24 Novembre 2020
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Un patto di cittadinanza urgente e necessario

20-06-2017 07:18 - News
La discussione al Senato sullo «ius soli» e il riferimento alla tradizione americana

Il riconoscimento della cittadinanza a giovani figli di immigrati è uno dei temi più importanti che si possa discutere in un Parlamento. Si tratta, infatti, di decidere «chi è italiano» o, per dirla in termini più solenni, quali siano le condizioni per condividere il patto di cittadinanza che sta alla base di ogni comunità politica. Non è un semplice contratto civile: è un accordo che implica reciproca fiducia e che formalizza l´adesione ai principi fondamentali della Repubblica e ai destini di una comunità nazionale. Molto di più, quindi, che l´ovvio impegno a rispettare le leggi e le norme. La questione è quindi filosofica nel senso che rimanda ai fondamenti ideali che definiscono una comunità civile: chi la compone? Che cosa la unisce? Può aprirsi a nuovi soggetti? In che misura e a quali no?

Nella storia dell´Occidente democratico le risposte a questi interrogativi possono ricondursi a due modelli giuridici: quello del «sangue» e quello del «suolo» o – come preferiremmo definirlo – del «patto». Nel primo caso è cittadino chi è figlio di altri cittadini dello stesso paese e pertanto ne condivide il sangue, l´etnia, la tradizione. Nella storia europea è stato il modello prevalente, perpetuato per secoli, radicalizzato nelle ideologie del razzismo, della superiorità ariana e nella discriminazione nei confronti delle minoranze, prima tra tutte quelle religiose. La limpieza de sangre, purezza del sangue, fu l´argomento ideologico e teologico che nel 1492 determinò l´espulsione degli ebrei e dei musulmani dai territori al tempo di Isabella di Castiglia, detta «la Cattolica». Un presupposto falso e puramente ideologico che però nei secoli avrebbe generato i mostri che ben conosciamo.

In tempi più recenti e spostandoci verso l´Est europeo, la radicalizzazione del principio e la cultura dello ius sanguinis hanno sconvolto i tentativi di creare Stati federali o pluralisti. Le guerre nei territori balcanici dell´ex-Jugoslavia sono state alimentate da una ideologia del sangue che ha determinato il fallimento di ogni modello «federale» di convivenza tra etnie, culture e religioni diverse.

Si obietterà che quei conflitti sono stati il frutto di nazionalismi violenti ed estremi. Vero, ma è proprio lo ius sanguinis a determinare comunità «chiuse» sulla base di un falso presupposto etnico che non regge di fronte ai processi indotti dai nuovi pluralismi che si affermano in ogni società. E infatti, col tempo, vari Stati europei in cui vigeva lo ius sanguinis hanno approvato leggi che riconoscono la cittadinanza a coloro che da un certo numero di anni risiedono nel territorio nazionale: lo ius soli, appunto, sia pure «temperato» da alcuni requisiti quali la permanenza da un certo numero di anni o la frequenza di un ciclo scolastico nel paese di accoglienza.

È accaduto, ad esempio, in Germania, in Francia, nel Regno Unito, che così si sono avvicinati all´altro modello, quello tipicamente americano dello ius soli. Puro, senza aggettivi: è statunitense chi nasce negli Usa, sia pure da genitori «clandestini» o «irregolari». Questa norma è il frutto maturo di un ideale inclusivo, della convinzione che un «patto» contratto con «nuovi cittadini» che entrano nella comunità nazionale crea un vincolo civico più solido e più solido del «sangue»; che la pluralità è una ricchezza e non un pericolo. E pluribus unum, dai molti uno, come recita il motto ufficiale degli Usa. Non deve stupire che una società di «emigranti» si «racconti» con questa formula. Così come era naturale che l´originale tradizione puritana centrata sull´idea di un patto verticale tra i credenti e Dio producesse anche l´idea politica di un altro patto orizzontale che unisce e vincola uomini e donne di diversa tradizione.

Al netto delle gazzarre parlamentari, è di questo che oggi si dibatte in Italia. Che società vogliamo essere e se siamo pronti a costruire una comunità nazionale basata su di un patto democratico che afferma diritti e doveri, pluralismo e coesione civile.


Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126


Martedì 24 Novembre

Tutte le estremità della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio (Salmo 98,3)
Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? (Marco 4,21)

Quando calano i raggi del sole, per portare luce a paesi lontani, là viene annunciata la tua misericordia, e la lode a te risuona mille volte. Perché, come la mattina va senza sosta per la terra a portare luce, così una preghiera ininterrotta in molteplici forme si schiude e risplende.
Raymund Weber



I Pietro, 13-21: II Pietro 2, 12-22


Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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