14 Agosto 2018
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Renaio - Infiniti ritorni

09-08-2018 08:14 - News
La mattina del 14 luglio, dopo venti anni, sono tornato a Renaio invitato dalla comunità valdese che festeggiava la memoria dei luoghi e delle sue genti. Dopo un viaggio passato velocemente, la tappa di avvicinamento d´obbligo a Barga, da sempre sosta destinata, quando arrivavamo negli anni settanta, a fare le ultime spese possibili, le ultime provviste prima di inoltrarci nel verde dei castagni e salire la solita strada erta e bianca come il sale.
La ragione però non era solo questa, e non lo è stata neanche stavolta. La ragione era la concentrazione per prepararsi ad entrare nella porta del tempo, per affrontare il mare dei castagni ed immergersi nella atmosfera di montagna. Ho fatto un giro per Barga, prima la parte vecchia fino al duomo, poi, oltre il ponte, dopo uno sguardo al parco Kennedy, la parte nuova, i locali della vecchia edicola dove mi facevo mettere da parte i giornali dei giorni che seguivano alle partite amichevoli di agosto della Juve, il vecchio negozio di giocattoli, poco oltre il ponte e la macelleria, ultima occasione in passato per acquistare la carne prima di entrare in quel mondo "altro". Ero un po´ in "Nuovo cinema Paradiso."
Dell´onda dei ricordi l´assalse il sovvenir... ho aspettato un´oretta poi mi sono deciso dopo un respirone. Andiamo!
La strada rimane un lungo nastro di catrame che come un serpente avvolge la montagna nelle sue spire senza snaturarla. L´ulimo pezzo si collega al vecchio percorso e le ultime curve sono color nostalgia. Ecco Renaio, rompe là da ponente. Sulla sinistra, in basso, la vecchia casa del Beppe e della Valentina ne annunciano oramai l´arrivo prossimo col cartello RENAIO 1013 metri sopra il livello del mare. Come ne erano orgogliosi di quella misura, quasi come fosse il limite delle possibilità umane. Non plus ultra!
Entrato nel "Mostrico" sono stato accolto da Franca che gestisce adesso il locale e che mi ha spiegato tutti i lavori che sono stati fatti per mettere a norma il locale. Le stanze sono più piccole e poco riconoscibili tagliate da pareti che delimitano gli ambienti. Ecco il primo tuffo, rivedere due quadri che testimoniavano il passaggio della mia famiglia. Un quadro del fratello di mio zio raffigurante la parte del bosco prospicente una delle case che abiamo abitato e un quadro realista di mio babbo raffigurante prigionieri scortati da tedeschi. La cosa che mi ha fatto notare Veronica Marchi, in un messaggio su facebook su quel quadro, è la tristezza di tutte le facce. Non ci sono soldati e prigionieri; se togli loro le divise non riconosci chi sia il prigioniero chi la guardia. Sono tutti dei vinti, in ruoli diversi, ma sconfitti, come nei migliori film di Visconti: puoi essere un personaggio dei Malavoglia o il tenente austriaco di Senso, momentaneo vincitore che sa già che sarà lo sconfitto di domani. Vittime e Kapò.
Uscito dalla locanda mi sono fatto poi una bella passeggiata fino alla chiesa della mia prima comunione della quale avevamo abitato la canonica, rivedendo l´antico panorama della vallata con Sommocolonia ed il vecchio castagno sul quale ci arrampicavamo. Il prato scosceso nei paraggi della chiesa e del campanile è oramai pieno di cespugli, una piccola steppa là dove in passato c´era solo un prato uniforme tenuto rasato dalle pecore. Ecco, mancano i campanacci delle pecore di Giovanni e delle Capre di Enrico e tutto è silente; anche dai castagni spuntano numerosi i ributti alla loro base.
Dopo la passeggiata ho incontrato la Wilma. Lei oggi era tra le poche persone conosciute negli anni ´70 e riviste ora. Si è instaurata subito una sensazione particolare, una confidenza antica. Lei in fondo si può dire che mi abbia quasi salvato la vita all´epoca delle vacanze estive quando mi portò giù per la strada impervia, verso Barga e la farmacia, in preda ad una crisi asmatica che mi toglieva il fiato. Era la nipote di Enrico, una bella ragazza con una fiammante Mini rossa. Con quella andammo a rotta di collo verso la salvezza trai castagni, superando a tempo di record la difficoltosa manciata di chilometri che ci dividevano dalla meta. Il muro di castagni si apriva al passaggio della veloce auto come le acque si aprivano al cospetto di Mosè nel film i dieci comandamenti. Non so quanto abbia rischiato lei od io o mia madre che era con noi quella notte, fatto sta che è rimasta per me legata a quell´episodio ancora oggi dai contorni nitidi e sfumati. L´ho accompagnata verso il cimitero dove ha portato delle piante da mettere in omaggio ai suoi cari, alle croci valdesi dei Marchi, bianche come la neve in quel luogo inerpicato sulla sommità dell´ultimo cucuzzolo, dell´ultima ecumene. Oltre solo il cielo.
Gli odori di quella parte di montagna ci hanno fatto fare la considerazione che erano unici, che non si riscontravano nel resto del monte, una atmosfera diversa a poche decine di metri dalla piazzetta. Di quel posto ricordo un bastone che mio padre recuperò e lavorò. Era anche quello diverso dagli altri perchè non era di castagno; doveva essere di un qualche tipo di lenta, saggia e robusta ginestra, curvato in maniera impossibile tanto da non ritenerlo idoneo, ad una occhiata sommaria, per un appoggio per timore che si rompesse sotto il peso del corpo. Ed invece era resistentissimo e molleggiato nella sua ardita curvatura: si fletteva ma non si spezzava. Era un po´ come la gente di quella montagna.
Il pranzo gustato sotto il castagno parzialmente interrato enorme e secolare che ci ha fatto ombra tra il vino rosso ed i tortelli ai funghi in compagnia di Luca, che mi ha rintracciato per questa festa valdese di inizio estate. Mi hanno chiesto un paio di volte cosa pensassi della comunità valdese, quali fossero le mie impressioni di allora su di loro. In un film di Moretti si chiede al protagonista cosa ne pensi della sua generazione, e lui risponde come ho fatto io: "Non conosco la mia generazione - come io non conoscevo i valdesi in generale - per me ci sono Giuseppe, Enrico, Giovanni, Francesco, Marina... questi sono la mia generazione e questi per me sono i valdesi, anzi i renaiesi!" Sono nelle bestemmie di Beppe come nell´espressione di Enrico quando di qualcuno che non la pensava come lui ma al quale riconosceva l´onestà di fondo diceva: "En brava gente." con lo scuotere leggermente la testa ad asseverare l´esattezza del giudizio.
Nella scuola del paese, dietro la quale nella mattinata si è svolta la cerimonia religiosa di rito valdese, su un pendio naturale all´ombra dei castagni, è stata allestita una mostra con le foto d´epoca accompagnate anche da brani tratti dal mio racconto pubblicato qualche anno fa da Luca su "Il giornale di Barga." E´ stata una bellissima sorpresa vedere nelle teche in esposizione i miei brani ad accompagnare foto della comunità e della famiglia Marchi, quasi a validare la mia testimonianza, come faceva Enrico col suo leggero scuotere la testa.
Altro giro altro regalo. Non bastava il già cospicuo susseguirsi di sensazioni, ad esse si è aggiunta la visita di Pierpaolo Adami, mio compagno di banco delle medie che non vedevo dal 1976. "Venticinque anni son tanti e diciamo, un po´ retorici, che sembra ieri..." cantava Guccini, figurarsi quarantadue anni che non ci vedevamo dopo essere stati quasi siamesi per due anni di scuole medie per poi perdersi alle superiori con il cambio di amicizie. Poi il suo trasferimento in Garfagnana ed infine ritrovarsi a Renaio. Quaranta anni in poche frasi ed in un abbraccio! Mi ha presentato la sua compagna, quindi solo un breve accenno di Amarcord... poi il pomeriggio a rievocare ufficialmente l´epoca dei valdesi a Renaio con le numerose testimonianze ed i filmati dove si rivedono e riascoltano i protagonisti.
Al termine della rievocazione ho presentato il mio libro "Alboran" che in fondo è un´isola come lo è Renaio. Il mare che sostituisce i castagni, una comunità, un cimitero, un eliporto lì come la chiesa e la scuola qua. Quello che non mi aspettavo al termine della presentazione è stata la fila di persone che hanno comprato il libro e sono venute a chiedermi l´autografo e la dedica, davvero, dopo essere stato considerato uno di famiglia per tutto il tempo, sono diventato lo scrittore cantore del paese. Foto e dediche in una giornata indimenticabile tra passato e presente.
Come ho detto e come c´è scritto sul mio profilo social io "sono" di Renaio.
"Capitano mio capitano."


Fonte: Glauco Ballantini

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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