30 Settembre 2020
News

LA PROMESSA DI UN INCONTRO (GIACOMO 5, 7-11)

06-12-2015 22:30 - Fede e spiritualità
Fulvio Ferrario pastore valdese

Fratelli, siate dunque pazienti, fino a quando verrà il Signore. Guardate il contadino: egli aspetta con pazienza che la terra produca i suoi frutti preziosi, aspetta le piogge di primavera e le piogge d´autunno. Così siate pazienti anche voi, e fatevi coraggio, perché il giorno del ritorno del Signore è ormai vicino. Fratelli, non mormorate gli uni contro gli altri, perché il Signore non vi condanni. Il giudice sta per venire!
Ricordatevi dei profeti che hanno parlato per incarico del Signore. Prendeteli come esempio di pazienza e di fedeltà anche nelle sofferenze. Noi diciamo che sono beati quelli che, come loro, hanno saputo resistere. Voi avete sentito parlare della grande pazienza di Giobbe, e sapete quel che il Signore gli ha concesso, alla fine. Sì, il Signore è pieno di misericordia e di compassione. (Giacomo 5, 7-11).


Si racconta che, in un villaggio ebraico della Polonia dell´Ottocento, la comunità decise di offrire un lavoro al più povero degli abitanti, ridotto alla fame. Egli fu incaricato di piazzarsi sul tetto della casa più alta del paese, per attendere, ed eventualmente segnalare, l´arrivo del Messia. Qualche giorno dopo, qualcuno gli chiese come trovasse il suo nuovo impiego: «Beh - rispose quello - non è molto ben retribuito, però si tratta di un lavoro stabile».
Sembra, dunque, che lo scetticismo ironico nei confronti dell´attesa della venuta del Messia non riguardi solo il nostro mondo secolarizzato. Il testo biblico, in questo tempo di Avvento, esorta alla «pazienza», forse ancor meglio alla «tenacia»: sono però duemila anni che la chiesa afferma di attendere, e ancor da prima attende Israele. Non stupisce che parlare oggi di attesa del Signore faccia pensare, più che alla tenacia, a una sorta di fanatismo superstizioso. Anche quanti si dicono ancora cristiani, dopotutto sottoscrivono polizze assicurative, cioè si aspettano che questo mondo continui per un bel pezzo. Potrebbe accadere, però, che una lettura più attenta di queste parole suggerisca di andare al di là di un puro e semplice sorrisetto ironico.
In primo luogo, l´invito all´attesa del Signore indica che, anche per la fede, egli non costituisce una presenza disponibile, alla quale si possa far ricorso in modo automatico. Certo, questo è irritante per chi, come noi, ritiene di poter ottenere quanto cerca, dai beni di consumo ai rapporti affettivi, semplicemente cliccando con il mouse del computer. Esistono anche una religione di consumo, fatta di risposte prefabbricate e certezze ammannite con supponenza e un ateismo dello stesso genere. La fede biblica, invece, attende di incontrare il Cristo nel quale dice di credere. Non dipende solo da noi, è necessario che egli venga. Una simile attesa può essere dolorosa, attraversata dal dubbio, ed è per questo che Giacomo chiama alla tenacia, menzionando l´esempio di Giobbe, il grande sofferente dell´Antico Testamento.
Non sappiamo, in effetti, quando il Signore verrà a inaugurare il suo regno. Egli, però, ha promesso di venire nella sua parola. Non è un modo di dire. La Bibbia è convinta che Gesù si renda realmente presente là dove la sua parola è letta e predicata. A ogni cristiano, naturalmente, capita spesso di leggere la Bibbia o ascoltare una predica e di non incontrare affatto il Cristo bensì, al massimo, qualche considerazione interessante, e a volte anche no. Nemmeno la Bibbia e la chiesa garantiscono la venuta di Dio. Leggere la Bibbia e accogliere la predicazione significa, appunto, attendere, confidando, tenacemente, nella promessa di un incontro.
Il giudice è alle porte, scrive Giacomo. Quando l´incontro accade, cioè, ci si accorge che, in realtà, è sempre troppo presto. Prima ci lamentavamo di attendere troppo, ma di fronte al Gesù della Bibbia scopriamo che avremmo volentieri aspettato ancora un bel po´. Egli, infatti, non si limita a benedire la nostra vita, e nemmeno la nostra chiesa, se ne abbiamo una, bensì le giudica. Al di là delle chiacchiere, nessuno ha voglia di essere giudicato: è questa la vera ragione per la quale, quando il Cristo viene davvero, nella sua parola, cristiani e atei, per una volta uniti, si girano dall´altra parte, magari facendo dell´ironia, come nella storiella con la quale abbiamo iniziato. Il Dio misericordioso del quale parla il testo è colui che giudica il mondo, per cambiarlo. Cristo viene, e viene presto, a dirci che il mondo da cambiare non sono anzitutto gli altri, ma siamo noi.

(questo testo è stato diffuso nell´ambito della rubrica "Tempo dello Spirito", in onda ogni domenica, alle 8.05 ca., su RSI 2; ascoltalo in podcast)


Fonte: Voceevangelica.ch
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

S E T T E M B R E
Versetto del mese:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”
(II Corinzi 5,19)




Salmo della settimana : 125


Mercoledì 30 Settembre

Ho creduto, perciò ho parlato. Io ero molto afflitto (Salmo 116,10)
Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano (Giacomo 1,12)

Le prove sono abbracci di Dio.
Martin Lutero

Genesi 16,5-14; II Corinzi 11,16-33




Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline




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COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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