01 Agosto 2021
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Una chiesa è libera se è autosufficiente

29-06-2017 09:11 - appunti del moderatore
Il punto con il moderatore Bernardini sul percorso avviato di fundraising

Il calo delle contribuzioni dei membri di chiesa e dei simpatizzanti è da anni al centro delle riflessioni delle chiese valdesi e metodiste, alle prese con una lenta ma progressiva erosione delle risorse. Ciò comporta un continuo esercizio di razionalizzazione e di riorganizzazione, condizione che deve però subire un´inversione di rotta per non accentuare le sofferenze che già si registrano in alcune realtà. Anche per questi motivi gli organismi esecutivi stanno valutando nuovi strumenti, fra cui il percorso formativo volto ad avviare giovani alla professione di fundraiser, raccoglitore di fondi. Un progetto voluto da Tavola valdese e Commissione sinodale per la diaconia per aggiornare competenze e modalità di azione all´interno delle comunità. Ne abbiamo parlato con il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini.

– Fundraising, una novità per le chiese valdesi e metodiste?
«Il termine inglese fundraising significa raccolta fondi per cui no, non è una novità per il nostro mondo. Le contribuzioni volontarie dei fedeli, degli amici, dei sostenitori, sono un tratto identitario fondamentale di tutto il protestantesimo e il mondo evangelico, perché rendono la chiesa libera nella sua missione nel mondo, senza padroni cui rispondere. Da questo punto di vista non si può dire che sia una novità. La novità è il metodo. Ci siamo resi conto oramai da tempo di essere in affanno su questo aspetto così fondante della nostra chiesa, e al contempo abbiamo compreso di utilizzare metodi antichi, che hanno funzionato benissimo in una determinata cultura e società, più stabile. Nel nostro tempo, in una società più "liquida", la fedeltà contributiva è entrata in crisi, quindi abbiamo ritenuto necessario sperimentare nuove vie».

– Otto per mille e contribuzioni, due piani differenti?
«Totalmente. Quando ci fu il lungo e tormentato dibattito relativo all´accettazione o meno dell´otto per mille dell´Irpef, si discusse anche molto sull´aspetto delle contribuzioni volontarie dei membri di chiesa, perché abbiamo sempre ritenuto che le organizzazioni ecclesiastiche dovessero autofinanziarsi. Quando infine venne presa la decisione di accettare l´otto per mille, la scelta di non usare un centesimo per attività di culto fu la logica conseguenza delle nostre posizioni storiche. Ecco perché con l´otto per mille finanziamo progetti umanitari in Italia e nel mondo, fra cui anche le opere diaconali delle nostre chiese (che però continuano tutte a mantenere nel bilancio una quota significativa proveniente da donazioni), ma nulla viene utilizzato per il mantenimento del nostro apparato».
– Un apparato che però costa...
«Certo. Dobbiamo riconoscere che negli ultimi dieci-vent´anni segniamo un po´ il passo, senza risorse economiche la missione della chiesa non può andare avanti. Si vive anche di sistemi organizzativi, di personale, di pastori, le risorse sono necessarie, da qualche parte bisogna reperirle. Nella volontà di rimanere nel solco della raccolta volontaria, la cosa principale è motivare le persone al dono, alla contribuzione funzionale alla sopravvivenza della chiesa. Rendere nuovamente chiaro che la gioia dell´appartenenza si manifesta anche contribuendo alla gestione delle nostre mura, delle nostre strutture, degli stipendi dei nostri pastori».

– Il modello è quello delle realtà anglosassoni, e più vicino a noi, della Chiesa avventista, anche in Italia, che da anni sta ragionando in tal senso. A chi vi siete ispirati?
«Un po´ a tutti questi soggetti. Abbiamo fatto ricerche, ci siamo confrontati con esperienze all´estero. Ogni paese ha la propria tradizione e una propria cultura economica e fiscale. In Italia è più difficile far comprendere la necessità della responsabilità personale perché non fa parte della nostra cultura verticistica, in cui ci si aspetta la soluzione da chi sta in alto, sia esso lo Stato e la chiesa. Ecco, noi scontiamo questa tradizione. Ci siamo quindi rivolti alla Chiesa avventista in Italia, più avanti di noi su questi ragionamenti, che da anni organizza corsi di fundraising, e abbiamo avviato una collaborazione».

– Che cosa hanno fatto e che cosa faranno i cinque ragazzi che stanno partecipando al progetto?
«Intanto abbiamo voluto dare una rappresentanza su tutto il suolo italiano, perché anche il nostro paese è diversificato, anche dal punto di vista della comprensione e della capacità di raccogliere fondi. Il corso di quest´anno credo abbia raggiunto gli obiettivi, offrire ai ragazzi e ragazze un quadro generale di esperienze e la possibilità di incrementare e razionalizzare la raccolta fondi delle nostre chiese anche con semplici strumenti statistici come un´anagrafe razionale dei membri di chiesa, degli amici, dei sostenitori. Altro punto fondamentale è quello della corretta comunicazione, comunicare bene perché si raccolgono denari per fornire una motivazione più consapevole ai nostri interlocutori. Nulla di rivoluzionario, però un uso più razionale della comunicazione, delle informazioni, per migliorare un sistema che alla base già abbiamo e conosciamo. L´anno prossimo sarà di verifica su questa formazione, con progetti concreti per migliorare la raccolta fondi a livello di chiese locali e di istituzioni diaconali».

– Non è tutto nero all´orizzonte quindi...
«Io continuo a considerare un miracolo quello che avviene annualmente, che migliaia di persone con contribuzioni più o meno regolari in base alle disponibilità portino qualche milione di euro alle nostre chiese, necessari per continuare a esistere, a evangelizzare, a svolgere la nostra missione nel mondo. Ma il calo è sotto gli occhi di tutti. Per questo ci dotiamo di altre modalità di azione, senza ansie né manie persecutorie, sempre nel solco del nostro spirito di grande libertà, in cui ciascuno in cuor suo deve decidere la misura del dono. Ci preoccupiamo soltanto di spiegare bene l´uso che facciamo del denaro ricevuto, nella speranza soprattutto di motivare le nuove generazioni che hanno un po´ perso questa importante consapevolezza».

UN GIORNO UNA PAROLA
2021
A G O S T O
Versetto del mese
Signore, porgi l orecchio,e ascolta!
Signore, apri gli occhi e guarda!
(II Re 10,16)



Salmo della settimana: 14


Domenica 1° Agosto
A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà (Luca 12,48)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze (Deuteronomio 6,5)
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo (I Giovanni 4,19)


E’ possibile amare Dio con mezzo cuore? E’ possibile provare un sentimento con solo un pezzo di cuore? Si può immaginare che il cuore sia composito. Effettivamente la tradizione rabbinica dà un suggerimento per certi versi sconcertante: si deve amare Dio sia con l isinto del bene, sia con l istinto del male. Infatti nell’uomo vi è una natura doppia, nel profondo, che lo costringere perennemente a scegliere. Ora, se è chiaro che cosa vuol dire amare Dio con la componente positiva, bisogna capire che cosa significhi amare Dio con quella negativa. Suggerisco che io pratico una forma di amore verso Dio nel momento in cui domino l’istinto del male, indirizzando verso Dio la capacità di dominare la tendenza malvagia.
Benedetto Carucci Viterbi


Matteo 13, 44-46; Filippesi 3, 4b-14; Geremia 1, 4-10









Preghiera




Poiché le tue parole, mio Dio,
non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso,
un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicita,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.
Fa che come fiammelle nelle stoppie
corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia

Madeleine Delbrel

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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