24 Novembre 2020
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SULLA FILOSOFIA CRISTIANA - Intervista a Elisa Grimi

24-10-2017 15:29 - Fede e spiritualità
a cura di Tudor Petcu

T.P. Nella Sua prospettiva quale secondo Lei il luogo della filosofia della religione nel mondo delle discipline sapienziali? Considerata la crisi postmoderna dei valori spirituali odierna parlare di filosofia della religione al giorno d´oggi può risultare difficile. Tuttavia si pone come necessario e importante trovare – o meglio ritrovare – la dimensione spirituale della filosofia, dimensione per l´appunto rappresentata dalla filosofia della religione.

E.G. Parlare di filosofia della religione oggi non solo è difficile ma in molti contesti può apparire una contraddizione. Che l´orizzonte della credenza sia incluso in quello del pensiero, non è una cosa che viene sempre accolta in modo pacifico dagli addetti ai lavori. Che poi si possa includere un orizzonte di trascendenza sul quale il pensiero dovrebbe trovare il suo sviluppo questa è una consapevolezza rara. Trovo molto interessante la considerazione di Adriano Fabris recentemente elaborata per una filosofia delle religioni. Oggi occorre parlare chiaro. Le religioni si differenzano per il loro credo, pertanto universalizzare la disciplina lo trovo un errore metodologico. Fine invece la distinzione richiamata dal filosofo pisano. Seppure la pluralità di religioni è conservata anche nella definizione di "filosofia della religione", come ben ricostruisce Andrea Aguti nella sua recente puntuale Introduzione, tuttavia occorrerebbe ben riflettere sulla questione se il fenomeno religioso sia sempre e in ogni caso unitario, e ancora definire che cosa si intenda con fenomeno e se questo sia indifferentemente in modo univoco applicabile a contesti religiosi differenti.
Ciò che mi pare molto significativo è un ritorno della consapevolezza dell´importanza di trattare di religione in filosofia, binomio che negli scorsi anni era rimasto quasi dimentico – se non per poche eccezioni – nelle accademie italiane. Il vero problema però credo sia comprendere che cosa comparti nel filosofare di un pensatore cristiano la sua credenza, se sia questione di filosofia della religione, o meglio – questa è la mia tesi – di filosofia cristiana. Un aggettivo che rispetto a un complemento di specificazione ha certamente forza e conseguenze maggiori in ambito sociale ed etico.

T.P. Il postmodernismo potrebbe essere considerato in qualche modo il nemico della funzione spirituale della filosofia ma, come ha affermato Gianni Vattimo, dovremmo parlare anche di un cristianesimo postmoderno, anche se tale definizione non fosse di facile comprensione. Mi interesserebbe tuttavia domandarLe quale sia per Lei il significato di cristianesimo postmoderno. L´opera di Gianni Vattimo Credere di credere mi ha infatti suscitato la domanda: come può il cristianesimo diventare davvero postmoderno?

E.G. Il cristianesimo postmoderno come il postcristianesimo la trovo una teoria balzana. Mi pare essere una invenzione linguistica di quel pensiero unico che non conosce il valore della testimonianza. Di fronte alla testimonianza cristiana non ci sono sovraclassi o sottoclassi del cristianesimo, ma vi è la sola fede cristiana, unica, autentica e decisiva. In un periodo di confusione, come quello attuale, dove anche parlare di natura trova scarso accordo solitamente tra gli interlocutori, il cristianesimo postmoderno o postcristianesimo altro non pone che un problema in più, cioé ci si domanda se possa darsi un cristianesimo modificato. Ma il cristianesimo è tale perché guarda alla verità storica di Cristo, un avvenimento nella storia che ha salvato la storia. Pertanto non capisco quale l´urgenza di questo "post". Occorrerebbe invece un "post-it" a memoria della storia, di quella prima scintilla che ha provocato e suscitato il pensiero cristiano.

T.P. Sappiamo molto bene che la caratteristica più importante della religione, per cosi dire, soprattutto del cristianesimo risiede nella redenzione (o salvezza), anche se per alcuni pensatori cristiani c´è una qualche differenza tra redenzione e salvezza. Ma se nella redenzione c´è lo scopo dell´uomo dal punto di vista religioso, come si deve intendere questo concetto teologico tramite la filosofia della religione?

E.G. La storia della salvezza è un fatto. Se parliamo di salvezza credo sia errato parlare di filosofia. La filosofia è un cammino di amore per la sapienza, è una passione, è qualcosa che trasporta sino alla comprensione. Per questo preferisco parlare di filosofia delle religioni e di filosofia cristiana. Ripeto: la vera urgenza è una filosofia cristiana. Sono cioé dei pensatori dall´io non scisso, non diviso, ma unito. Sono pensatori che vivendo la propria fede non iniziano le lezioni lasciando fuori dalle aule chi sono e ciò in cui credono, ma a partire proprio dalla loro credenza si interessano sempre di più a un reale confronto sui temi, nella più piena e totale libertà con tutti. Svanirebbero tutti i pregiudizi che in molti bacini intellettuali i non-credenti nutrono verso i cattolici, troppo spesso – e purtroppo a ragion veduta – criticati per avere in tasca pepate soluzioni. Sarebbe poi molto interessante affrontare il tema della salvezza in altre religioni a partire dalle differenti epistemologie della credenza. Una ricerca che chissà non troverà presto il suo avvio. Servirebbe un po´ di questa consapevolezza in Occidente.

T.P. Il cardinale francese Paul Poupard affermava che la filosofia senza la teologia non potrebbe mai essere una vera filosofia perché la teologia come metafisica esprime la verità della filosofia dimenticata. Che cosa pensa a riguardo? Crede sia possibile attribuire alla filosofia una qualche funzione teologica?

E.G. Credo sia una questione di educazione e di metodo. Mi sorprese molto il dialogo con una collega atea che proveniva da una cultura differente da quella italiana. Trovò insolito includere in etica un orizzonte sociale che facesse riferimento a una causa, a un Dio. Si ostinava così nel suo tentativo – nobilissimo per la forte tensione di ricerca di verità che nutriva, molto di più di tanti progetti elaborati minuziosamente da cattolici – di ricercare un´etica universale che per essere tale non avrebbe dovuto contenere Dio. Paradossalmente – senza rendersene conto – proponeva un´universalità già fallace poiché escludeva l´esistenza o la non-esistenza di qualcosa.
La filosofia è per sua natura domanda di senso. Von Balthasar, in uno scritto che andrebbe imparato a memoria I compiti della filosofia cattolica nel tempo scriveva: «Supponiamo il filosofo cristiano che cerca di separare gli ambiti teologia-filosofia, in modo che egli possa sviluppare la sua passione naturale secondo gli stessi canoni di una filosofia pagana. In tal caso succede una delle due: o egli secolarizza i materiali teologici riducendoli a filosofia, come mostra l´esempio di gioberti o Hermes o Scheler; oppure cade nella maledizione di quella noia mortale, che segna la maggior parte dei manuali di filosofia neoscolastica. È insensato che un cristiano voglia gareggiare filosoficamente con la filosofia non -cristiana». Il testo venne scritto più di una cinquantina di anni fa, quanto è attuale!

T.P. E possibile dal suo punto di vista di parlare della filosofia della religione come una sorta di filosofia del linguaggio?

E.G. No, mi parrebbe molto insolito. La filosofia della religione interessa il fenomeno religioso. La filosofia del linguaggio certamente ha un ruolo essenziale per una maggiore comprensione di tale fenomeno, ma non lo ridurrei solamente a questa disciplina. Trattare il fenomeno religioso in termini puramente linguistici equivarrebbe a snaturarlo. Rintraccio spesso all´interno della filosofia analitica della religione di derivazione anglosassone la tendenza a trascurare il carattere di vissuto che caratterizza ciascuna religione. Per questo mi pare riduttivo ricondurre la filosofia della religione esclusivamente alla filosofia del linguaggio. Mi pare invece significativo considerare il misticismo, raggiunto da alcuni dei pensatori cristiani, si pensi ad esempio a Edith Stein. La conclusione del Tractatuswittgenstianaino bene avvertiva a riguardo: di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere. In questa prospettiva, cioè in rapporto con la mistica, comprenderei più facilmente la ragione di un accostamento della filosofia della religione alla filosofia del linguaggio.

T.P. Da ultimo mi piacerebbe sapere qual è la sua prospettiva sul metodo di ricerca della verità che si trova nella filosofia della religione.

E.G. Il metodo che utilizza la filosofia della religione è quello proprio della filosofia. Il filosofo deve argomentare a partire dall´ontologia che assume e attraverso l´epistemologia che accetta, cioé che ritiene vera e fondata. Il filosofo include inevitabilmente nella sua epistemologia delle credenze. Occorre considerare la natura di queste credenze, che certamente vanno specificandosi qualora si tratti di un filosofo cristiano. La secolarizzazione in un certo senso trascura la storia, come il filosofo credente che mette tra parentesi la sua credenza elimina il momento storico della sua conversione. Il pensatore cattolico oggi pertanto si trova di fronte a una maggiore difficoltà rispetto ai tempi antichi, come ricordava Von Balthasar: «[...] quando, nel suo fiorire, il primo cristianesimo si trovava davanti a una filosofia non-credente, la faceva crescere ed aprirsi dall´interno e la trasformava in recipiente della verità rivelata. Al contrario, oggi si trova davanti una filosofia post-cristiana, che ha già fatto esperienza della fede, è divenuta apparentemente saggia e adulta, e pensa di potersi allontanare dal cristianesimo. Nonostante tutto, il compito rimane; e non è possibile che il pensatore cristiano possa sottrarsi ad esso».
Circa una filosofia delle religioni, il metodo di ricerca deve prevedere innanzitutto una corretta comprensione della religione in oggetto, del contesto storico in cui è nata e di come è maturata nella storia. Il pluralismo religioso è oggi un tema molto vivo, che inevitabilmente comporta una riflessione di carattere etico. Dalla credenza deriva infatti un costume e una prassi, osservazione che paradossalmente in molti dibattiti è spesso facilmente elusa. Occorre invece comprendere in virtù di che cosa diverse religioni possano essere tra loro conciliabili e in virtù di che cosa una convivenza civile è possibile. La libertà di credo, espressione e stampa sono parti infatti caratterizzanti e integranti l´uomo occidentale. E certo, la storia e la cultura di un popolo non possono essere trascurate.




Fonte: Nuovo Giornale di Filosofia Religiosa
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126


Martedì 24 Novembre

Tutte le estremità della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio (Salmo 98,3)
Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? (Marco 4,21)

Quando calano i raggi del sole, per portare luce a paesi lontani, là viene annunciata la tua misericordia, e la lode a te risuona mille volte. Perché, come la mattina va senza sosta per la terra a portare luce, così una preghiera ininterrotta in molteplici forme si schiude e risplende.
Raymund Weber



I Pietro, 13-21: II Pietro 2, 12-22


Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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