22 Giugno 2018
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Qualcosa non va!

07-03-2018 09:28 - News
«Un pensionato italiano in preda al desiderio di suicidio, invece di colpirsi e di farla finita, decide di sparare al primo passante che incontra per strada». Quel passante è Idi Diene

Ieri la baraonda causata dai risultati elettorali ha sommerso tutto. Dati, opinioni, ipotesi e trame, imperavano sulle prime pagine dei giornali, nelle trasmissioni televisive e nel web. Dunque, l´informazione dedicata ad altro è passata in sordina e una notizia assurda, quasi irreale, annunciava la morte a Firenze di un cittadino di origini senegalesi di 54 anni, Idy Diene.

«Un uomo, un pensionato italiano annunciava la notizia in preda al desiderio di suicidio, invece di colpirsi e di farla finita, ha deciso di sparare al primo passante che avrebbe incontrato per strada».

Quel passante, era proprio Idy Diene. «Solo poco tempo fa abbiamo dovuto soccorrere altri fratelli africani colpiti da un´arma da fuoco grida la voce di una persona accorsa alla manifestazione per ricordare Idy , oggi un altro fratello è morto senza motivo. Qualcosa non va!», afferma disperato: «qui in Italia qualcosa non va!»; l´uomo che urla diperato è il rappresentante della comunità senegalese di Firenze, Pape Diaw.

Siamo abituati, ormai, a vedere in tv e leggere sui giornali le tragedie che affliggono il nostro pieneta: in Siria ogni giorno muoiono bambini, donne, anziani; in Africa si perde la vita per la mancanza di acqua, di cibo, o per malattie che in Italia sarebbero facilmente curabili. I braccianti (i nuovi schiavi) che lavorano nei nostri campi, vessati da caporali (più corretto chiamarli aguzzini) che possiedono le loro vite. Eppure, l´assuefazione ai disastri quotidiani, scandisce la nostra giornata tra impegni da onorare e interstizi da soddisfare.

«Ricordo racconta la scrittrice Edith Bruck sul mensile Confronti, oggi una delle ultime testimoni viventi della Shoah, perché deportata quand´era bambina ad Auschwitz che quando facevano vedere le immagini televisive della tragedia nel Biafra non riuscivo a mangiare, sentivo dentro di me un "senso di colpa" e una forte empatia verso quei bambini, quelle donne e quegli uomini martoriati dalla fame e dalla siccità. Oggi sono cambiata: quando le immagini televisive raccontano di altre tragedie, malgrado il dolore e la sofferenza provocata da quei servizi giornalistici, riesco a mangiare. Questa vita mi ha cambiata. È come se fossi stata "vaccinata" alle tragedie. Un´assuefazione all´informazione di cronaca e al dolore che ritengo preoccupante per tutta la società. Auschwitz prosegue Bruck in tutta la sua tragedia e brutalità, ha saputo insegnarmi alcuni valori che porto con me: ho imparato il rispetto e la non violenza... paradossalmente quel luogo di brutalità e di sofferenze è stato una palestra dover poter interiorizzare valori etici e morali. Quando i nostri aguzzini, anche ragazzini quindicenni, ci sorvegliavano e sputavano addosso pensavo, nel profondo, che invece si sarebbero dovuti vergognare per ciò che stavano facendo; e che non dovevo essere io a vergognarmi per quelle offese. Quelle persone, con le loro azioni, stavano perdendo la loro umanità».

La notizia di ieri è risuonata diversa, ed è stata recepita, dai più attenti, come devastante, come una inesorabile débâcle dei nostri tempi, come una pericolosa spirale di violenza; come se la «banalità del male» messa in atto nel passato e nella totale indifferenza di molti, stesse riaffiorando.

Proprio a pochi giorni dai tragici fatti di Macerata, ieri un´altra notizia scuote, stupisce, mortifica: un uomo, «in preda a depressione e desideroso di suicidarsi, cambia idea», così, forse per paura di mettere in atto quel gesto, forse per un naturale attaccamento alla (propria) vita, o forse per incapacità, o forse, forse, forse... «Decide così racconta la giornalista del Gr di uccidere il primo passante incontrato per strada, per ottenere prosegue la surreale notizia il carcere a vita», perché quell´uomo era depresso per via di «un debito di 30 mila euro». Dunque, qualcuno avrebbe dovuto pagarne il fio, ma al posto suo... «Non era nelle intenzioni (del pensionato, ndr) un omicidio di stampo razzista», sono le parole dichiarate alla polizia durante l´interrogatorio. Dopo il Gr, un´altra trasmissione raccoglie commenti degli ascoltatori, commenti a caldo. «Cavalcare la preoccupante deriva razzista è stata una trovata elettorale, così come lo è stato l´allarme lanciato per la nuova deriva fascista, dal momento che i movimenti di estrema destra come Casa Pound e Forza Nuova hanno ottenuto pessimi risultati elettorali».

Qualcuno, poi, fortunatamente, ricorda e con preoccupazione la dannosa campagna elettorale portata avanti da Matteo Salvini in questi anni, dove «prima vengono gli italiani», e poi i «clandestini».

Tutti zitti, allora.

L´omicida non è razzista, perché prima di incontrare Idy dichiara di «non aver voluto sparare a una madre di origini africane insieme alla sua piccola figlia». «Non è razzismo» assicura anche la procura, mentre la comunità senegalese protesta e causa disordini in piazza urlando e chiedendosi: «perché quell´uomo ha deciso di colpire proprio il giorno dopo la vittoria dei "fascisti"?».

Idy Diene era un uomo, un cittadino residente in Italia e originario del Senegal. Era un venditore ambulante regolare ed è stato ucciso a colpi di pistola sul ponte Vespucci di Firenze per puro caso, perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato da Roberto Pirrone, un pensionato italiano di 65 anni. Questo è stato. La comunità senegalese non ci sta e ricorda che l´omicida prima di Idy ha incontrato molte altre persone sul suo cammino.

Al corteo promosso per celebrarne la memoria, e che ha attraversato tutto il centro storico, hanno preso parte l´assessora al welfare Sara Funaro e l´imam di Firenze Izzeddin Elzir. Oggi Elzir nel suo profilo facebook, pubblicando la foto di Idy, ha postato il suo saluto all´uomo «Pace alla tua anima fratello», e poco dopo è arrivato l´omaggio del professor Valdo Spini, già ministro della Repubblica italiana: «Caro fratello, che la tua anima riposi in pace».

L´omicidio di ieri ha riaperto una ferita nella comunità senegalese fiorentina, già vittima di una strage sette anni fa. Il 13 dicembre 2011, due senegalesi furono uccisi da un estremista di destra, che si suicidò perché inseguito dalle forze dell´ordine. Due casi, distanti nel tempo, ma accomunati dallo stesso male.

Stiamo attraversando un periodo delicato, ci possono essere ancora d´aiuto le parole di Edith Bruck.

«L´uomo non impara, diceva mia madre, perché non fa altro che "segare l´albero dove vive". Questo è ciò che stiamo facendo ora, e sin dalle nostre origini, da Adamo ed Eva in poi. La storia è disseminata di morti, camminiamo sui morti che poi ci lasciamo alle spalle, e la maggior parte sono vittime innocenti. L´uomo è cieco, senza coscienza. Oggi, a cosa diamo valore, mi chiedo? Non diamo più il giusto valore alla vita, al pezzo di pane che possiamo mangiare, al fatto di avere un letto dove poter dormire e che molti non possono avere. Assistiamo all´epoca del disprezzo, un disprezzo etico e morale. Non ci interroghiamo più su cosa sia la vita. Una vita che, in effetti, può essere faticosa, difficile, ingiusta. La vita è una lotta. Se ci pensate bene, però, non abbiamo niente di meglio. Forse è il dono più grande che si può ricevere. C´è qualcosa "di guasto" in questo mondo e francamente non vedo rimedi se non saremo noi i primi a porvi rimedio».


Fonte: Riforma.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

GIOVEDÌ 21 GIUGNO

O Signore degli eserciti, beato l´uomo che confida in te! (Salmo 84,12)

Egli, sperando contro speranza, credette (Romani 4,18)

Come è facile vivere con te, Signore, com´è dolce credere in te! Quando il mio spirito debole si perde nell´incomprensibile, quando gli intelligenti non vedono al di là della notte che cala e ignorano il domani, tu mi infondi dall´alto la luminosa certezza che tu ci sei e che tutte le vie del bene non sono chiuse.

Aleksandr Isaevic Solzenicyn

Matteo 18,15-20; Osea 1,1-9

PREGHIERA

Nostro Dio, noi confessiamo davanti a te,
e davanti a tutte e a tutti, che siamo stati
indegni. Abbiamo trattato male la tua
creazione e ne abbiamo spesso abusato;
ci siamo feriti l’uno con l’altra a causa
delle nostre divisioni; e non abbiamo
sempre saputo agire con fermezza contro
la distruzione dell’ambiente o contro
la povertà, contro il razzismo, contro la
guerra, contro il femminicidio. Non siamo
solo vittime, ma anche autori di violenza.
In tutto questo, non siamo stati dei veri
e delle vere discepole di Gesù Cristo,
colui che attraverso la sua incarnazione
è venuto a salvarci e a insegnarci come
amare. Perdonaci, nostro Dio, e insegnaci
a perdonarci gli uni con le altre. Rimani
con noi con la potenza del tuo Spirito.
Rimanici accanto, in Gesù Cristo. Amen.

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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