14 Agosto 2018
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Se il granello di frumento non muore

10-04-2018 09:54 - News
Il 4 aprile 1968 moriva assassinato il pastore battista Martin Luther King Jr. apostolo della nonviolenza, difensore dei diritti, oltre che premio Nobel per la Pace

«Non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi interessa. [...] Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho guardato. E ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma voglio che questa sera voi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo, i miei occhi hanno visto la gloria del Signore che viene». Non si può prescindere da queste parole rievocando l´assassino del pastore Martin Luther King Jr. Sono state le sue ultime. Rese profetiche perché poche ore dopo la sera del 4 aprile 1968 egli veniva ucciso sul ballatoio del Motel Lorraine di Memphis, Tennessee, da alcuni colpi di arma da fuoco. La morte di Martin Luther King ci conduce subito ad affrontare il tema del significato di questa vita. Da un lato si deve dire che la storia e la cronaca non hanno registrato la vittoria della sua lotta. Il problema razziale la contraddizione di fondo della democrazia americana, il peccato originale della società nordamericana, il vulnus della cultura bianca statunitense non è risolto e il cammino da fare appare ancora lungo. D´altro canto, si deve anche affermare che la democrazia, la società, la cultura americane sono profondamente cambiate, tanto da essere in grado di eleggere un afroamericano alla presidenza della Repubblica (le immagini di quel giorno ci mostrarono le lacrime di Jesse Jackson, colui aveva sorretto con le sue braccia la caduta del corpo di King). Tanto da riservare a King l´unica festività civile americana dedicata ad una persona, onore che non è stato concesso né a Washington, né a Lincoln. Tanto da dedicargli un monumento accanto all´obelisco della Mall di Washington davanti alla Casa Bianca.

Da dove proviene Martin Luther King? Alcune risposte a questa domanda potrebbero apparire ovvie: una radice fondamentale è la negritudine. Anzi, la negritudine nel Sud razzista. Lui stesso racconta lo shock per come venne a contatto con questa realtà e quanto fu dolorosa quando a otto anni dovette incomprensibilmente rinunciare all´amicizia di un bambino bianco vicino di casa. La loro età non permetteva più una amicizia che cominciava a diventare socialmente sconveniente. Fu il padre, pastore battista anche lui, che dovette non solo consolarlo, ma anche svezzarlo a questa nuova realtà del suo futuro: la segregazione. Non si può omettere di citare, tra le radici di King, la chiesa. Certo, la chiesa "evangelica", la sua dottrina della grazia, la centralità della Bibbia, ma soprattutto la chiesa "nera", lo Spiritual, quel connubio di fede e di anelito alla libertà che aveva creato comunità dove si predica, si prega e si canta, ma anche dove ci si incontra per affrontare le questioni che riguardano la vita della comunità sociale, il ragazzo arrestato, la polizia violenta, il datore di lavoro prepotente. È lì che nacque il campione dei diritti civili. Quando Rosa Parks si rifiutò di lasciare il posto riservato ai bianchi sull´autobus, furono le chiese che affidarono a King il compito di guidare il movimento, e furono le chiese ad ospitare gli incontri organizzativi delle azioni di protesta, tra cui uno sciopero che durò un intero anno, durante il quale nessun nero, e nessun bianco solidale, salì più su un autobus, determinando il fallimento della compagnia di trasporti e la ribalta mediatica del movimento e del suo leader. Un´ulteriore radice è la formazione culturale che King ha ricevuto. Martin Luther King Jr. era un pastore battista, con una formazione culturale e teologica d´eccellenza, compreso un dottorato. Il ministero pastorale, nella comunità afroamericana, include, implica, la leadership. Questo è vero per ogni pastore, che non è solo un predicatore, ma è soprattutto il portavoce della comunità nera, è conosciuto in questura, in tribunale e nelle redazioni. Però la formazione culturale media del pastore afroamericano negli anni ´50 era spesso non solo limitata, ma anche teologicamente conservatrice. Martin Luther King Jr. ricevette una formazione non solo d´eccellenza, ma anche liberale, aggiornata, progressista, conseguita all´Università di Boston, nel Nord liberale. King aveva la formazione per diventare un leader nazionale e una capacità di riflessione filosofica fuori del comune. Il suo discorso più noto, «I Have A Dream» Io ho un sogno è considerato il discorso più influente del XX secolo, è parte del programma scolastico e ogni studente deve conoscerlo a memoria.

Ci sono tre persone che non è possibile non nominare quando si parla di Martin Luther King Jr. La prima è Mohandas Gandhi. Gandhi era Hindu, leader della lotta pacifica di liberazione dell´India dal colonialismo britannico. King volle conoscerlo personalmente e disse apertamente che nella lotta per i diritti civili, la motivazione veniva da Cristo e il metodo da Gandhi. La seconda persona è Malcom X, convertito all´Islam, che all´inizio sembrava un personaggio lontano da King, critico verso il cristianesimo, giudicato complice del segregazionismo, e critico del metodo pacifista al quale contrapponeva il metodo dei Black Panther. La lotta per i diritti civili ha in seguito avvicinato i due leader, specialmente quando King sollevò i problemi strutturali della società americana che creavano non solo la segregazione, ma anche la povertà di milioni di neri e bianchi, o la contraddizione della guerra del Vietnam. King venne progressivamente abbandonato dai bianchi che erano stati solidali con il movimento dei diritti civili, i quali cominciavano a considerarlo un radicale. Per questi King scrisse una «Lettera dal carcere di Birmingham» dove spiegava perché i neri non potevano aspettare per ottenere i loro diritti. Questo isolamento può essere considerato la motivazione principale dell´assassinio di King. La terza persona è Coretta Scott, moglie di Martin. Coretta era lei stessa un´attivista del movimento e colei che raccolse la leadership del movimento dopo la morte del marito. Sono vere le notizie che Martin, in più occasioni, tradì la moglie con altre donne.

Martin Luther King Jr. ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1964. A cinquant´anni dalla morte possiamo dire di aver imparato almeno questa lezione da lui, cioè che lo scontro sociale può avere un profondo valore spirituale se viene affrontato con la «Forza d´Amare». Ma, come parola conclusiva, vorrei ricordare il suo concetto di «Beloved Community», di Comunità prediletta, che trovo l´idea più straordinaria e utile di King. La desegrazione per King non era un fine, ma un passo intermedio verso una visione più grande: «Il fine non è la riconciliazione; il fine non è la liberazione; il fine è la creazione della Comunità prediletta». Si tratta di una comunità civile nella quale persone di diverse provenienze si riconoscono come interconnessi e comprendono che il benessere individuale è inestricabilmente connesso al benessere degli altri. Il fine di ogni cambiamento sociale non è solamente la tolleranza, e neppure il riconoscimento dei diritti umani e civili, o il progresso delle condizioni economiche; questi sono passi necessari, ma non sufficienti al progresso umano. Non ci si può fermare finché non si supera il pregiudizio e la diffidenza che dominano la natura umana. La strada verso la Comunità prediletta è la riconciliazione di persone che sono state in conflitto ed è fondata su un profondo senso di interconnessione umana, di armonia trascendente e di amore tra tutte le persone umane.


Fonte: Riforma.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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