22 Ottobre 2020
News

Giovanni 10,14-15 di Salvatore Ricciardi

31-05-2014 10:40 - Bibbia e attualità
Gesù ha detto: «IO SONO il buon pastore... e do la mia vita per le pecore.»

Le pecore sono preziose per il pastore, in quanto rappresentano una fonte di reddito: gli danno latte, lana e carne. Sono, insomma, animali che il pastore sfrutta in molti sensi e fino in fondo. Per questo, ci lascia un po´ perplessi che l´Antico Testamento parli di Dio come di un pastore, e del popolo di Israele come di un gregge. E ancor più perplessi rimaniamo per il fatto che il Nuovo Testamento applichi questa metafora a Gesù.

Ma nella Bibbia il rapporto pastore - pecora è capovolto. Non si mette in evidenza l´utilità della pecora per il pastore, e lo sfruttamento che questi fa del suo gregge, ma si mette in risalto la sollecitudine amorevole del pastore per le pecore. Abbiamo tutti nel cuore il Salmo 23, che canta: il Signore è il mio pastore, nulla mi manca. E il Salmo 80 prega il Pastore di Israele perché porga orecchio al grido del popolo (versetto 1), e lo salvi dai pericoli incombenti (vs 3).
È poi quasi superfluo ricordare il pastore di cui parla Gesù, capace di lasciare novantanove pecore per andare in cerca dell´una che si è smarrita (Luca 15,4-6).

Insomma, se nella realtà della vita, e delle sue leggi commerciali, il pastore conta più della pecora, il messaggio biblico sottolinea esattamente il contrario: la pecora vale più del pastore. Se poi il pastore è Gesù, la pecora è tanto preziosa che per le pecore egli dà la sua vita.
Gesù non soltanto conferma la sollecitudine del pastore per le pecore, secondo la tradizione di Israele che abbiamo riscontrato nei due Salmi citati, ma spinge questa sollecitudine fino in fondo, fino al dono di sé. Perciò, l´apostolo Paolo può scrivere: Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Romani 5,8). E perciò, Gesù si può definire non solo il Pastore ma il Buon Pastore.
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

O T T O B R E
Versetto del mese:
“Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare,
e pregate il Signore per essa;
poiché dal bene di questa dipende l vostro bene”
(Geremia 29,7)


Salmo della settimana : 119,121-128

Mercoledì 21 Ottobre

Un angelo toccò Elia, e gli disse: «Alzati e mangia» Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio (I Re 19, 5-8)
Noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi (II Corinzi 4, 7)

Anche a noi capita di essere stanchi e scoraggiati nella nostra fede. Ci accade di avere la sensazione che tutto sia grigio, che più nulla serva a qualcosa. Ci accade di divenire preda di una stanchezza immensa. In questi momenti, abbiamo voglia di smettere di camminare, di coricarci e aspettare, di lasciarci andare all’indifferenza, alla passività, alla pigrizia. Ma a volte ci capita anche di ricevere la visita di un angelo: nella parola di un amico che ci tocca e ci smuove, in un dono, una buona notizia, un’attenzione ricevuta, un versetto biblico che ci raggiunge e ci parla. Allora, è come se una luce rischiarasse la nostra notte, come se anche a noi fosse rivolta questa parola: «Alzati e mangia, perché il cammino sarà molto lungo per te»
Antoine Nouis
Luca 13, 10-17; Geremia 19, 1,13


Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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