27 Settembre 2020
News

Ospiti dunque ospitali

13-12-2013 21:12 - Bibbia e attualità
Siamo chiamati a dare ospitalità, perché tutti siamo a nostra volta ospiti. Anche Gesù ricorre a metafore che raccontano del suo sentirsi ospite e non padrone
Gabriele Arosio


Mi ricorderò certamente per tanto tempo, come credo anche i lettori di Riforma, dei giorni amari in cui abbiamo visto le immagini drammatiche dei sacchi neri con i cadaveri lungo il molo di Lampedusa: sono istantanee che non si cancellano. Uno stillicidio quotidiano, continuo, di cui quasi fa fatica persino il mondo dell´informazione a riferirne e difatti spesso tace l´enormità della strage continua.

In me, e in tutti i cristiani più sinceri, quelle immagini mobilitano energie di pensieri, azioni: solidarietà, accoglienza, ospitalità...

Il mio immaginario etico cristiano è alla fine molto semplice e immediato. Come quello di molti altri.

Sto lavorando al progetto «emergenza Siria» di Caritas e comune di Milano. Ogni giorno ricevo telefonate di persone che vogliono portare vestiti, cose, cibo... ogni giorno arrivano persone che vogliono mettersi a disposizione (i più simpatici sono egiziani, palestinesi, libanesi in Italia da qualche tempo... altri fratelli arabi con cui mi trovo volentieri a discutere della fraternità musulmana).

Circola grande generosità. Credo che sia proprio suscitata nei cristiani dall´educazione ricevuta (amplificata certo dalla potenza mediatica della rappresentazione del dolore).

È una cosa molto bella. Ma se tutto ciò invece nascondesse un´insidia? Se rischiasse di occultare un aspetto molto profondo e importante di tutto ciò che ruota intorno al tema «ospitalità»?

Io credo che non sia solo una questione che rinvia al fare. È prima di tutto qualcosa che riguarda l´essere.

Non dobbiamo solo dare ospitalità. Siamo tutti a nostra volta ospiti. Perché viviamo in una realtà che non è per nulla sotto il nostro completo controllo.

Viviamo in un mondo che siamo chiamati a decifrare, in cui conta molto la curiosità e la voglia costante di imparare.

Come credenti non siamo depositari di nessuna verità da dispensare. Non siamo possessori di alcuna superiorità per il fatto solo di essere battezzati.

«Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore» (Matteo 23, 9-11).

«Noi siamo davanti a te stranieri e gente di passaggio, come furono tutti i nostri padri» (1 Cronache 29, 15).

Penso a quella splendida pagina del vangelo: avevo fame... avevo sete... ero straniero... (Matteo 25, 31-46).

Tutti vibriamo nell´ascolto e vi intuiamo un appello a mettere energie, fantasia, cuore per dare, realizzare...

E se invece ribaltassimo la prospettiva? Se provassimo a leggere questa pagina pensando che parla di noi? Che siamo noi, e non altri, i poveri, gli ignudi, gli assetati, i prigionieri, i senza dignità...

Quante volte mi capita di dover chiedere, bussare, domandare.

C´è un tesoro nascosto anche in tutto questo mio dipendere? Io credo di sì.

C´è senz´altro qualcosa che mi avvicina a Gesù di Nazareth, al suo modo di stare al mondo.

Spesso Gesù ricorre a metafore che raccontano il suo sentirsi ospite e non padrone.

Dice a esempio di sé: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell´uomo non ha dove posare il capo» (Matteo 8, 20).

E anche la straordinaria tenerezza con cui vive il suo accostarsi al bisogno dell´altro è sempre quella di chi chiede, di chi riconosce senza imporre: «Cosa posso fare per te? », «La TUA fede ti ha salvato» (Matteo 9, 22; 15, 28...).

La prima comunità cristiana mostra nel Nuovo Testamento di aver ben compreso il sentirsi ospite di Gesù e ne proclama la perenne presenza in forza della resurrezione. «Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3, 20).

C´è un volto opaco dell´ospitalità. È quando essa è vissuta come beneficenza, come dispensa del superfluo.

La nostra ospitalità, per essere vera, chiede di essere vissuta come condivisione. Come qualcosa che nasce dalla consapevolezza della nostra povertà, del nostro bisogno.

C´è una coincidenza che sempre mi affascina e che traduce una lucidità dell´autocoscienza credente più profonda di qualsiasi altra divagazione.

Le ultime parole del re Davide, il suo bilancio di vita («Noi siamo davanti a te stranieri e gente di passaggio, come furono tutti i nostri padri», 1 Cronache 29, 15) è del tutto identico a quello delle ultime parole di Lutero sul letto di morte: «Non siamo che mendicanti».

Conceda il Signore a tutte le sue chiese maggior coscienza della propria povertà e ne verrà certamente una nuova primavera dell´amore.
(11 dicembre 2013)
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

S E T T E M B R E
Versetto del mese:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”
(II Corinzi 5,19)




Salmo della settimana : 127


Sabato 26 Settembre

"Io sono con te", dice il Signore "per salvarti" (Geremia 30, 11)
Paolo scrive: Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato; ciò non venga loro imputato! Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte(II Timoteo 4, 16-17)

Padre nostro che sei nei cieli ... e anche altrove accanto a tutte le donne e gli uomini della terra, e soprattutto al fianco di tutti coloro che la vita e gli uomini tormentano e schiacciano; tu, nostro avvocato e liberatore.
Tavo Burat



Marco 12, 41-44; II Corinzi 10, 1-11

La Parola di Dio ci ha già raggiunto
commento a Colossesi 3, 16
La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza

La conclusione di questa settimana di preghiera e riflessione, che le Losungen ci hanno indotto a fare, è nell’esortazione e nella lode: «La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali». Chi dunque ha saputo scegliere, chi ha saputo trovare in se stesso la Parola di Cristo, chi al di là del dolore e della fatica, che pur contraddistinguono la nostra stanca umanità, ha saputo accogliere l’amore di Dio, può vivere nella pace e nella gioia. La promessa del Signore è proprio questa: se sapremo amarci l’un l’altro come Gesù ha amato noi, se sapremo far crescere dentro di noi la fede e la speranza, nulla potrà farci cadere: né il dolore, né la fatica, non la stanchezza, non la depressione e il grigiore che hanno avvolto il mondo occidentale, non il Male, né la paura. Il Signore è già dentro di noi, la Sua Parola ci ha già raggiunto, altrimenti non saremmo qui, non cercheremmo un senso per la nostra vita e non proveremmo, giorno dopo giorno, a convertirci nuovamente al Signore. E dunque ascoltiamoci l’uno l’altro, accogliamoci, nonostante le molte differenze di cultura, di opinione, di convinzioni politiche e spirituali. Nei momenti bui e di sconforto permettiamo a chi ci è vicino di sollevarci, di riportarci alla luce e cerchiamo di vivere una vita davvero rinnovata, davvero trasformata, cercando di incarnare realmente quella umanità che Dio ha creato e di cui Gesù è stato esempio e modello. Amen!
Erica Sfredda



Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline




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COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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