24 Novembre 2020
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UN INGREDIENTE SPECIALE (GIOVANNI 5,1.5-16.39-47) pastore Marcello Salvaggio

20-10-2016 10:55 - TEMPO DELLO SPIRITO

Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. [...]
Là c´era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L´infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l´acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell´istante quell´uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.
Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all´uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"». Essi gli domandarono: «Chi è l´uomo che ti ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina?"» Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c´era molta gente. Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». L´uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l´aveva guarito era Gesù. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato. [...] Voi investigate le Scritture, perché pensate d´aver per mezzo di esse vita eterna, ed esse sono quelle che rendono testimonianza di me; eppure non volete venire a me per aver la vita!
Io non prendo gloria dagli uomini; ma so che non avete l´amore di Dio in voi. Io sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, quello lo riceverete. Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo? Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c´è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?». (Giovanni 5,1.5-16.39-47)

Se dovessimo misurare la nostra fede, la nostra capacità di credere, con che cosa la misureremmo? Esiste o no un metro apposito che ci dica se abbiamo fede e quanta ne abbiamo? Prendiamo noi. La nostra spiritualità, la nostra fede proviamo a misurarla nel venire regolarmente al culto, nel partecipare allo studio biblico, nella preghiera e nella lettura biblica personale, nell´azione diaconale. Eppure questo non ci basta! Sentiamo che manca qualcosa. Avvertiamo che la nostra fede spesso vacilla, arranca o si riduce unicamente ad una pietà personale. Lo constatiamo nel fatto che la nostra chiesa cresce poco e a volte decresce, che i nostri figli fanno fatica a seguire la nostra scelta di fede, che il paese, la nazione ci conosce poco o niente. Certo, lo sappiamo, la partecipazione al culto è importante, lo studio e la lettura della Bibbia altrettanto e lo stesso vale per la pietà personale e per la testimonianza pubblica. Ma questo può bastare? Può essere sufficiente per "avere la vita", come dice il vangelo di Giovanni? O tutto ciò non finisce per renderci Dio meno appetitoso o incomprensibile e la fede senza senso e impraticabile? Non manca un ingrediente speciale?
Nel testo che abbiamo letto dal Vangelo di Giovanni, Gesù sembra dirci una cosa molto chiara: la fede, la capacità di credere, dipende dalla capacità che abbiamo di amare. Credere o non credere equivale ad amare o non amare. Cosa vuol dire? Vuol dire che per credere in Dio devi fargli spazio nella tua vita o, per usare l´espressione del testo, devi «accogliere la gloria di Dio» nella tua esistenza. Tale è la caratteristica dell´amore: accogliere nel nostro spazio, tra le nostre braccia l´altra, l´altro. Se non siamo disposti ad amare e quindi accogliere Dio, come potremo credere in lui? Questa parola di Gesù è pronunciata in polemica con i Giudei che cercavano di ucciderlo per avere guarito un uomo infermo in giorno di sabato, fondando così la loro religiosità sulla legge di Mosè che vietava di compiere alcun lavoro in giorno di sabato. Ma quello stesso Mosè, garante della legge, a cui si appellano, diventa improvvisamente il loro accusatore; sono loro che hanno trasgredito, poiché non hanno capito che quella legge parlava di Gesù, che Gesù è il compimento della legge e che l´amore è la chiave di lettura di tutta la legge. Così facendo è come se avessero rifiutato Gesù, non gli hanno lasciato spazio nella loro vita e nella vita degli altri. La loro religiosità non è diventata fede. Proprio nel contesto di questa polemica Gesù ci dà il metro della nostra fede. Se veramente vogliamo misurare la nostra fede per comprendere quanto spazio ha Dio nella nostra vita, non abbiamo che da vivere nel suo amore, amandoci gli uni gli altri. A questa vocazione è stata chiamata la Chiesa e ciascun credente. In questo consiste il comandamento nuovo che Gesù ci ha donato. Di questo parla tutta la scrittura e i profeti. Ecco perché Gesù, alla fine del suo discorso, conclude con quella domanda che è anche un appello: se vuoi credere in Gesù, l´unico e definitivo inviato di Dio, allora devi credere alle scritture di Mosè che gli rendono testimonianza.
Con questa nuova prospettiva, con questo nuovo comandamento, la nostra vita di fede acquista allora una nuova luce: andare al culto, leggere e studiare la Bibbia, pregare e aiutare il prossimo diventano l´espressione del nostro amore verso Dio e verso il prossimo. L´amore e la nostra capacità di amare sono l´unico metro che abbiamo per misurare la nostra fede e la nostra capacità di accogliere Cristo in mezzo a noi. Questo è l´insegnamento di molti passi della Scrittura, dalla parabola del ricco e Lazzaro, al famoso inno all´amore di 1 Corinzi 13. Esaminiamo dunque la nostra vita e la nostra fede alla luce di questa parola e che l´amore che Dio ci ha donato e in cui noi ci fondiamo, si trasformi in quell´amore reciproco che è alla base di ogni relazione e che ci dà la misura della nostra fede.





Fonte: Voce Evangelica
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126


Martedì 24 Novembre

Tutte le estremità della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio (Salmo 98,3)
Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? (Marco 4,21)

Quando calano i raggi del sole, per portare luce a paesi lontani, là viene annunciata la tua misericordia, e la lode a te risuona mille volte. Perché, come la mattina va senza sosta per la terra a portare luce, così una preghiera ininterrotta in molteplici forme si schiude e risplende.
Raymund Weber



I Pietro, 13-21: II Pietro 2, 12-22


Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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