14 Agosto 2018
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Quale futuro per la Palestina?

08-06-2018 08:56 - News
Tramontata l´ipotesi della creazione di due stati per due popoli, occorre cercare soluzioni praticabili e soprattutto eque

Aref Hajjaj, politologo, esperto della situazione mediorientale, nato a Beirut e cresciuto nel Kuweit, vive in Germania dove presiede il Forum Palestina. Su invito dell´Amicizia ebraico-cristiana di Locarno ha tenuto, ad Ascona, una conferenza sul conflitto israelo-palestinese. Hajjaj ha pure commentato criticamente le recenti affermazioni del ministro degli esteri svizzero, Ignazio Cassis, sull´eventualità di ridurre gli aiuti ai palestinesi.

Aref Hajjaj, lei sostiene che la soluzione che prevede la costituzione di due stati distinti - quello palestinese, accanto a quello israeliano - è ormai superata e irrealizzabile. Perché?
Non vedo nessuna possibilità di creare uno stato palestinese accanto a quello israeliano perché la costruzione di sempre nuove colonie in territorio palestinese di fatto impedisce la realizzazione di un simile progetto. Nella West Bank sono sorte ovunque delle colonie israeliane, tanto che quel territorio è ormai diviso in due tronconi: una parte settentrionale e una meridionale. Inoltre le vie di comunicazione tra la West Bank e Gerusalemme est - che dovrebbe essere la capitale dello stato palestinese - sono state interrotte. Questa situazione mi spinge a ritenere che la sola soluzione praticabile sia quella di creare un unico stato, nel quale israeliani e palestinesi vivano insieme. Ovviamente in condizioni diverse da quelle odierne.

Dunque lei vede nelle colonie israeliane il nodo che impedisce la soluzione del conflitto israelo-palestinese...
Finché le colonie non saranno smantellate, non vedo nessuna possibilità di arrivare alla pace. Non parlo di cancellare le colonie, ma di ridimensionarle fortemente. Senza questa premessa, è impossibile creare uno stato palestinese, ed è anche impossibile creare un unico stato per israeliani e palestinesi in cui entrambi abbiano i medesimi diritti e doveri.

Quello che lei propone - vale a dire, uno stato unico per israeliani e palestinesi - è un modello davvero praticabile? Ci sono già degli esempi di coesistenza tra israeliani e palestinesi, o si tratta di una visione in qualche modo utopica?
In Israele ci sono alcune città - come Jaffa, Haifa o Akku, ora anche Nazareth - in cui le due componenti vivono, una accanto all´altra, in modo sostanzialmente pacifico. La comunicazione e gli scambi sono buoni. Certo, ci sono altre regioni, in Israele, in cui israeliani e palestinesi vivono completamente separati gli uni dagli altri. Ma se il modello di Jaffa, Haifa e delle altre città fosse adottato su scala nazionale, nell´ambito di uno stato unico, fondato su nuove basi, sono convinto che potrebbe funzionare. Oggi questa può sembrare una visione utopica, ma credo che le visioni possano essere realizzate, a condizione ovviamente che vengano create condizioni adatte.

Lei sostiene che per spingere la leadership israeliana ad adottare una linea politica diversa, occorre una pressione internazionale. Ad Ascona ha parlato anche di azioni di boicottaggio. Un tema delicato, un termine considerato spesso tabù. Ci spieghi che cosa intendeva...
Ho parlato di boicottaggio nei confronti dei prodotti privi di un chiaro certificato di provenienza. Se i prodotti provengono dallo stato di Israele, allora sono contrario al boicottaggio. Israele è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Ma se i prodotti provengono dalle colonie israeliane, allora ritengo che il boicottaggio sia un mezzo legittimo di protesta. E aggiungo che se la merce è priva di un certificato che ne indichi chiaramente la provenienza - e dunque sussista la possibilità che provenga dalle colonie -, allora è legittimo boicottare tutto ciò che proviene da Israele.

Lei lamenta il fatto che il movimento per la pace, in Israele, si sia molto indebolito negli ultimi vent´anni, dopo l´uccisione di Rabin. E ripone scarsa fiducia nella volontà dell´attuale governo israeliano di cercare soluzioni pacifiche. Ma come valuta la situazione sul versante palestinese?
Sono molto scettico nei confronti della leadership palestinese, sia quella di Ramallah, sia quella di Gaza. Entrambe sono corrotte, incapaci, avide solo di potere, caratterizzate da nepotismo e difesa di privilegi. Ripeto da tempo che bisogna tornare alle urne. In Palestina è dal 2010 che non si tengono più elezioni presidenziali o del parlamento. Nuove elezioni democratiche, sotto il controllo delle Nazioni Unite e della Comunità europea, potrebbero far emergere nuovi attori politici. C´è ad esempio il movimento denominato "Mudaraba" - l´iniziativa nazionale palestinese -, il cui leader è Mustafa Barghouti. Si tratta di una persona che sarebbe certamente in grado di condurre un dialogo di pace con la controparte israeliana.

Lei parla della corruzione che regna a Ramallah come a Gaza. Dunque, ha ragione il ministro degli esteri svizzero, Ignazio Cassis, nel dire che bisogna ridurre gli aiuti ai palestinesi perché sono corrotti...
...ma Cassis non ha motivato la sua proposta riferendosi alla corruzione. Se lo avesse fatto, avrei sottoscritto le sue parole, ma il ministro degli esteri ha usato un´altra motivazione, e cioè quella dell´abitudine a ricevere aiuti. In questo senso, non posso essere d´accordo con lui: la situazione umanitaria, a Gaza, è catastrofica. Se le persone laggiù non ricevessero più aiuti, sarebbe un disastro. Per molti, sarebbe la morte. Ritengo dunque che quella dichiarazione del ministro Cassis, espressa oltretutto in un momento di grave difficoltà per la popolazione di Gaza, sia stata piuttosto infelice. Perciò mi sono rallegrato quando il ministro ha corretto le sue dichiarazioni. Ripeto, gli aiuti finanziari, umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza, sono al momento assolutamente necessari.

Un´ultima domanda, per concludere. Che ruolo ha la religione nel conflitto israelo-palestinese? Alla luce anche del fatto che proprio Gerrusalemme riveste, per cristiani, musulmani ed ebrei, una grande importanza, anche dal punto di vista religioso...
Le religioni rivestono purtroppo un ruolo sempre più importante. Lo vediamo nei movimenti più conservatori ed estremisti nella Striscia di Gaza, ad esempio - penso ad Hamas, ma anche a Jihad Islamya e altri. Nel contesto più ampio del conflitto israelo-palestinese, la situazione mi sembra essere un po´ diversa. La religione non riveste un ruolo così importante: palestinesi cristiani e musulmani sono su posizioni sostanzialmente vicine, e non ci sono tensioni tra sciiti e sunniti perché i palestinesi di religione islamica sono tutti sunniti. Per quanto concerne Gerusalemme, è importante sottolineare che per i palestinesi la città ha un significato più nazionale che religioso. Nella coscienza palestinese, Gerusalemme è "la nostra capitale". Il fattore religioso non è dunque il nodo principale del confronto tra palestinesi ed ebrei - per Hamas lo è, ma non per la maggioranza della popolazione palestinese. Per i palestinesi si tratta di una questione nazionale. (intervista di Paolo Tognina)


Fonte: Voceevangelica.ch

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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