglio il tempo; i certosini, prima di prendere una decisione, si pensano morti: questo è il modo di imparare l´arte di vivere. La morte non è l´opposto della vita, ma è parte della vita ed un passaggio della vita. Nella mistica ebraica, il cimitero è chiamato bet ha chajjm, "casa della vita": l´anima non muore e ritorna al suo Creatore, e il corpo si decompone e i suoi atomi continuano a vivere in altre forme di vita».



Fonte: Lucca7 - 31