14 Agosto 2018
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Valdesi di Calabria, una storia di fede e di sangue

06-06-2018 08:42 - News
In fuga dalla Val Pellice, fondarono Guardia Piemontese. Dopo la strage del 1561 furono costretti a abiurare, ma conservano la lingua occitana e i rapporti con la terra d´origine distante mille chilometri e otto secoli

Il verde giovane e chiaro delle acacie e delle elci risale compatto i costoni, fino in cima, dove il monte si placa su un contorno ondulato e senza picchi e, qua e là, oppone al cielo ciuffi di alti pini dal grande ombrello, sentinelle immobili lassù, testimoni del tempo qui scorso più feroce che altrove.

Per giungere a Guardia Piemontese, sull´Appennino Paolano, una breve strada tortuosa, su secchi tornanti, che dalla litoranea tirrenica s´arrampica verso le alture senza perdere di vista il mare.

In quest´area compressa tra l´orizzonte di cresta e quello d´acqua, lungo fin dove sprofonda il mondo, i Valdesi giunsero nella seconda metà del XIII secolo. Provenivano dalla Val Pellice - in Piemonte, al confine con la Francia. Sfuggivano alle persecuzioni religiose seguite alla scomunica per eresia del movimento fondato da Valdo, in lieve anticipo su San Francesco nella predicazione del Vangelo in povertà. Fermarono le loro vite nelle lande montuose, seppure frettolose di scendere al mare, e incolte che il feudatario Spinelli aveva dato da coltivare, dietro un canone annuo, concedendo di creare comunità esenti dagli obblighi feudali.

Pacifici e laboriosi
Fondarono Guardia. Erano agricoltori, pastori, tessitori. Pacifici e laboriosi, praticavano in guardingo silenzio la fede contrastata con la pena di morte dalla Chiesa di Roma. Mantenevano i contatti con i luoghi d´origine attraverso i «barba», predicatori itineranti che si spacciavano per artigiani, commercianti. Parlavano e parlano in occitano, la lingua - guai a dirlo dialetto - che è fusione e variante degli idiomi del versante sabaudo e francese. Vissero in pace finché non aderirono alla riforma luterana e s´opposero alle proibizioni e agli obblighi imposti dal Sant´Uffizio.

La ribelle Guardia - imprendibile, arroccata com´era attorno alla cinta muraria e al castello - fu espugnata con un inganno simile a quello di Troia: il feudatario Salvatore Spinelli, discendente del predecessore che aveva accolto l´esodo, vi giunse con cinquanta soldati di scorta ad altri cinquanta spacciati per prigionieri e chiese che aprissero le porte per rinchiuderli nelle carceri; i cento, la notte del 5 giugno 1561, introdussero il resto dell´esercito, spagnoli comandati da Caracciolo. E fu strage.

Uomini, donne e bambini valdesi passati per le spade, cosparsi di resina e bruciati vivi, gettati dalla torre. I più, scannati al modo dei maiali, con il sangue libero di scorrere nelle strade in pendenza, fino al varco nella cinta che da allora prese il nome di «Porta del sangue». «Veniva il boia et li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti gli occhi e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa et lo faceva inginocchiare e con un coltello gli tagliava la gola et lo lasciava così, poi pigliava quella benda così insanguinata, et col coltello insanguinato ritornava a pigliar l´altro, et faceva di simile».

I centri valdesi sparsi intorno patirono uguale sorte. Alcuni cronisti dell´epoca stimarono duemila morti, altri si spinsero a seimila. Vittime e eventi terribili che la storia ha taciuto colpevole, a lungo, seppellendoli sotto la spessa polvere della vergogna, dell´indifferenza, del tempo capace d´oblio.

I superstiti vennero costretti a abiurare la fede e abbracciare il cattolicesimo. Per rendere palese la condizione di ex valdesi e di convertiti, su cui si continuava a dubitare, le donne erano obbligate a indossare stabilmente il «penaglio», un copricapo realizzato con intrecci di corde e che portava alla caduta dei capelli, e un grembiule lungo e ampio sopra l´abito, fosse giornaliero o quello dello sposalizio, per appiattire ogni forma di femminilità; gli uomini dovevano portare il saio di San Benito, di colore giallo e con due croci rosse, una sul davanti, una dietro. In più, a ogni uscio degli abiuranti fu imposta una piccola finestrella apribile solo dall´esterno, per consentire i controlli a sorpresa da parte dei frati domenicani che, per stabilizzare la fedeltà a Roma, dopo la strage lì hanno edificato un grande convento di cui oggi rimane soltanto uno spezzone di muro.

Il ricordo dei martiri
I vestiti tradizionali, di uso quotidiano, sono scomparsi da poco, appena trapassate le ultime generazioni che non sapevano rinunciarci.

Sopravvive tanto dell´antico esodo e della strage. Intatta la lingua, non si è mai smesso di parlare l´occitano, compare anche nelle targhe delle strade e delle piazze, accanto alla dicitura in italiano - piazza Marchese Spinelli / plaça Marqués Spinèli. Mantenuti i contatti con la valle d´origine, distante mille chilometri e otto secoli. Stabile il ricordo dei martiri. Il 5 giugno si celebra la giornata della memoria: sfila un corteo con il gonfalone per depositare una corona di alloro sulla «Roccia di Val di Pellice», il monumento, con un blocco di pietra portato dalla gemellata Torre Pellice, eretto nella piazza dove era il tempio valdese. E non dimenticano, sebbene ora siano cattolici - forse di quelli che torcono il muso, a ragione.

È diversa la Guardia Piemontese di oggi da quella dei valligiani. È protesa verso il mare giù, rimasto uguale mentre intorno tutto è mutato, con i luccichii della modernità, il disordine e la fretta dell´uomo, la campagna che odora di cemento. Molti dei lontani discendenti dei montanari della Val di Pellice hanno però tradito le alture a favore della marina e l´antico borgo medievale si spopola e annaspa la vita.

di Mimmo Cangemi



Fonte: La Stampa.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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