18 Marzo 2019

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Quale futuro per la Palestina?

08-06-2018 08:56 - News
Tramontata l´ipotesi della creazione di due stati per due popoli, occorre cercare soluzioni praticabili e soprattutto eque

Aref Hajjaj, politologo, esperto della situazione mediorientale, nato a Beirut e cresciuto nel Kuweit, vive in Germania dove presiede il Forum Palestina. Su invito dell´Amicizia ebraico-cristiana di Locarno ha tenuto, ad Ascona, una conferenza sul conflitto israelo-palestinese. Hajjaj ha pure commentato criticamente le recenti affermazioni del ministro degli esteri svizzero, Ignazio Cassis, sull´eventualità di ridurre gli aiuti ai palestinesi.

Aref Hajjaj, lei sostiene che la soluzione che prevede la costituzione di due stati distinti - quello palestinese, accanto a quello israeliano - è ormai superata e irrealizzabile. Perché?
Non vedo nessuna possibilità di creare uno stato palestinese accanto a quello israeliano perché la costruzione di sempre nuove colonie in territorio palestinese di fatto impedisce la realizzazione di un simile progetto. Nella West Bank sono sorte ovunque delle colonie israeliane, tanto che quel territorio è ormai diviso in due tronconi: una parte settentrionale e una meridionale. Inoltre le vie di comunicazione tra la West Bank e Gerusalemme est - che dovrebbe essere la capitale dello stato palestinese - sono state interrotte. Questa situazione mi spinge a ritenere che la sola soluzione praticabile sia quella di creare un unico stato, nel quale israeliani e palestinesi vivano insieme. Ovviamente in condizioni diverse da quelle odierne.

Dunque lei vede nelle colonie israeliane il nodo che impedisce la soluzione del conflitto israelo-palestinese...
Finché le colonie non saranno smantellate, non vedo nessuna possibilità di arrivare alla pace. Non parlo di cancellare le colonie, ma di ridimensionarle fortemente. Senza questa premessa, è impossibile creare uno stato palestinese, ed è anche impossibile creare un unico stato per israeliani e palestinesi in cui entrambi abbiano i medesimi diritti e doveri.

Quello che lei propone - vale a dire, uno stato unico per israeliani e palestinesi - è un modello davvero praticabile? Ci sono già degli esempi di coesistenza tra israeliani e palestinesi, o si tratta di una visione in qualche modo utopica?
In Israele ci sono alcune città - come Jaffa, Haifa o Akku, ora anche Nazareth - in cui le due componenti vivono, una accanto all´altra, in modo sostanzialmente pacifico. La comunicazione e gli scambi sono buoni. Certo, ci sono altre regioni, in Israele, in cui israeliani e palestinesi vivono completamente separati gli uni dagli altri. Ma se il modello di Jaffa, Haifa e delle altre città fosse adottato su scala nazionale, nell´ambito di uno stato unico, fondato su nuove basi, sono convinto che potrebbe funzionare. Oggi questa può sembrare una visione utopica, ma credo che le visioni possano essere realizzate, a condizione ovviamente che vengano create condizioni adatte.

Lei sostiene che per spingere la leadership israeliana ad adottare una linea politica diversa, occorre una pressione internazionale. Ad Ascona ha parlato anche di azioni di boicottaggio. Un tema delicato, un termine considerato spesso tabù. Ci spieghi che cosa intendeva...
Ho parlato di boicottaggio nei confronti dei prodotti privi di un chiaro certificato di provenienza. Se i prodotti provengono dallo stato di Israele, allora sono contrario al boicottaggio. Israele è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Ma se i prodotti provengono dalle colonie israeliane, allora ritengo che il boicottaggio sia un mezzo legittimo di protesta. E aggiungo che se la merce è priva di un certificato che ne indichi chiaramente la provenienza - e dunque sussista la possibilità che provenga dalle colonie -, allora è legittimo boicottare tutto ciò che proviene da Israele.

Lei lamenta il fatto che il movimento per la pace, in Israele, si sia molto indebolito negli ultimi vent´anni, dopo l´uccisione di Rabin. E ripone scarsa fiducia nella volontà dell´attuale governo israeliano di cercare soluzioni pacifiche. Ma come valuta la situazione sul versante palestinese?
Sono molto scettico nei confronti della leadership palestinese, sia quella di Ramallah, sia quella di Gaza. Entrambe sono corrotte, incapaci, avide solo di potere, caratterizzate da nepotismo e difesa di privilegi. Ripeto da tempo che bisogna tornare alle urne. In Palestina è dal 2010 che non si tengono più elezioni presidenziali o del parlamento. Nuove elezioni democratiche, sotto il controllo delle Nazioni Unite e della Comunità europea, potrebbero far emergere nuovi attori politici. C´è ad esempio il movimento denominato "Mudaraba" - l´iniziativa nazionale palestinese -, il cui leader è Mustafa Barghouti. Si tratta di una persona che sarebbe certamente in grado di condurre un dialogo di pace con la controparte israeliana.

Lei parla della corruzione che regna a Ramallah come a Gaza. Dunque, ha ragione il ministro degli esteri svizzero, Ignazio Cassis, nel dire che bisogna ridurre gli aiuti ai palestinesi perché sono corrotti...
...ma Cassis non ha motivato la sua proposta riferendosi alla corruzione. Se lo avesse fatto, avrei sottoscritto le sue parole, ma il ministro degli esteri ha usato un´altra motivazione, e cioè quella dell´abitudine a ricevere aiuti. In questo senso, non posso essere d´accordo con lui: la situazione umanitaria, a Gaza, è catastrofica. Se le persone laggiù non ricevessero più aiuti, sarebbe un disastro. Per molti, sarebbe la morte. Ritengo dunque che quella dichiarazione del ministro Cassis, espressa oltretutto in un momento di grave difficoltà per la popolazione di Gaza, sia stata piuttosto infelice. Perciò mi sono rallegrato quando il ministro ha corretto le sue dichiarazioni. Ripeto, gli aiuti finanziari, umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza, sono al momento assolutamente necessari.

Un´ultima domanda, per concludere. Che ruolo ha la religione nel conflitto israelo-palestinese? Alla luce anche del fatto che proprio Gerrusalemme riveste, per cristiani, musulmani ed ebrei, una grande importanza, anche dal punto di vista religioso...
Le religioni rivestono purtroppo un ruolo sempre più importante. Lo vediamo nei movimenti più conservatori ed estremisti nella Striscia di Gaza, ad esempio - penso ad Hamas, ma anche a Jihad Islamya e altri. Nel contesto più ampio del conflitto israelo-palestinese, la situazione mi sembra essere un po´ diversa. La religione non riveste un ruolo così importante: palestinesi cristiani e musulmani sono su posizioni sostanzialmente vicine, e non ci sono tensioni tra sciiti e sunniti perché i palestinesi di religione islamica sono tutti sunniti. Per quanto concerne Gerusalemme, è importante sottolineare che per i palestinesi la città ha un significato più nazionale che religioso. Nella coscienza palestinese, Gerusalemme è "la nostra capitale". Il fattore religioso non è dunque il nodo principale del confronto tra palestinesi ed ebrei - per Hamas lo è, ma non per la maggioranza della popolazione palestinese. Per i palestinesi si tratta di una questione nazionale. (intervista di Paolo Tognina)


Fonte: Voceevangelica.ch

UN GIORNO UNA PAROLA

Salmo della settimana: 10

Lunedì 18 Marzo

Guai a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del lo diritto i poveri (Isaia 10, 1-2)
Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà (Romani 12, 2)

Signore amorevole, liberaci da quell’atteggiamento difensivo che troppo rapidamente ci spinge a rifiutare e respingere, da quell’arroganza che troppo rapidamente ci porta a giudicare, da quella meschinità d’animo che ci impedisce di scoprire il bene presente nell’altro. Liberaci, Signore, affinché possiamo amare ed imparare
Dal Consiglio Ecumenico delle Chiese

Genesi 37, 3-36; I Samuele 14, 1-15




PREGHIERA

E’ buio, Signore, dentro di me, ma presso di te c’è la luce.
Sono solo, ma tu non mi abbandoni.
Sono impaurito, ma presso di te c’è l’ aiuto.
Sono inquieto, ma presso di te c’è la pace.
In me c’è amarezza, ma presso di te c’è pazienza.
Io non comprendo le tue vie, ma tu conosci la mia via.

Ravasi


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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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