09 Aprile 2020
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NON TEMERE!

10-09-2014 18:59 - Bibbia e attualità
Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
(Isaia 43, 1)

Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli
(Luca 10, 20)


L´ansia e il timore possono diventare paralizzanti fino al dolore. Di fronte a una minaccia o davanti a un cambiamento radicale delle proprie condizioni di vita ci si ferma, subendo passivamente l´evento. In un secondo momento la paralisi cede il posto all´agitazione. Ci si agita per trovare un aiuto o una soluzione al problema che sembra irrisolvibile. Le forze si disperdono, i risultati delle proprie azioni tuttavia non si vedono. Chi è capace di esercitare una relazione d´aiuto nei confronti degli altri conosce bene questi sintomi e sa - di solito - come affrontare la situazione per riportare la persona che soffre a un equilibrio fisico e psicologico. La situazione si complica assai se, a soffrire di simili disturbi, è un intero popolo.

Il popolo di Giuda deportato in Babilonia intorno al 587 a.C. ha conosciuto sia la paralisi sia l´agitazione. Ne troviamo testimonianze nella parte finale del libro del profeta Geremia. Invece il capitolo 43 del libro di Isaia riporta l´equilibrio. I capitoli 40-55 di questa magnifica opera letteraria riassumono il messaggio di un anonimo profeta - o forse di un intero movimento profetico - che ha fatto di Isaia il suo principale riferimento. Il testo di Isaia 43, 1 esordisce: "Così parla il tuo Creatore, Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele!". Il messaggio legato al nome di Secondo (Deutero-)Isaia colloca Dio al suo centro in maniera chiara e decisa. Non ci sono altri dei e non esiste alcun mezzo umano di salvezza.

"Non temere", prosegue il testo. Questa breve espressione ha un potere quasi magico di riportare calma e serenità. Essa significa che non si è soli, che qualcuno si occupa di noi. Nel nostro breve versetto, il discorso è ancora più profondo. Di fronte a un popolo che oscilla tra paralisi e agitazione, Dio si presenta non soltanto come creatore e consolatore. L´Eterno assume qui il ruolo di riscattatore (hbr. go´èl). "Ti ho chiamato per nome, tu sei mio" - sembra alludere al libro di Rut e alla figura di Boaz che riscatta la donna e le ridona la dignità perduta a causa della precoce vedovanza. La stessa frase indica anche il rapporto di una comunione intima e profonda tra Dio e il suo popolo. Le parole di uno dei nostri inni protestanti tradizionali affermano infatti: "Chi sol confida nel Signore confuso mai potrà restar; vedrà dell´ansia e del timore l´ombra avvilente dileguar" (Innario cristiano n. 284).

Fonte: Riforma

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Mercoledì 8 Aprile


Rendimi la gioia della mia salvezza e uno spirito volenteroso mi sostenga (Salmo 51,12)
La vostra tristezza sarà cambiata in gioia (Giovanni 16,20)

Voglio cantare notte e giorno la tua amabilità e, per quanto potrò, donarti me stesso come offerta gioiosa. La mia vita possa trascorrere nel Tuo nome in perenne gratitudine. E il bene che Tu mi hai fatto voglio imprimerlo, più profondamente possibile, nella mia mente.
Paul Gerhardt

Luca 22, 1-6; Marco 15, 1-15



Esseri riconosciuti come figli e figlie di Dio
commento a Giovanni 16, 20
“La vostra tristezza sarà cambiata in gioia”

Il versetto successivo a quello citato dice: “La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana”. E Paolo, nella lettera ai Romani, aggiunge: «la creazione geme ed è in travaglio (8, 22) e aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio (8, 19)».
Il creato di Dio è ancora in gestazione, e così l’umanità. Quando avverrà il parto, e quando si vedrà la nuova creazione non ci è dato di sapere. Ci è detto che devono essere manifestati i figli di Dio. Dunque occorre che i figli di Dio vengano innanzitutto alla luce. Cioè siano riconosciuti come tali da coloro e da ciò che li circonda.
Ma dove sono i figli di Dio? «Carissimi – scrive Giovanni nella sua prima epistola (3, 2) –, ora siamo figli di Dio, ma non è ancora stato manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando Egli sarà manifestato saremo simili a Lui». Ma che significa questo, nel pensiero delle prime generazioni cristiane? Forse c’è un processo a catena? Prima il Figlio di Dio viene svelato? E come avverrà ciò? E poi toccherà a coloro che il Padre, nel suo amore, (I Giovanni 3, 1) ha riconosciuto come suoi figli?
Ma il mondo – dice sempre Giovanni – non riconosce né costoro né il Figlio unigenito.
Siamo ad una impasse. Qual è la sequenza di eventi che deve svilupparsi perché avvengano parto e nascita della nuova creazione?
Tutto è nella mente e nelle mani del Creatore.
Ma noi abbiamo le nostre responsabilità.
La storia della Chiesa è inequivocabile. Invece di vivere la nostra figliolanza, l’abbiamo svenduta come Esau fece con la sua primogenitura.
Nel racconto delle tentazioni a Gesù nel deserto Satana gli dice: Se sei Figlio di Dio segui le vie consuete della demagogia, dell’inganno, della violenza.
Noi abbiamo ceduto. Solo se torneremo sui nostri passi potremo “affrettare la venuta del giorno di Dio” (II Pietro 3, 17), il giorno della gioia.
Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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