24 Novembre 2020
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Ricchezza e povertà interrogano le Chiese

31-07-2018 08:37 - News
Si apre domenica 29 la 55a sessione di formazione del Segretariato attività ecumeniche

Prende il via domenica 29 luglio ad Assisi, per concludersi sabato 4 agosto, la 55a sessione di formazione ecumenica del Sae – Segretariato attività ecumeniche –, che ha per titolo «Le Chiese di fronte alla ricchezza, alla povertà e ai beni della terra», in riferimento al versetto dell´epistola ai Filippesi (4, 12) che dice «So essere nell´indigenza, so essere nell´abbondanza». Della sessione, che vedrà alternarsi relatori e relatrici delle chiese cattolica, protestanti e ortodosse, parliamo con il presidente del Sae, il biblista Piero Stefani.

– Perché, dunque, questo titolo e questo riferimento biblico?

«La ragione principale di questa scelta è la presenza dei due termini antitetici, indigenza e abbondanza, e il fatto di saper vivere nell´una e nell´altra: in questo nostro mondo a volte ci si trova in una condizione, a volte nell´altra, o anche in una situazione intermedia, e non è detto che sia possibile vivere con tranquillità da una parte e non dall´altra...: la fede ci chiede di vivere là dove siamo. Ma nello specifico del passo biblico è molto interessante il fatto che questo versetto Paolo lo inserisca alla fine, nei saluti, ringraziando i Filippesi per l´aiuto che gli hanno dato. Però Paolo tiene anche a ribadire un fatto, come sempre nelle sue Lettere, e cioè che egli rivendica a sé la propria capacità di lavoro, la propria autosussistenza: non ha cioè bisogno di dipendere dalla vita altrui, e questo è importante perché la gratitudine, sia verso Dio sia verso gli altri, la si ha non quando si è nel bisogno estremo, ma quando si è liberi. Questo è un impegno che noi dobbiamo affrontare per cercare una società in cui la gratitudine si possa manifestare, là dove non ci sono bisogni assillanti e impellenti».

– Il 2018 viene dopo l´anno fatidico del 500° della Riforma e per tutte le Chiese riprende un anno «normale» per la pratica e il cammino ecumenico: ma che cosa è «normalità» per l´ecumenismo che è un processo da costruire passo dopo passo?

«Certo, quella dell´ecumenismo non è una "normalità statica", ma in proposito farei questa considerazione sull´eredità di questo anno di celebrazioni: tra i vari aspetti, c´è stato quello di mettere in evidenza l´importanza del fattore storico di quella data; l´ecumenismo deriva da una serie di componenti che sono radicate in una storia largamente occidentale ed europea; e allora bisogna mantenere il tema e riprenderlo, non esaltando la storia come un assoluto e tantomeno come una fonte di identità compatte e non dialoganti, ma al contrario, per dire come la conoscenza storica sia un elemento fondamentale per relativizzare certe differenze, per pensare come certe differenze non derivino soltanto da diverse interpretazioni della Parola e della tradizione (che pure sono elementi fondamentali), ma anche da una serie di vicende storiche che non vanno trascurate. E questo è un elemento importante in un´epoca come la nostra, in cui la conoscenza storia è francamente poco considerata anche nell´ambito di molte esperienze religiose, che vivono la dimensione del presente e dell´esperienza senza tener conto di questo apporto culturale che non va assolutizzato, ma che va considerato come un apporto fondamentale, anche se "esterno", per avere una coscienza di fede più matura».

– Le Chiese, oggi, sembrano ripiegate su se stesse, di fronte anche alla loro consistenza che va calando e sembrano timide nel dire agli altri le ragioni della loro fede. Può essere utile lavorare insieme per cercare di superare questa impasse?

«Come dicevamo prima, queste chiese sono come un po´ "appesantite" da una serie di questioni secolari che non possono essere dimenticate, ma che non possono neanche essere chiamate in causa per sostenere identità "compatte" ormai quasi tramontate – se non in alcune frange – nella loro compattezza. Io direi così: le chiese storiche cristiane devono cominciare a pensarsi, almeno all´interno del mondo occidentale, come minoranze. Naturalmente, minoranze non settarie, non chiuse ma capaci di dialogare tra loro e di annunciare l´Evangelo. Ma annunciare l´Evangelo significa annunciare qualcosa che è più grande delle Chiese stesse, sicuramente, e che mette in luce anche le insufficienze delle chiese: annunciare l´Evangelo non significa annunciare se stessi, ma annunciare una speranza che trascende se stessi e consente proprio di ammettere le proprie insufficienze: se poi le Chiese lo faranno guardandosi reciprocamente, aiutandosi reciprocamente e perdonandosi reciprocamente, la testimonianza sarà più sincera e più efficace».

Fra i relatori nei vari momenti della sessione, e alla conduzione di momenti di preghiera e meditazione, oltre a Piero Stefani, Enzo Pace, Anna Urbani, Rony Mamaui, Hans Gutierrez, Sarah Kaminski, Simone Morandini, Leonid Sevastianov, Peter Ciaccio (che cura una serata cinematografica), Letizia Tomassone, Paolo Ricca, Sandro Ventura. All´interno del programma un culto di Santa Cena condotto dal pastore Pawel Gajewski (giovedì 2) e una tavola rotonda sul finanziamento delle Chiese, con partecipazione di Paolo Cortellessa (Cei), del pastore Bruno Bellion e del prete ortodosso Ionut Radu.


Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126


Martedì 24 Novembre

Tutte le estremità della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio (Salmo 98,3)
Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? (Marco 4,21)

Quando calano i raggi del sole, per portare luce a paesi lontani, là viene annunciata la tua misericordia, e la lode a te risuona mille volte. Perché, come la mattina va senza sosta per la terra a portare luce, così una preghiera ininterrotta in molteplici forme si schiude e risplende.
Raymund Weber



I Pietro, 13-21: II Pietro 2, 12-22


Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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