Uscire dal sacro

03-01-2014 09:53 -

Laurent Gagnebin, teologo e filosofo protestante, riflette sulla vasta operazione di desacralizzazione compiuta dal protestantesimo

I tre grandi principi che illuminano la spiritualità protestante a partire dal XVI secolo sono ben conosciuti: la salvezza attraverso la sola grazia, la sola fede e anche la sola scrittura, cioè la sola Bibbia. Ma c´è anche un´altra realtà - propria del protestantesimo - che lo anima sin dalle origini. Essa contraddistingue non solamente la sua spiritualità, ma l´insieme della società, ed è lì che risiedono le sue specificità, originalità e importanza per noi oggi. Questa realtà è una vasta operazione di desacralizzazione.

Si tratta, innanzitutto, di una desacralizzazione del tempo
, con una riduzione drastica dei giorni festivi e poi, come si afferma nella confessione di fede di la Rochelle del 1571, con il rifiuto dell´osservanza «cerimoniale dei giorni». Si rinuncia così alle feste patronali dedicate in settimana ai santi locali, mentre tutte le domeniche diventano ordinarie e si desacralizza l´intero calendario dei santi rifiutandone ormai il culto e mantenendoli vivi solamente in una sorta di memoriale, poiché i santi e le sante possono comunque restare degli esempi per tutti.

L´apostolo Paolo dice nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Pregate senza sosta». Cosa che, da un punto di vista, può sembrare assurdo e impossibile, ma egli intende dire che possiamo pregare in qualsiasi momento e anche - aggiungerei - in qualsiasi posto. È qui, allora, che s´inserisce il concetto di desacralizzazione dello spazio: non c´è più alcun luogo sacro per i protestanti. Le chiese e i templi non sono più luoghi sacri, e nemmeno ciò che vi si trova dentro: l´altare diventa una tavola per la santa cena e non c´è più nessun culto o venerazione di reliquie. Come dice Gesù alla samaritana, infatti, «è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre».

Infine, si può parlare di desacralizzazione delle persone con l´affermazione di un sacerdozio universale secondo il quale noi siamo tutti sacerdoti: non c´è più tra Dio e noi la mediazione obbligatoria di un clero. Abbiamo un accesso diretto a Dio al quale ci rivolgiamo con il «tu», i pastori sono dei laici come tutti gli altri - anche se hanno un ministero specifico - ed è qui che risiede l´abolizione del potere e dell´autorità clericali.

Vivere in un mondo in cui non c´è più il sacro è vivere in un mondo e in una società che sono diversi, altri. Si è detto del cristianesimo che era «la religione dell´uscita dalla religione», poiché conteneva in sé, potenzialmente, questa dinamica della secolarizzazione alla quale assistiamo in effetti da molti anni. Parallelamente, si potrebbe dire, quindi, che il protestantesimo è la religione dell´uscita dalla sacralizzazione, e questo sin dalle sue origini.

Ora, quello che non si sottolinea abbastanza, è che c´è un legame molto forte - e anzi più di un legame - tra l´affermazione di un sacerdozio universale e la volontà di mettere la Bibbia, grazie ai progressi della stampa, sotto gli occhi di tutti e tra le mani di tutti. Infatti, come dice il poeta del XVII secolo Nicolas Boileau - che l´aveva capito bene - «ogni protestante divenne papa con la Bibbia in mano» (Satira XII).

Tra Dio e la nostra lettura della Bibbia non esiste più solo un clero abilitato a dire, dettare e imporre le vere e uniche interpretazione e comprensione della Bibbia stessa. Lutero, infatti, afferma che «siamo tutti ugualmente preti e cioè», precisa lui «abbiamo tutti lo stesso potere di fronte alla Parola della Bibbia». Queste due proposizioni sono talmente intrecciate tra di loro che si potrebbe altrettanto dire «abbiamo tutti lo stesso potere di fronte alla Parola della Bibbia e cioè siamo tutti ugualmente preti».

Sin dal XVI secolo si è visto nella Bibbia, la cui lettura personale era sempre più diffusa, il pericolo per eccellenza, poiché questa lettura da parte di tutti rappresentava la dissoluzione di ogni potere clericale e l´apertura a tutte le (possibili) disobbedienze. La Chiesa attraverso il suo clero non era più mediatrice tra Dio e l´uomo, e ancor meno dispensatrice di salvezza.

Sì, i veri adoratori di Dio adoreranno Dio in spirito e in verità, poiché «Dio è spirito», come dice Gesù alla samaritana: uscire dal sacro è un modo di attribuire a Dio solo la gloria. Dio, essendo spirito, appunto, non risiede in certi luoghi, in certi tempi o in certe persone. E si sa, a questo proposito, quanta importanza accordino i protestanti a Matteo 6, 6, che si potrebbe anche tradurre «e prega tuo padre che è anche lì, nel segreto».

Più tardiva, la desacralizzazione della Bibbia: volendosi avvicinare ai libri e studiarli in modo scientifico, tecnico, storico e critico, si applicherà lo stesso metodo di lettura alla Bibbia creando il metodo storico-critico che adottiamo ancora oggi la maggior parte delle volte. La Bibbia non è sacra, non è intoccabile: si sottolineano i suoi errori, le sue contraddizioni, così come si sottolinea il fatto che non è affidabile dal punto di vista storico. La Bibbia è dunque oggetto dello stesso approccio della letteratura profana, non è più infallibile del papa, e ciò ha il vantaggio di iscriverla nel panorama della letteratura mondiale.

Ma che cosa resta, allora, dell´autorità della Bibbia? Essa è di tre ordini: innanzitutto rappresenta la fonte storica della conoscenza del cristianesimo anche per un ateo, in seguito è la fonte teologica del pensiero cristiano sul piano sia teorico sia pratico, infine la sua è un´autorità relazionale ed esistenziale. Per noi la Bibbia è una presenza, ci ispira, ci sostiene, ci guida e ci incoraggia. Non è un´autorità fredda ed esteriore come se fosse un monolite caduto dal cielo, ma è una fonte di felicità, gioia, illuminazione e de-colpevolizzazione: riprendendo la formula «è la funzione che crea l´organo», è la pratica della Bibbia, cioè la sua lettura e il suo studio che fanno sì che la Bibbia stessa abbia per noi un´autorità incomparabile.

Niente più tempio, niente più sacro, niente più profano: dunque, tutta la nostra vita è ormai interamente orientata verso quanto Paolo dichiara nella prima ai Corinzi quando dice che «Dio sarà tutto in tutti».

(Dal sermone del culto di domenica 17 novembre all´Oratoire du Louvre, Parigi. Trad. dal francese di Alberto Signori)

Fonte: Riforma