26 Novembre 2020
News

Venerdì santo - Matteo: 27,46 (Morte di Gesù)

14-04-2017 11:27 - Bibbia e attualità
Predicazione della pastora Daniela Di Carlo

E, verso l´ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Le persone che si trovavano nella metro, martedì mattina, o in aeroporto non volevano morire. Erano in giro per andare a lavoro o a scuola o a trovare la propria figlia oppure un nipotino appena nato. Avevano ancora tanti progetti da realizzare!
I giovani del Burundi impegnati nella resistenza contro il dittatore Pierre Nkurunziza, non volevano morire. Erano giovani, a volte persino ragazzi, eppure da un anno a questa parte molti sono morti e a molti è stato tolto il futuro.
I e le migranti impegnati a raggiungere le nostre coste in questi anni, non volevano morire.
Molti di loro non ce l´anno fatta, hanno trovato la morte invece di una nuova vita.
Gesù non voleva morire!
Aveva ancora tanto da fare, tanto da dire, tanti incontri da realizzare. Voleva convincere i farisei che continuavano a denigrarlo, voleva dare maggiore libertà alle donne, voleva guarire le persone tristi, annunciare la gioia del Regno, sedere a tavola e festeggiare la vita con le discepole e i discepoli...
Gesù non voleva morire!
Perché quando la morte giunge - e noi ce ne rendiamo conto - ci rimane addosso, a lungo, una sensazione strana, una sensazione di incompiutezza, perché qualcosa di importante, la vita, sta terminando prima del previsto.
33 anni sembrano troppo pochi per decretare la fine di un´esistenza compiuta in tutte le sue possibilità.
33 anni ci sembrano troppo pochi per saziarci di tutte le esperienze che un´intera, lunga vita, può porci davanti.
Siamo abituati a pensare alla morte come ad una esperienza legata alla vecchiaia, legata al momento in cui si può fare un bilancio, perché sazi di giorni, di ciò che ci è accaduto nel corso dei numerosi anni che abbiamo trascorso sulla terra.
Quando una morte è prematura si rimane intontiti, mancanti di una parte di storia, di sguardi, di abbracci, di parole che le persone vicine a Gesù avrebbero ancora voluto scambiare con Lui. Si rimane prigionieri di quella angoscia che deriva dall´assenza improvvisa di chi amavano e che ora non c´è più, sì, quella angoscia che si appiccica addosso come un abito troppo stretto che impedisce di respirare.
Niente può consolare le discepole e i discepoli di Gesù, niente può risarcirli della perdita che hanno subito, perché il tempo della pienezza della vita del Messia, dell´amico, fratello, figlio, è scomparsa con Lui.
Se non avessero la certezza della resurrezione e la speranza che Cristo ha insegnato e donato loro, potrebbero impazzire di dolore di fronte a questo evento.
E´ la sensazione di vuoto quella che sentono coloro che erano abituati a Lui. Quel vuoto che nessuno può colmare se non la fede in Dio.
La morte sempre ci sottrae ingiustamente chi amiamo, ma la resurrezione invece ci promette che riavremo Colui che abbiamo amato. Lo riavremo nella sua interezza, nelle sue capacità e forse chissà anche nei suoi difetti.
Sapere della resurrezione ci toglie dal non senso della morte. Credere nella resurrezione ci permette di ritrovare la serenità che abbiamo perso.
Certo rimane una cicatrice profonda, come dopo un intervento; rimane una cicatrice iscritta sul nostro corpo e sulla nostra anima, una cicatrice che però potrà raggiungere la piena guarigione quando, nel giorno che Dio deciderà, torneremo ad abbracciare chi ci ha lasciato.
Gesù non voleva morire!
Le discepole e i discepoli non volevano lasciarlo andare via nonostante avessero la promessa della resurrezione.
E´ imbarazzante credere nella resurrezione, perché siamo chiamati a credere a qualcosa che non abbiamo mai né sperimentato, né conosciuto.
Della resurrezione non possediamo concetti capaci di contenerla, né immagini che ci aiutino a raffigurarcela, né simboli che ci spingano a pensarla.
Lo stesso termine resurrezione è vago, difficile da tradurre. Letteralmente questa parola può essere tradotta con l´espressione "l´alzarsi su". Ma poco ci serve sapere tecnicamente il suo significato. Quello che invece ci serve è sapere che la resurrezione è la novità inaudita che Cristo ci regala. Una novità che ci toglie all´angoscia della morte perché ci indica che dopo questa vita ce n´è un´altra. Di cui non sappiamo veramente nulla se non che c´è.
Gesù non voleva morire!
Ma si è affidato a Dio ed ha accolto la necessità di morire per salvarci dai nostri peccati offrendoci la possibilità di cambiare segno alla nostra vita.
Gesù non voleva morire!
Ma è solo grazie a quella morte che possiamo iniziare a capire la sua resurrezione e la nostra: quella piccola quotidiana e quella grande, quando Dio lo vorrà!
Amen


Fonte: Milanovaldese.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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