18 Marzo 2019

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Valdesi di Calabria, una storia di fede e di sangue

06-06-2018 08:42 - News
In fuga dalla Val Pellice, fondarono Guardia Piemontese. Dopo la strage del 1561 furono costretti a abiurare, ma conservano la lingua occitana e i rapporti con la terra d´origine distante mille chilometri e otto secoli

Il verde giovane e chiaro delle acacie e delle elci risale compatto i costoni, fino in cima, dove il monte si placa su un contorno ondulato e senza picchi e, qua e là, oppone al cielo ciuffi di alti pini dal grande ombrello, sentinelle immobili lassù, testimoni del tempo qui scorso più feroce che altrove.

Per giungere a Guardia Piemontese, sull´Appennino Paolano, una breve strada tortuosa, su secchi tornanti, che dalla litoranea tirrenica s´arrampica verso le alture senza perdere di vista il mare.

In quest´area compressa tra l´orizzonte di cresta e quello d´acqua, lungo fin dove sprofonda il mondo, i Valdesi giunsero nella seconda metà del XIII secolo. Provenivano dalla Val Pellice - in Piemonte, al confine con la Francia. Sfuggivano alle persecuzioni religiose seguite alla scomunica per eresia del movimento fondato da Valdo, in lieve anticipo su San Francesco nella predicazione del Vangelo in povertà. Fermarono le loro vite nelle lande montuose, seppure frettolose di scendere al mare, e incolte che il feudatario Spinelli aveva dato da coltivare, dietro un canone annuo, concedendo di creare comunità esenti dagli obblighi feudali.

Pacifici e laboriosi
Fondarono Guardia. Erano agricoltori, pastori, tessitori. Pacifici e laboriosi, praticavano in guardingo silenzio la fede contrastata con la pena di morte dalla Chiesa di Roma. Mantenevano i contatti con i luoghi d´origine attraverso i «barba», predicatori itineranti che si spacciavano per artigiani, commercianti. Parlavano e parlano in occitano, la lingua - guai a dirlo dialetto - che è fusione e variante degli idiomi del versante sabaudo e francese. Vissero in pace finché non aderirono alla riforma luterana e s´opposero alle proibizioni e agli obblighi imposti dal Sant´Uffizio.

La ribelle Guardia - imprendibile, arroccata com´era attorno alla cinta muraria e al castello - fu espugnata con un inganno simile a quello di Troia: il feudatario Salvatore Spinelli, discendente del predecessore che aveva accolto l´esodo, vi giunse con cinquanta soldati di scorta ad altri cinquanta spacciati per prigionieri e chiese che aprissero le porte per rinchiuderli nelle carceri; i cento, la notte del 5 giugno 1561, introdussero il resto dell´esercito, spagnoli comandati da Caracciolo. E fu strage.

Uomini, donne e bambini valdesi passati per le spade, cosparsi di resina e bruciati vivi, gettati dalla torre. I più, scannati al modo dei maiali, con il sangue libero di scorrere nelle strade in pendenza, fino al varco nella cinta che da allora prese il nome di «Porta del sangue». «Veniva il boia et li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti gli occhi e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa et lo faceva inginocchiare e con un coltello gli tagliava la gola et lo lasciava così, poi pigliava quella benda così insanguinata, et col coltello insanguinato ritornava a pigliar l´altro, et faceva di simile».

I centri valdesi sparsi intorno patirono uguale sorte. Alcuni cronisti dell´epoca stimarono duemila morti, altri si spinsero a seimila. Vittime e eventi terribili che la storia ha taciuto colpevole, a lungo, seppellendoli sotto la spessa polvere della vergogna, dell´indifferenza, del tempo capace d´oblio.

I superstiti vennero costretti a abiurare la fede e abbracciare il cattolicesimo. Per rendere palese la condizione di ex valdesi e di convertiti, su cui si continuava a dubitare, le donne erano obbligate a indossare stabilmente il «penaglio», un copricapo realizzato con intrecci di corde e che portava alla caduta dei capelli, e un grembiule lungo e ampio sopra l´abito, fosse giornaliero o quello dello sposalizio, per appiattire ogni forma di femminilità; gli uomini dovevano portare il saio di San Benito, di colore giallo e con due croci rosse, una sul davanti, una dietro. In più, a ogni uscio degli abiuranti fu imposta una piccola finestrella apribile solo dall´esterno, per consentire i controlli a sorpresa da parte dei frati domenicani che, per stabilizzare la fedeltà a Roma, dopo la strage lì hanno edificato un grande convento di cui oggi rimane soltanto uno spezzone di muro.

Il ricordo dei martiri
I vestiti tradizionali, di uso quotidiano, sono scomparsi da poco, appena trapassate le ultime generazioni che non sapevano rinunciarci.

Sopravvive tanto dell´antico esodo e della strage. Intatta la lingua, non si è mai smesso di parlare l´occitano, compare anche nelle targhe delle strade e delle piazze, accanto alla dicitura in italiano - piazza Marchese Spinelli / plaça Marqués Spinèli. Mantenuti i contatti con la valle d´origine, distante mille chilometri e otto secoli. Stabile il ricordo dei martiri. Il 5 giugno si celebra la giornata della memoria: sfila un corteo con il gonfalone per depositare una corona di alloro sulla «Roccia di Val di Pellice», il monumento, con un blocco di pietra portato dalla gemellata Torre Pellice, eretto nella piazza dove era il tempio valdese. E non dimenticano, sebbene ora siano cattolici - forse di quelli che torcono il muso, a ragione.

È diversa la Guardia Piemontese di oggi da quella dei valligiani. È protesa verso il mare giù, rimasto uguale mentre intorno tutto è mutato, con i luccichii della modernità, il disordine e la fretta dell´uomo, la campagna che odora di cemento. Molti dei lontani discendenti dei montanari della Val di Pellice hanno però tradito le alture a favore della marina e l´antico borgo medievale si spopola e annaspa la vita.

di Mimmo Cangemi



Fonte: La Stampa.it

UN GIORNO UNA PAROLA

Salmo della settimana: 10

Lunedì 18 Marzo

Guai a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del lo diritto i poveri (Isaia 10, 1-2)
Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà (Romani 12, 2)

Signore amorevole, liberaci da quell’atteggiamento difensivo che troppo rapidamente ci spinge a rifiutare e respingere, da quell’arroganza che troppo rapidamente ci porta a giudicare, da quella meschinità d’animo che ci impedisce di scoprire il bene presente nell’altro. Liberaci, Signore, affinché possiamo amare ed imparare
Dal Consiglio Ecumenico delle Chiese

Genesi 37, 3-36; I Samuele 14, 1-15




PREGHIERA

E’ buio, Signore, dentro di me, ma presso di te c’è la luce.
Sono solo, ma tu non mi abbandoni.
Sono impaurito, ma presso di te c’è l’ aiuto.
Sono inquieto, ma presso di te c’è la pace.
In me c’è amarezza, ma presso di te c’è pazienza.
Io non comprendo le tue vie, ma tu conosci la mia via.

Ravasi


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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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