26 Novembre 2020
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Prima la Grazia, poi la Legge. Il Convegno di Bose sulla "giustificazione per sola fede"

30-05-2017 13:46 - Ecumenismo
Il teologo valdese Ricca e il cardinale Kasper concludono tre giorni di relazioni e confronti su "l´Evangelo della Grazia", in occasione dei 500 anni della Riforma protestante. Enzo Bianchi: «L´amore preveniente di Dio è sempre immeritato»

«Se qualcuno mi chiede: dimmi in una sola parola cosa è il cristianesimo, io sono obbligato a rispondere: il cristianesimo è grazia. Non c´è conoscenza di Dio, se non c´è conoscenza della sua grazia». Così il teologo e pastore valdese Paolo Ricca ha introdotto l´intervento che chiudeva l´VIII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità della Riforma, organizzato e ospitato dal 26 al 28 maggio dalla Comunità monastica di Bose.

Al convegno hanno svolto corpose relazioni, tra gli altri, il cardinale Walter Kasper, il professor Fulvio Ferrario (Facoltà valdese di teologia di Roma), padre Angelo Maffeis (Facoltà teologica settentrionale), il gesuita Bernard Sesbouè e il professor Jean-François Chiron, co-presidente cattolico del "Gruppo di Dombes".

I convegnisti, sulle orme di Martin Lutero, e condividendo i momenti di preghiera del monastero, hanno assunto «l´evangelo della grazia» e la «buona notizia della giustificazione per sola fede» come sorgente di uno sguardo rinnovato sull´annuncio cristiano nel tempo presente e sui cammini dell´ecumenismo tra Chiesa cattolica e Chiese nate dalla Riforma luterana, a più di 18 anni dalla firma della dichiarazione congiunta tra cattolici e luterani sulla dottrina della giustificazione.

Tre giorni di lavoro intenso, segnato da domande reali e riflessioni non edulcorate anche sulla smemoratezza che segna le istituzioni e gli apparati ecclesiali riguardo alla giustificazione per sola grazia: quello che per Lutero era l´articulus stantis seu cadentis Ecclesiae, nei tempi recenti - come ha notato tra gli altri il professor Dirk Lange, docente di liturgia al Luther Seminary a Saint Paul, Minnesota - non accende più i cuori e non configura la prassi ecclesiale nemmeno tra tanti figli spirituali dell´iniziatore della Riforma protestante.

L´ Evangelo della grazia, ha sottolineato nel suo intervento il professor Ricca, è «il cuore della rivelazione e della fede cristiana. Possiamo dire che è il cuore steso di Dio». Eppure la grazia, «questa parola che è la più dolce, consolante e bella di tutta la vita, che libera i prigionieri e ammansisce violenti, che redime il peccatore e resuscita i morti», e intorno alla quale cinquecento anni fa si è lacerata la cristianità d´Occidente, adesso sembra «diventata straniera. Muta. Non parla».

Ricca ha proposto una sua spiegazione a questa "sparizione della grazia" dall´orizzonte ecclesiale contemporaneo: «Io credo» ha detto il teologo valdese «che la ragione sia semplice: la parola grazia dice qualcosa a chi ritiene di dover essere graziato. All´ergastolano chiuso in carcere per tutta la vita, che riceve la grazia dal presidente, ecco, quell´uomo sa cosa sia la grazia... Per capire la grazia bisogna sapere che sei perduto. Se non sai cosa vuol dire perdizione, peccato, essere fuori da ogni speranza, la parola grazia non significa nulla». Il paradosso – ha aggiunto Ricca «è che nel nostro mondo il peccato dilaga in tutte le forme possibili, ma non c´è più un peccatore sulla terra, tutti sono innocenti». Questa situazione – ha aggiunto Ricca – non conduce fino a pensare che dobbiamo «predicare il peccato» per poi «predicare la grazia»: «Gesù non ha mai ha predicato il peccato, ha predicato il perdono. Ma ci troviamo in un vicolo cieco. Questa è nostra condizione».

In tale condizione, secondo fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, proprio la gratuità della salvezza, che al tempo della riforma divise i cristiani, adesso li unisce nel confessare la salvezza di Cristo in un mondo abitato da «uomini e donne assetati di misericordia». Lutero, al suo tempo, ripropose che tutta l´autentica tradizione - da San Paolo ad Agostino, da Tommaso d´Aquino a Bernardo di Clairvaux – aveva confessato riguardo alla giustificazione per sola fede, prima che si prendessero piede le concezioni diffuse dalla corrente francescana occamista. «L´amore di Dio», ha detto Bianchi nel suo intervento d´apertura, «non deve essere mai meritato. Nel cuore dell´uomo religioso alberga una falsa immagine secondo cui Dio ama solo i giusti».

Si tratta di una «mentalità retributiva dell´uomo religioso che perverte la liturgia, la vita ecclesiale e monastica» e nasconde il dinamismo più intimo della salvezza annunciata dall´Evangelo: «La giustificazione non va meritata. L´amore preveniente di Dio è immeritato. Dio rende giusto il peccatore gratuitamente». Mentre il tentativo umano di guadagnare il favore di Dio è peccaminoso, perché la grazia immeritata «non dipende in alcun modo da noi».

GIANNI VALENTE
BOSE


Fonte: lastampa.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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