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La guerra e la coscienza cristiana

22-03-2018 10:36 - News
Malgrado le parole evangeliche che esortano alla nonviolenza, la posizione dei cristiani si divide tra il rifiuto assoluto di portare armi e il sostegno pragmatico di una violenza ritenuta a volte necessaria

Di fronte alla guerra sono possibili due reazioni. La prima è profetica e ricorda il comandamento "non uccidere" e il suo sviluppo nonviolento nel Vangelo. La seconda è pragmatica, prende atto del fatto che il male esiste e ha elaborato la famosa teoria della guerra giusta.

Pragmatismo e profezia
Il Sermone sul monte, attribuito a Gesù di Nazareth, esorta a porgere la guancia destra quando ci percuotono la sinistra. È l´atteggiamento che il predicatore di Nazareth ha adottato di fronte ai suoi nemici. Sappiamo, dalla storia, che quell´atteggiamento lo ha portato alla morte, e nella maniera peggiore possibile, inchiodato su di una croce. Coloro che difendono sino all´ultimo questa posizione dicono che il ruolo dei cristiani non è di governare il mondo, ma di essere testimoni del Regno.
Chi ha un atteggiamento pragmatico nei confronti della questione, riconosce che il male esiste, che una società deve fermarlo e che il diritto alla sicurezza è un diritto umano. Il Vangelo, affermano, chiama a essere cittadini responsabili, in particolare di fronte al male.

Pacifismo e violenza
I profetici si basano sull´autorità di Gesù che ha sempre rifiutato ogni atto di forza. Ha vinto il mondo con la disfatta della croce che, con un capovolgimento paradossale, è anche la vittoria del Vangelo. I pragmatici si basano sui brani del Nuovo Testamento che affermano che bisogna essere sottomessi alle autorità civili la cui funzione è di fermare il male. La preghiera per le autorità che possiedono la chiave della pace civile appartiene alla tradizione liturgica della Chiesa.
I pragmatici rimproverano ai profetici il loro idealismo facendo l´esempio della seconda guerra mondiale. Non ci sono momenti in cui il pacifismo è una viltà e una sottomissione al regno del male? I profetici rimproverano ai pragmatici di sottovalutare l´ingranaggio della violenza facendo l´esempio della prima guerra mondiale che sarebbe dovuta durare appena qualche settimana. È difficile fermare una logica e il bilancio della Grande Guerra si chiude con dieci milioni di morti senza contare gli innumerevoli feriti.

La coscienza al bivio
Il dibattito tra profetici e drammatici è vecchio quanto il cristianesimo. Non è sicuro che possa esserci una posizione assoluta e senza tempo. La verità si trova forse nella tensione tra i due atteggiamenti. Nel suo saggio Le lettere di Berlicche Clive Staples Lewis riporta le lettere di Berlicche a suo nipote che ha la missione di trascinare sulla cattiva strada un giovane gentiluomo inglese. Quando viene dichiarata la guerra, il diavolo esperto scrive: "Non mancare, nella tua prossima lettera, di darmi un resoconto completo delle reazioni dell´ammalato alla guerra, così che si possa studiare se sarà meglio farlo diventare un appassionato patriota oppure un ardente pacifista".

Non c´è una guerra giusta
Detto ciò, non bisogna mai dimenticare tre punti. Tutti sono contro la guerra, tranne i mercanti d´armi che hanno sempre argomenti umanitari per giustificarla. Non bisogna essere troppo creduloni, questi argomenti sono soltanto un paravento per i loro interessi economici. Le guerre in Iraq e in Afghanistan sono costate centinaia di miliardi di dollari. Se nella loro grande generosità, i Paesi occidentali avevano da offrire questa somma agli afgani e agli iracheni, non c´era un modo più intelligente di utilizzarla?
La guerra è sempre sporca e ingiusta. Non c´è mai una guerra giusta, sebbene a volte si possa considerare una guerra necessaria. La guerra è prima di tutto un gigantesco sperpero di energia, di vita, di famiglie, di speranza e di futuro. Sulla base della propria esperienza Hélie de Saint Marc ha scritto: "Non c´è una guerra gioiosa o una guerra triste, una guerra bella o una guerra brutta. La guerra è il sangue, la sofferenza, i visi ustionati, le pupille dilatate dalla febbre, la pioggia, il fango, gli escrementi, l´immondizia, i ratti che corrono sui corpi, le ferite mostruose, le donne e i bambini trasformati in carogne. La guerra umilia, disonora, degrada. È l´orrore del mondo riunito in un parossismo di sangue e di lacrime".

Meglio la nonviolenza
È difficile giustificare la guerra in nome di Dio. Dietrich Bonhoeffer fu uno degli organizzatori della Chiesa confessante in Germania. Il suo studio del Sermone sul monte radicò in lui la convinzione che il cristiano deve essere pacifista. Ma quando fu persuaso a collaborare nella preparazione di un attentato contro Hitler non cercò di giustificare il suo atteggiamento, riconobbe che il suo comportamento era condannabile da un punto di vista evangelico. Aggiunse semplicemente: "Preferisco correre questo rischio che lasciare massacrare delle persone... e spero nella grazia di Dio".
Questa riflessione è notevole nella misura in cui non cerca di edulcorare la parola del Vangelo. Jacques Ellul ha teorizzato questo atteggiamento dicendo che se un giorno si fosse costretti alla violenza bisognerebbe continuare a credere alla fecondità dell´affermazione radicale della nonviolenza.
(da Réforme, trad. it. G.M. Schmitt)


Fonte: voceevangelica.ch
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

S E T T E M B R E
Versetto del mese:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”
(II Corinzi 5,19)




Salmo della settimana : 127


Venerdì 25 Settembre

Grande pace hanno quelli che amano la tua legge e non c'è nulla che possa farli cadere. (Salmo 119, 165)
La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza. (Colossesi 3, 16)

La pace donata da Dio non muove soltanto i nostri cuori. Ci richiede parole ed azioni, ci cambia e ci indica la direzione: la Sua pace è il sentiero su cui ci si può incamminare.
Johannes Kulni

I Corinzi 7,17-24; II Corinzi 9, 10,15


Siamo stati creati per la vita
Commento a: II Corinzi 5, 4
Noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita


Lunedì e martedì i testi del Lezionario Un giorno una Parola ci hanno indotto a riflettere sulla sofferenza e sul dolore che la vita spesso ci impone, su quel senso di abbandono che ci induce talvolta a pensare che persino il Signore si sia allontanato da noi.
Oggi l’apostolo Paolo, però, ci costringe ad elevare il nostro sguardo, ad aprire i nostri cuori e le nostre menti. Spesso i nostri occhi sono fissi sulla fatica, sul dolore nostro come singoli e singole o sulle tragedie a cui assistiamo come umanità, ma qui Paolo ci aiuta ad alzare i nostri volti e ci spinge ad andare oltre. L’apostolo è consapevole che ora siamo oppressi e gemiamo, ma ci ricorda che il nostro desiderio più profondo non può che essere quello di essere rivestiti di una nuova Vita. Cioè afferma che quello che ci appartiene davvero, come uomini e donne creati a immagine di Dio, come fratelli e sorelle di Gesù, non è l’immobilismo stagnante che spesso ci costringe a fermarci al nostro presente, più o meno travagliato. La nostra vocazione più vera è guardare verso la direzione che Gesù ci ha indicato, Gesù che ha vinto la morte, Gesù in tutto e per tutto uomo e dunque modello per ognuno e ognuna di noi.
Noi che viviamo in un mondo di morte, che ci sentiamo destinati alla morte e attratti da quello che ci circonda, che è mortale e mortifero, in realtà siamo stati creati per la Vita e ad essa siamo destinati e destinate. E dunque pur nel dolore, nella fatica, nell’angoscia, la nostra preghiera può salire forte e chiara al Signore che ci ha creati: resta con noi e donaci dei cuori di carne, che sappiano sentire la Tua presenza, impedisci che la nostra speranza si offuschi e donaci una fede che sappia essere salda e forte, gioiosa e colma di amore. Amen.

Erica Sfredda



Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline




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COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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