27 Novembre 2020
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Torino - In piazza Castello il falò valdese: la prima volta nella storia

07-02-2017 10:03 - Ecumenismo
Per la prima volta nella storia, piazza Castello ospita la sera del 16 febbraio il tradizionale falò dei valdesi, la festa che celebra la fine delle discriminazioni sancita da Carlo Alberto nel 1848.

I torinesi sono abituati a collegare la presenza valdese in città a due luoghi in particolare: l´ospedale evangelico in via Silvio Pellico, considerato un´eccellenza sanitaria per molti anni, e il vicino tempio in corso Vittorio Emanuele II.


Anche se oggi lo consideriamo una presenza consueta, questo luogo di culto fu inaugurato solo nel dicembre 1853, dopo quattro anni di lavori sui terreni acquistati dal colonnello inglese Charles Beckwith e dal banchiere Giuseppe Malan. Prima di allora, infatti, i fedeli valdesi di Torino si trovavano per pregare all´ambasciata di Prussia: solo dal 1848 finirono i secoli di persecuzioni e discriminazioni che – dalle origini del valdismo nel 1100, scomunicato dalla Chiesa di Roma nel 1184, all´adesione ai protestanti calvinisti nel 1532 – avevano contraddistinto i rapporti tra cattolici e Chiesa Valdese, costringendo tanti fedeli valdesi a rifugiarsi in Val Pellice, Val Chisone e Val Germanasca, le cosiddette valli valdesi, o a cambiare nome (come successo agli antenati di Caffarel).

Nel 1848, l´anno dello Statuto Albertino, il re sabaudo Carlo Alberto emanò le lettere patenti che sancirono finalmente i pieni diritti civili e politici dei valdesi nel Regno di Sardegna. Un momento molto importante per i valdesi, che la notte tra 16 e 17 febbraio 1848 celebrarono i primi "fuochi per la libertà" che ancora oggi si ripetono ogni anno nelle valli del pinerolese.

Quest´anno, per la prima volta, sarà una piazza di Torino a ospitare la celebrazione principale di questo anniversario: il salotto buono di Torino, piazza Castello, ospiterà il falò valdese. Si tratta di un´iniziativa fortemente voluta dall´amministrazione comunale, che ha coinvolto nel suo entusiasmo anche la chiesa valdese di Torino, pronta ad accompagnare i funzionari pubblici nell´organizzazione dell´evento.

L´unico precedente torinese risale a una trentina di anni fa, quando a ospitare la catasta di legna fu il monte dei Cappuccini, e in particolare il Museo della Montagna che all´epoca ospitava una mostra sui valdesi e il Piemonte. Con la celebrazione di quest´anno (dalle ore 20 di giovedì 16 febbraio) si chiude per la comunità valdese piemontese un cerchio dal diametro molto ampio. Nella stessa piazza Castello, infatti, oggi una lapide ricorda il rogo di Gioffredo Varaglia, predicatore valdese, arrestato a Barge, nel cuneese, incarcerato a Torino e salito al patibolo il 29 marzo 1558 nello spiazzo fra Palazzo Reale e Palazzo Madama. Quasi cinque secoli dopo anche questa ferita può sanarsi in una celebrazione che per il mondo valdese va ben al di là della mera rievocazione storica.

Ecco il testo delle lettere patenti emanate da Carlo Alberto il 17 febbraio 1848:

CARLO ALBERTO
per grazia di Dio
re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc.
principe di Piemonte, ecc. ecc.
Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que´ Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de´ Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all´esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l´anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.




Fonte: Torinotoday.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Venerdì 27 Novembre

Signore, ti sta davanti ogni mio desiderio, i miei gemiti non ti sono nascosti (Salmo 38, 9)
Sapete che la prova della vostra fede produce costanza (Giacomo 1, 3)

Il Signore è qui che ascolta ciò che imploriamo di cuore; nella sua benevolenza egli ci concede più di quanto chiediamo e comprendiamo. E’ pronto a decidere e ad agire, e ciò che nella sua grazia decide, è già intento a compierlo con mano potente.
Karl Bernhard Garve


Ebrei 13, 10-16; Isaia 56,1-8



Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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