23 Agosto 2019

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Possibilità e impossibilità del dialogo oggi - di Adriano Fabris

07-06-2017 20:39 - News
Basta andare in una libreria. Basta assistere in tv a un talk show. Basta partecipare a un qualche forum in rete. L´esperienza di una contrapposizione tra chi crede e chi non crede – dura, estrema, molto spesso ideologicamente connotata – è qualcosa che colpisce.

Colpisce anzitutto chi riteneva che la questione religiosa fosse, di fatto, ormai superata nell´attuale contesto di secolarizzazione compiuta. E invece le religioni sono di nuovo protagoniste della storia: nel bene e nel male, e in modi diversi nelle diverse parti del mondo. Colpisce chi ancora ritiene che tra non credenti e credenti vi possa essere un confronto a base di reciproco fair play.

Non è così, il più delle volte. Non sembra possibile. Perché a contrapporsi, di fatto, non sono solamente una rinnovata forma di ateismo, da una parte, e un fondamentalismo religioso rigido e sordo, dall´altra. Invece, se vogliamo vedere le cose fino in fondo, a contrapporsi davvero sono due esiti estremi: l´assoluta indifferenza nei confronti delle questioni religiose, che nega loro spazio e rilevanza, e la tendenza della prospettiva religiosa a rinchiudersi all´interno della propria sfera, a isolarsi, assumendo spesso atteggiamenti di pura autodifesa. E dunque, in questa situazione, non c´è spazio alcuno per il fair play.

Un tale scenario, però, non è propriamente corretto. Ci sono molti modi in cui si può vivere, sia da credenti che da non credenti. Bisogna distinguere, ad esempio nei contesti religiosi, forme diverse – potremmo dire, diverse gradazioni – di vivere la fede. C´è infatti una pluralità costitutiva che caratterizza una tale esperienza: ragion per cui «fare di tutta l´erba un fascio» risulta quanto meno indebito, se proprio non è volutamente fuorviante.

È necessario poi non confondere, nel campo di chi non crede, tre diverse tipologie di persone: gli atei, gli agnostici e gli indifferenti.

— Atei infatti sono coloro che credono che non vi sia Dio alcuno, e che sulla base di questa credenza orientano la propria vita.
— Agnostici invece sono quelli che non credono che si possa dire qualcosa di significativo a proposito della dimensione religiosa.
— Indifferenti infine sono coloro ai quali non importa nulla di ciò di cui le religioni parlano: si tratta di cose ormai superate, che non vale affatto la pena di considerare.

Non vanno confusi, dunque, «chi crede che non» (l´ateo), «chi non crede che» (l´agnostico), e «chi non è interessato né a credere né a non credere» (l´indifferente). Così come, d´altra parte, non vanno messi sullo stesso piano Gandhi e Bin Laden, o sant´Antonio e Torquemada.

In questa situazione molto articolata l´alternativa è comunque chiara: o la «lotta mortale» affinché una delle due posizioni prevalga sull´altra, senza sconti e senza pietà, o la scelta del dialogo, la ricerca di un incontro possibile. Ed è un bene, non solo per la Chiesa cattolica, che papa Benedetto XVI abbia dato, con riferimento all´immagine del «cortile dei gentili», una chiara indicazione a favore della seconda possibilità. È un bene, è un´indicazione vincolante per i cattolici, ma è anche una prospettiva che impegna, e che chiama a un compito non facile.

Quella del dialogo è infatti una vera e propria sfida. Perché è difficile dialogare davvero. Perché è difficile che un dialogo effettivamente riesca. E lo stesso uso di questo termine – «dialogo» –, così come l´esercizio di un tale atteggiamento, possono essere facilmente equivocati. Al pari di ogni cosa umana.

C´è infatti qualcosa che rende possibile e qualcosa che impedisce l´attuazione del dialogo. Vi sono in questa modalità comunicativa alcuni aspetti che la favoriscono, altri che la bloccano. È un´esperienza comune. Ma anche in ciò si annuncia una sfida: quella di realizzare un dialogo vero; quella di attuare una relazione buona.

Se dunque la sfida del dialogo viene accolta, bisogna rimuovere anzitutto quegli elementi che, proprio tenendo conto dei molti modi di realizzare tale pratica, rischiano di renderla impossibile. Un dialogo riesce se si è almeno in due a dialogare. Sembra ovvio. E non c´è vero dialogo se le posizioni dell´interlocutore non vengono prese sul serio. Sembra altrettanto ovvio. Ma ciò non basta per dialogare bene. Si tratta di condizioni necessarie, ma non sufficienti. Altri elementi sono infatti richiesti per far sì che accada una relazione buona.

Cercherò di metterli in luce. E per farlo utilizzerò uno sguardo esterno, un approccio particolare. Mi riferisco allo sguardo e all´approccio che sono propri dell´indagine filosofica.

Si tratta di uno sguardo esterno, certo, rispetto alla visuale che è propria di chi vive in una dimensione religiosa. È esterno rispetto a quel diverso approccio – l´approccio teologico – che non può intendere il dialogo se non come funzionale all´elaborazione e all´annuncio di una fede: ma che proprio perciò, quando vi si riferisce, il più delle volte non è preso sul serio da chi non condivide la sua motivazione. Si tratta di uno sguardo esterno all´ambito religioso ma a esso non ostile, nella misura in cui è capace di porsi in sintonia con chiunque, credente o non credente, scelga di dialogare. Tale sintonia rende esterno lo sguardo filosofico – anzi, più ancora, lo rende estraneo – rispetto a quelle posizioni esplicitamente atee o agnostiche che troppo spesso, ai giorni nostri, si esprimono in forme intransigenti e militanti. Si tratta di uno sguardo esterno ma non disincantato, non scettico: come quello di chi nega il valore del dialogo, assumendo una posizione fondamentalista o indifferente.

È questo sguardo che provo a esercitare nelle pagine che seguiranno. Lo faccio elaborando un piccolo manuale, quasi un breviario, che ha uno scopo ben preciso: lo scopo di chiarire a quali condizioni un dialogo vero può realizzarsi; di delineare lo spazio in cui il dialogo tra chi crede e chi non crede può svolgersi in maniera proficua; di vedere se lo stesso stile, la stessa metodologia, può estendersi anche a uomini e donne che sono coinvolti in un´esperienza religiosa, sia essa un´esperienza che li divide o li accomuna; di offrire alcuni suggerimenti per gestire e mettere in pratica un dialogo vero. Posto che uno intenda incamminarsi su questa via.

Ripeto: il dialogo è sempre una possibilità, mai qualcosa che viene intrapreso con l´idea che il suo esito sia garantito. Si sceglie, infatti, di dialogare. E dunque l´effettivo sviluppo di questa modalità relazionale si radica nella libertà degli essere umani.

Ne consegue che il dialogo è qualcosa al cui esercizio bisogna motivare. Bisogna farlo attraverso una specifica argomentazione, capace di mostrare che si tratta di una scelta dotata di buone ragioni. Le quali coinvolgono tutti gli esseri umani, se li si considera davvero come tali.

Si tratta di una motivazione etica, non già di una semplice elaborazione teorica. Perché solo così, forse, l´opzione del dialogo può essere coinvolgente. E appunto al raggiungimento di questo traguardo la filosofia può essere d´aiuto. Essa infatti è in grado di mostrare precisamente lo sfondo etico che motiva a dialogare sia chi si sente estraneo, sia chi invece partecipa intimamente a una dimensione religiosa.

Ecco dunque quale sarà il percorso che, insieme al lettore, cercherò di fare nelle pagine che seguiranno. Dovrò anzitutto chiarire che cos´è un dialogo autentico, un dialogo vero. Per farlo sarà necessario pensare lo stretto legame che sussiste fra dialogo e identità: quell´identità, oggi così minacciata, che è necessario recuperare perché essa è condizione affinché l´attitudine dialogica si realizzi effettivamente.

Ma a questo scopo non sono tanto necessarie le parole, quanto soprattutto gli esempi. Anche in filosofia. Le parole, sovente, trovano spuntata la loro capacità d´incidere nelle cose, trasformandosi in semplici esortazioni. Non è ciò che serve qui. Bisogna invece che ci facciamo insegnare che cosa significa dialogare davvero. Ce lo possono dire alcuni maestri del Novecento che, soprattutto dal versante di un impegno religioso, hanno riflettuto filosoficamente sul nostro tema e praticato concretamente questa possibilità.

Alla fine, poi, bisognerà applicare quanto appreso. Lo potremo fare anzitutto con riferimento al dialogo possibile tra chi crede e chi non crede. Consapevoli che questo «non», quando si parla di chi «non» crede, costituisce qualcosa che dev´essere pensato e rispettato piuttosto che una negazione che rinvia fin dall´inizio, inevitabilmente, all´ambito della fede e la presuppone come suo sfondo. Di modo che il non credente sarebbe predestinato, prima o poi, a credere. Certo: questa garanzia già sempre assicurata sarebbe una vera consolazione per gli uomini religiosi. Ma, appunto, sarebbe solo una consolazione.

Al tempo stesso, poi, dobbiamo cercare di vedere se e in che modo questa definizione del dialogo, questa metodologia e questa pratica di relazione possono riguardare anche coloro che vivono esperienze religiose diverse: sia chi si riconosce in differenti religioni e confessioni, sia chi condivide l´appartenenza a uno stesso ambito religioso. Infatti, nell´epoca in cui viviamo non vanno spese molte parole per sottolineare come il dialogo interreligioso e quello intrareligioso siano vere e proprie emergenze: questioni che, se si vogliono promuovere relazioni pacifiche tra le genti, è necessario affrontare con sensibilità e competenza.

Un´ultima riflessione, di carattere metodologico. A pensarci bene, è un po´ imbarazzante scrivere un libro sul dialogo. Sembra ancora una volta che non si possa fare altro se non allontanare da sé, oggettivandolo, ciò che va invece praticato. C´imbattiamo subito in un rischio, che è insito nell´approccio filosofico: il rischio di fare un monologo sul dialogo, e quindi di mettere in scena una vera e propria contraddizione, sperimentando l´incompatibilità fra il contenuto del discorso che uno sta svolgendo e il modo in cui lo svolge.

Come evitare questo rischio? Esso è in gran parte inevitabile, certamente. Lo è proprio in quanto io sto cercando, in piena consapevolezza e assumendomi le mie responsabilità, di chiarire di fronte a voi, possibili lettori, questo tema specifico: il dialogo e le condizioni della sua riuscita; i suoi diversi modi e le forme concrete della sua attuazione.

E tuttavia, nonostante questa situazione – che in gran parte è dovuta al mezzo che sto usando, la parola scritta, e alla forma di espressione monologica che essa favorisce – vorrei che, in omaggio al nostro tema, questo stesso scritto potesse prolungarsi in qualcosa di ulteriore.

Mi piacerebbe che il libro si facesse occasione di dialogo, anche non necessariamente con chi lo ha redatto. Spererei insomma che il dialogo, alla fine, non fosse solo oggetto di studio, ma esperienza da mettere in pratica. Trasformando il mio discorso sul dialogo in un´occasione per praticarlo. E per praticarlo in maniera buona.


© A. Fabris, La scelta del dialogo. Breviario filosofico per comunicare meglio, prefazione di Ugo Sartorio, Edizioni Messaggero, Padova 2011 – Introduzione. [Collana: Il cortile dei gentili]. Si ringrazia l´Editore per la gentile concessione.

Testo di riferimento del laboratorio "Fede e pensiero al presente" (a cura di Michele Turrisi), inaugurato a Lucca in collaborazione con la Chiesa valdese:

https://www.facebook.com/fedepensieroalpresente.p4c/


ADRIANO FABRIS è professore ordinario di Filosofia morale all´Università di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione e Filosofia delle religioni. Nella stessa Università è Direttore del C.I.Co. (Centro Interdisciplinare di ricerche e di servizi sulla Comunicazione). Da vari anni è professore invitato alla Facoltà di Teologia di Lugano, dove attualmente dirige il Master in Scienza, Filosofia e Teologia delle religioni e l´Istituto Religioni e Teologia (ReTe). Fra le sue ultime pubblicazioni: TeorEtica. Filosofia della relazione, Morcelliana, Brescia 2010; Filosofia delle religioni, Carocci, Roma 2012; Etica delle nuove tecnologie, La Scuola, Brescia 2012; Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2014; RelAzione. Una filosofia performativa, Morcelliana, Brescia 2016.





Fonte: Ed. Messaggero di Padova

UN GIORNO UNA PAROLA

A G O S T O
Versetto del mese:
Andando, predicate e dite: «Il regno dei cieli è vicino» (Matteo 10,7)


Salmo della settimana: 70

Giovedì 22 Agosto

Egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a causa dei peccati del mio popolo? (Isaia 53, 8)
Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo (Ebrei 12,3)

Dobbiamo svuotare Dio della sua divinità per amarlo. Egli si è svuotato della sua divinità diventando uomo, poi della sua umanità diventando cadavere (pane e vin), materia. E’ necessario amare Dio attraverso le proprie gioie, attraverso la propria sventure, attraverso i propri peccati (passati). E’ necessario amarlo attraverso le gioie, le sventure, i peccati degli altri uomini e senza condizione.
Simone Weil

I Corinzi 9, 16-23; Matteo 11, 1-19


Preghiera

Signore nostro, la tua Parola
ci cerca, la tua voce desidera il
nostro cuore per prendere dimora
in noi e da lì poter risuonare
nel mondo. Accogli la nostra
disponibilità, anche se fragile,
anche se piena di contraddizioni,
e vieni ad abitare in noi. Dona
la forza del tuo Spirito, respiro
di vita, che ci sostenga quando
la tua Parola brucia, che ci dia
il coraggio di andare avanti
quando nulla è chiaro, quando senza
te il nostro passo sarebbe troppo
incerto.
Ascoltaci, Signore nostro, nel
nome del tuo figlio Gesù, e donaci
il respiro del tuo spirito Santo.
Amen
da Riforma
del 29 marzo 2019



Eventi

COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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