14 Agosto 2018
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Ricchezza e povertà interrogano le Chiese

31-07-2018 08:37 - News
Si apre domenica 29 la 55a sessione di formazione del Segretariato attività ecumeniche

Prende il via domenica 29 luglio ad Assisi, per concludersi sabato 4 agosto, la 55a sessione di formazione ecumenica del Sae Segretariato attività ecumeniche , che ha per titolo «Le Chiese di fronte alla ricchezza, alla povertà e ai beni della terra», in riferimento al versetto dell´epistola ai Filippesi (4, 12) che dice «So essere nell´indigenza, so essere nell´abbondanza». Della sessione, che vedrà alternarsi relatori e relatrici delle chiese cattolica, protestanti e ortodosse, parliamo con il presidente del Sae, il biblista Piero Stefani.

Perché, dunque, questo titolo e questo riferimento biblico?

«La ragione principale di questa scelta è la presenza dei due termini antitetici, indigenza e abbondanza, e il fatto di saper vivere nell´una e nell´altra: in questo nostro mondo a volte ci si trova in una condizione, a volte nell´altra, o anche in una situazione intermedia, e non è detto che sia possibile vivere con tranquillità da una parte e non dall´altra...: la fede ci chiede di vivere là dove siamo. Ma nello specifico del passo biblico è molto interessante il fatto che questo versetto Paolo lo inserisca alla fine, nei saluti, ringraziando i Filippesi per l´aiuto che gli hanno dato. Però Paolo tiene anche a ribadire un fatto, come sempre nelle sue Lettere, e cioè che egli rivendica a sé la propria capacità di lavoro, la propria autosussistenza: non ha cioè bisogno di dipendere dalla vita altrui, e questo è importante perché la gratitudine, sia verso Dio sia verso gli altri, la si ha non quando si è nel bisogno estremo, ma quando si è liberi. Questo è un impegno che noi dobbiamo affrontare per cercare una società in cui la gratitudine si possa manifestare, là dove non ci sono bisogni assillanti e impellenti».

Il 2018 viene dopo l´anno fatidico del 500° della Riforma e per tutte le Chiese riprende un anno «normale» per la pratica e il cammino ecumenico: ma che cosa è «normalità» per l´ecumenismo che è un processo da costruire passo dopo passo?

«Certo, quella dell´ecumenismo non è una "normalità statica", ma in proposito farei questa considerazione sull´eredità di questo anno di celebrazioni: tra i vari aspetti, c´è stato quello di mettere in evidenza l´importanza del fattore storico di quella data; l´ecumenismo deriva da una serie di componenti che sono radicate in una storia largamente occidentale ed europea; e allora bisogna mantenere il tema e riprenderlo, non esaltando la storia come un assoluto e tantomeno come una fonte di identità compatte e non dialoganti, ma al contrario, per dire come la conoscenza storica sia un elemento fondamentale per relativizzare certe differenze, per pensare come certe differenze non derivino soltanto da diverse interpretazioni della Parola e della tradizione (che pure sono elementi fondamentali), ma anche da una serie di vicende storiche che non vanno trascurate. E questo è un elemento importante in un´epoca come la nostra, in cui la conoscenza storia è francamente poco considerata anche nell´ambito di molte esperienze religiose, che vivono la dimensione del presente e dell´esperienza senza tener conto di questo apporto culturale che non va assolutizzato, ma che va considerato come un apporto fondamentale, anche se "esterno", per avere una coscienza di fede più matura».

Le Chiese, oggi, sembrano ripiegate su se stesse, di fronte anche alla loro consistenza che va calando e sembrano timide nel dire agli altri le ragioni della loro fede. Può essere utile lavorare insieme per cercare di superare questa impasse?

«Come dicevamo prima, queste chiese sono come un po´ "appesantite" da una serie di questioni secolari che non possono essere dimenticate, ma che non possono neanche essere chiamate in causa per sostenere identità "compatte" ormai quasi tramontate se non in alcune frange nella loro compattezza. Io direi così: le chiese storiche cristiane devono cominciare a pensarsi, almeno all´interno del mondo occidentale, come minoranze. Naturalmente, minoranze non settarie, non chiuse ma capaci di dialogare tra loro e di annunciare l´Evangelo. Ma annunciare l´Evangelo significa annunciare qualcosa che è più grande delle Chiese stesse, sicuramente, e che mette in luce anche le insufficienze delle chiese: annunciare l´Evangelo non significa annunciare se stessi, ma annunciare una speranza che trascende se stessi e consente proprio di ammettere le proprie insufficienze: se poi le Chiese lo faranno guardandosi reciprocamente, aiutandosi reciprocamente e perdonandosi reciprocamente, la testimonianza sarà più sincera e più efficace».

Fra i relatori nei vari momenti della sessione, e alla conduzione di momenti di preghiera e meditazione, oltre a Piero Stefani, Enzo Pace, Anna Urbani, Rony Mamaui, Hans Gutierrez, Sarah Kaminski, Simone Morandini, Leonid Sevastianov, Peter Ciaccio (che cura una serata cinematografica), Letizia Tomassone, Paolo Ricca, Sandro Ventura. All´interno del programma un culto di Santa Cena condotto dal pastore Pawel Gajewski (giovedì 2) e una tavola rotonda sul finanziamento delle Chiese, con partecipazione di Paolo Cortellessa (Cei), del pastore Bruno Bellion e del prete ortodosso Ionut Radu.


Fonte: Riforma.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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