Ospiti dunque ospitali

13-12-2013 21:12 -

Siamo chiamati a dare ospitalità, perché tutti siamo a nostra volta ospiti. Anche Gesù ricorre a metafore che raccontano del suo sentirsi ospite e non padrone
Gabriele Arosio


Mi ricorderò certamente per tanto tempo, come credo anche i lettori di Riforma, dei giorni amari in cui abbiamo visto le immagini drammatiche dei sacchi neri con i cadaveri lungo il molo di Lampedusa: sono istantanee che non si cancellano. Uno stillicidio quotidiano, continuo, di cui quasi fa fatica persino il mondo dell´informazione a riferirne e difatti spesso tace l´enormità della strage continua.

In me, e in tutti i cristiani più sinceri, quelle immagini mobilitano energie di pensieri, azioni: solidarietà, accoglienza, ospitalità...

Il mio immaginario etico cristiano è alla fine molto semplice e immediato. Come quello di molti altri.

Sto lavorando al progetto «emergenza Siria» di Caritas e comune di Milano. Ogni giorno ricevo telefonate di persone che vogliono portare vestiti, cose, cibo... ogni giorno arrivano persone che vogliono mettersi a disposizione (i più simpatici sono egiziani, palestinesi, libanesi in Italia da qualche tempo... altri fratelli arabi con cui mi trovo volentieri a discutere della fraternità musulmana).

Circola grande generosità. Credo che sia proprio suscitata nei cristiani dall´educazione ricevuta (amplificata certo dalla potenza mediatica della rappresentazione del dolore).

È una cosa molto bella. Ma se tutto ciò invece nascondesse un´insidia? Se rischiasse di occultare un aspetto molto profondo e importante di tutto ciò che ruota intorno al tema «ospitalità»?

Io credo che non sia solo una questione che rinvia al fare. È prima di tutto qualcosa che riguarda l´essere.

Non dobbiamo solo dare ospitalità. Siamo tutti a nostra volta ospiti. Perché viviamo in una realtà che non è per nulla sotto il nostro completo controllo.

Viviamo in un mondo che siamo chiamati a decifrare, in cui conta molto la curiosità e la voglia costante di imparare.

Come credenti non siamo depositari di nessuna verità da dispensare. Non siamo possessori di alcuna superiorità per il fatto solo di essere battezzati.

«Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore» (Matteo 23, 9-11).

«Noi siamo davanti a te stranieri e gente di passaggio, come furono tutti i nostri padri» (1 Cronache 29, 15).

Penso a quella splendida pagina del vangelo: avevo fame... avevo sete... ero straniero... (Matteo 25, 31-46).

Tutti vibriamo nell´ascolto e vi intuiamo un appello a mettere energie, fantasia, cuore per dare, realizzare...

E se invece ribaltassimo la prospettiva? Se provassimo a leggere questa pagina pensando che parla di noi? Che siamo noi, e non altri, i poveri, gli ignudi, gli assetati, i prigionieri, i senza dignità...

Quante volte mi capita di dover chiedere, bussare, domandare.

C´è un tesoro nascosto anche in tutto questo mio dipendere? Io credo di sì.

C´è senz´altro qualcosa che mi avvicina a Gesù di Nazareth, al suo modo di stare al mondo.

Spesso Gesù ricorre a metafore che raccontano il suo sentirsi ospite e non padrone.

Dice a esempio di sé: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell´uomo non ha dove posare il capo» (Matteo 8, 20).

E anche la straordinaria tenerezza con cui vive il suo accostarsi al bisogno dell´altro è sempre quella di chi chiede, di chi riconosce senza imporre: «Cosa posso fare per te? », «La TUA fede ti ha salvato» (Matteo 9, 22; 15, 28...).

La prima comunità cristiana mostra nel Nuovo Testamento di aver ben compreso il sentirsi ospite di Gesù e ne proclama la perenne presenza in forza della resurrezione. «Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3, 20).

C´è un volto opaco dell´ospitalità. È quando essa è vissuta come beneficenza, come dispensa del superfluo.

La nostra ospitalità, per essere vera, chiede di essere vissuta come condivisione. Come qualcosa che nasce dalla consapevolezza della nostra povertà, del nostro bisogno.

C´è una coincidenza che sempre mi affascina e che traduce una lucidità dell´autocoscienza credente più profonda di qualsiasi altra divagazione.

Le ultime parole del re Davide, il suo bilancio di vita («Noi siamo davanti a te stranieri e gente di passaggio, come furono tutti i nostri padri», 1 Cronache 29, 15) è del tutto identico a quello delle ultime parole di Lutero sul letto di morte: «Non siamo che mendicanti».

Conceda il Signore a tutte le sue chiese maggior coscienza della propria povertà e ne verrà certamente una nuova primavera dell´amore.
(11 dicembre 2013)