25 Settembre 2020
News

Una speranza in tutte le lingue

15-04-2017 09:28 - Fede e spiritualità
L´annuncio pasquale, che troviamo nelle forti narrazioni evangeliche, deve essere offerto al mondo in un linguaggio che non coinvolga solo addetti ai lavori

Anche noi, chiamati ad annunciare l´evangelo della resurrezione e a ripensarlo nel presente, siamo tentati di fuggire. Come le donne, di cui ci narra Marco. Come si fa a credere alla vita, in un mondo di morte? Come si fa ad annunciare che è risorto, quel condannato alla morte più infamante? Solo creature angeliche possono farlo. Solo anime belle sono in grado di penetrare la crosta di sangue raggrumato che copre la nostra storia e scorgere l´utopia di un mondo giusto, che coltiva la vita e aborrisce la morte. Noi no. I nostri occhi vedono solo teatri di guerra e cinismo spietato. Non angeli ma droni sorvegliano i sepolcri ben sigillati di una storia che difende la vita di pochi e condanna a morte il resto dell´umanità.

Pasqua, dunque, impossibile nello scenario post-moderno, che decostruisce ogni speranza? In realtà, è così da sempre. L´umanità, fin da subito, ha dovuto fare i conti con lo scandalo di una storia che gronda sangue. Come leggiamo nelle Scritture. Dove, però, insieme all´analisi lucida della situazione, viene messa in campo la sfida alla tirannia della morte. Come nei quattro racconti evangelici. Marco, che conclude la sua narrazione con la fuga, silenziosa e spaventata delle donne, destinatarie dell´annuncio di Pasqua (16, 8), propone la strategia della ripresa: tornare in Galilea (16, 7), dove il tutto ha preso inizio, e ricominciare daccapo. In un mondo disperato, è decisivo fare della speranza un percorso educativo a lungo termine, tenace, che prova e riprova a compiere quanto la storia tenta di impedire. Matteo, invece, parla della Pasqua come di un terremoto (27, 54; 28, 2), evocando come via d´uscita dalla paralisi uno shock esistenziale, una trasmutazione dei valori, un mettere sottosopra quelle visioni che, a torto, riteniamo ben fondate. Luca, a partire dalle parole di perdono pronunciate da Gesù, propone esperienze di riconciliazione quali segni di credibilità dell´annuncio pasquale (24, 47), facendosi prossimi a quanti, in preda alla tristezza del cuore, hanno tirato i remi in barca e hanno dismesso ogni forma di responsabilità storica (24, 13ss). Infine, Giovanni evoca una strategia personalizzata, basata sul chiamare per nome (20, 16), sulla qualità delle relazioni, improntate su un amore inatteso, immeritato.

Linguaggio interno dei cristiani, inservibile nell´agone pubblico? Tutto il contrario! Queste straordinarie narrazioni, che sono «occhio» (e non «oppio»!) dei popoli, sono portatrici di un´elaborazione della speranza che è udibile nelle diverse lingue. E che alla nostra società, tendenzialmente depressiva, propongono nuove aperture di sentieri troppo in fretta giudicati impercorribili.

Come Marco, anche noi possiamo porre un´istanza di ricominciamento nel nostro contesto crepuscolare. Lavorare nei diversi ambiti educativi per iniziare al sogno di una vita che resista alle sirene della resa ai disegni mortali. Ma perché questa parola suoni credibile, è necessario uscire dalle gabbie del pensiero unico, operare terremoti come quelli narrati da Matteo, scosse esistenziali e culturali, che aprano varchi di pensiero differente: qui l´annuncio pasquale potrà risuonare alle orecchie del mondo come un sussurrare il sospetto che non per forza di cose la vita è quella che ci fanno vivere; e, insieme, gridare l´indignazione per le troppe condanne a morte emanate dai nostri cuori di pietra. E poi, una volta scorto il passaggio, incamminarci lungo sentieri di pace, come indica Luca, innescando processi di riconciliazione.

A Pasqua risorge Gesù, non tutti i morti. I nostri annunci avranno, per forza di cose, il carattere parziale di chi non risolve tutti i problemi ma indica simbolicamente una direzione: un corridoio umanitario, la microrealizzazione di una gestione dei conflitti in un determinato territorio, un gesto ecumenico che sappia di vangelo. Coinvolgendo persone con nome e cognome, come fa Giovanni, che coniuga la Pasqua con la contingenza del vivere quotidiano.

Che cos´hanno le chiese da dire al mondo, se non il fatto di mettersi in gioco, nonostante tutto, e proporsi come laboratori di resurrezione in mezzo a un´umanità rassegnata e incredula?


Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

S E T T E M B R E
Versetto del mese:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”
(II Corinzi 5,19)




Salmo della settimana : 127


Giovedì 24 Settembre

Dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del popolo; dicono: «Pace, pace», mentre pace non c’è (Geremia 6,13-14)
Ogni albero si riconosce dal proprio frutto; infatti non si colgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva dai rovi. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tira fuori il bene (Luca 6, 44,45)

Mi piace / sa ascoltare/ il vento / sulla propria pelle / sentire / gli odori delle cose / Catturare l’anima. / Quelli che hanno la carne / a contatto con la carne del mondo. / Perché lì c’è verità / lì c’è dolcezza / lì c’è sensibilità / lì c’è ancora amore.
Alda Merini

Luca 10, 38-42; II Corinzi 9, 1-9


Siamo stati creati per la vita
Commento a: II Corinzi 5, 4
Noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita


Lunedì e martedì i testi del Lezionario Un giorno una Parola ci hanno indotto a riflettere sulla sofferenza e sul dolore che la vita spesso ci impone, su quel senso di abbandono che ci induce talvolta a pensare che persino il Signore si sia allontanato da noi.
Oggi l’apostolo Paolo, però, ci costringe ad elevare il nostro sguardo, ad aprire i nostri cuori e le nostre menti. Spesso i nostri occhi sono fissi sulla fatica, sul dolore nostro come singoli e singole o sulle tragedie a cui assistiamo come umanità, ma qui Paolo ci aiuta ad alzare i nostri volti e ci spinge ad andare oltre. L’apostolo è consapevole che ora siamo oppressi e gemiamo, ma ci ricorda che il nostro desiderio più profondo non può che essere quello di essere rivestiti di una nuova Vita. Cioè afferma che quello che ci appartiene davvero, come uomini e donne creati a immagine di Dio, come fratelli e sorelle di Gesù, non è l’immobilismo stagnante che spesso ci costringe a fermarci al nostro presente, più o meno travagliato. La nostra vocazione più vera è guardare verso la direzione che Gesù ci ha indicato, Gesù che ha vinto la morte, Gesù in tutto e per tutto uomo e dunque modello per ognuno e ognuna di noi.
Noi che viviamo in un mondo di morte, che ci sentiamo destinati alla morte e attratti da quello che ci circonda, che è mortale e mortifero, in realtà siamo stati creati per la Vita e ad essa siamo destinati e destinate. E dunque pur nel dolore, nella fatica, nell’angoscia, la nostra preghiera può salire forte e chiara al Signore che ci ha creati: resta con noi e donaci dei cuori di carne, che sappiano sentire la Tua presenza, impedisci che la nostra speranza si offuschi e donaci una fede che sappia essere salda e forte, gioiosa e colma di amore. Amen.

Erica Sfredda



Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline




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COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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Chiesa Evangelica Valdese di Lucca
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