19 Maggio 2021
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Possibilità e impossibilità del dialogo oggi - di Adriano Fabris

07-06-2017 20:39 - News
Basta andare in una libreria. Basta assistere in tv a un talk show. Basta partecipare a un qualche forum in rete. L´esperienza di una contrapposizione tra chi crede e chi non crede – dura, estrema, molto spesso ideologicamente connotata – è qualcosa che colpisce.

Colpisce anzitutto chi riteneva che la questione religiosa fosse, di fatto, ormai superata nell´attuale contesto di secolarizzazione compiuta. E invece le religioni sono di nuovo protagoniste della storia: nel bene e nel male, e in modi diversi nelle diverse parti del mondo. Colpisce chi ancora ritiene che tra non credenti e credenti vi possa essere un confronto a base di reciproco fair play.

Non è così, il più delle volte. Non sembra possibile. Perché a contrapporsi, di fatto, non sono solamente una rinnovata forma di ateismo, da una parte, e un fondamentalismo religioso rigido e sordo, dall´altra. Invece, se vogliamo vedere le cose fino in fondo, a contrapporsi davvero sono due esiti estremi: l´assoluta indifferenza nei confronti delle questioni religiose, che nega loro spazio e rilevanza, e la tendenza della prospettiva religiosa a rinchiudersi all´interno della propria sfera, a isolarsi, assumendo spesso atteggiamenti di pura autodifesa. E dunque, in questa situazione, non c´è spazio alcuno per il fair play.

Un tale scenario, però, non è propriamente corretto. Ci sono molti modi in cui si può vivere, sia da credenti che da non credenti. Bisogna distinguere, ad esempio nei contesti religiosi, forme diverse – potremmo dire, diverse gradazioni – di vivere la fede. C´è infatti una pluralità costitutiva che caratterizza una tale esperienza: ragion per cui «fare di tutta l´erba un fascio» risulta quanto meno indebito, se proprio non è volutamente fuorviante.

È necessario poi non confondere, nel campo di chi non crede, tre diverse tipologie di persone: gli atei, gli agnostici e gli indifferenti.

— Atei infatti sono coloro che credono che non vi sia Dio alcuno, e che sulla base di questa credenza orientano la propria vita.
— Agnostici invece sono quelli che non credono che si possa dire qualcosa di significativo a proposito della dimensione religiosa.
— Indifferenti infine sono coloro ai quali non importa nulla di ciò di cui le religioni parlano: si tratta di cose ormai superate, che non vale affatto la pena di considerare.

Non vanno confusi, dunque, «chi crede che non» (l´ateo), «chi non crede che» (l´agnostico), e «chi non è interessato né a credere né a non credere» (l´indifferente). Così come, d´altra parte, non vanno messi sullo stesso piano Gandhi e Bin Laden, o sant´Antonio e Torquemada.

In questa situazione molto articolata l´alternativa è comunque chiara: o la «lotta mortale» affinché una delle due posizioni prevalga sull´altra, senza sconti e senza pietà, o la scelta del dialogo, la ricerca di un incontro possibile. Ed è un bene, non solo per la Chiesa cattolica, che papa Benedetto XVI abbia dato, con riferimento all´immagine del «cortile dei gentili», una chiara indicazione a favore della seconda possibilità. È un bene, è un´indicazione vincolante per i cattolici, ma è anche una prospettiva che impegna, e che chiama a un compito non facile.

Quella del dialogo è infatti una vera e propria sfida. Perché è difficile dialogare davvero. Perché è difficile che un dialogo effettivamente riesca. E lo stesso uso di questo termine – «dialogo» –, così come l´esercizio di un tale atteggiamento, possono essere facilmente equivocati. Al pari di ogni cosa umana.

C´è infatti qualcosa che rende possibile e qualcosa che impedisce l´attuazione del dialogo. Vi sono in questa modalità comunicativa alcuni aspetti che la favoriscono, altri che la bloccano. È un´esperienza comune. Ma anche in ciò si annuncia una sfida: quella di realizzare un dialogo vero; quella di attuare una relazione buona.

Se dunque la sfida del dialogo viene accolta, bisogna rimuovere anzitutto quegli elementi che, proprio tenendo conto dei molti modi di realizzare tale pratica, rischiano di renderla impossibile. Un dialogo riesce se si è almeno in due a dialogare. Sembra ovvio. E non c´è vero dialogo se le posizioni dell´interlocutore non vengono prese sul serio. Sembra altrettanto ovvio. Ma ciò non basta per dialogare bene. Si tratta di condizioni necessarie, ma non sufficienti. Altri elementi sono infatti richiesti per far sì che accada una relazione buona.

Cercherò di metterli in luce. E per farlo utilizzerò uno sguardo esterno, un approccio particolare. Mi riferisco allo sguardo e all´approccio che sono propri dell´indagine filosofica.

Si tratta di uno sguardo esterno, certo, rispetto alla visuale che è propria di chi vive in una dimensione religiosa. È esterno rispetto a quel diverso approccio – l´approccio teologico – che non può intendere il dialogo se non come funzionale all´elaborazione e all´annuncio di una fede: ma che proprio perciò, quando vi si riferisce, il più delle volte non è preso sul serio da chi non condivide la sua motivazione. Si tratta di uno sguardo esterno all´ambito religioso ma a esso non ostile, nella misura in cui è capace di porsi in sintonia con chiunque, credente o non credente, scelga di dialogare. Tale sintonia rende esterno lo sguardo filosofico – anzi, più ancora, lo rende estraneo – rispetto a quelle posizioni esplicitamente atee o agnostiche che troppo spesso, ai giorni nostri, si esprimono in forme intransigenti e militanti. Si tratta di uno sguardo esterno ma non disincantato, non scettico: come quello di chi nega il valore del dialogo, assumendo una posizione fondamentalista o indifferente.

È questo sguardo che provo a esercitare nelle pagine che seguiranno. Lo faccio elaborando un piccolo manuale, quasi un breviario, che ha uno scopo ben preciso: lo scopo di chiarire a quali condizioni un dialogo vero può realizzarsi; di delineare lo spazio in cui il dialogo tra chi crede e chi non crede può svolgersi in maniera proficua; di vedere se lo stesso stile, la stessa metodologia, può estendersi anche a uomini e donne che sono coinvolti in un´esperienza religiosa, sia essa un´esperienza che li divide o li accomuna; di offrire alcuni suggerimenti per gestire e mettere in pratica un dialogo vero. Posto che uno intenda incamminarsi su questa via.

Ripeto: il dialogo è sempre una possibilità, mai qualcosa che viene intrapreso con l´idea che il suo esito sia garantito. Si sceglie, infatti, di dialogare. E dunque l´effettivo sviluppo di questa modalità relazionale si radica nella libertà degli essere umani.

Ne consegue che il dialogo è qualcosa al cui esercizio bisogna motivare. Bisogna farlo attraverso una specifica argomentazione, capace di mostrare che si tratta di una scelta dotata di buone ragioni. Le quali coinvolgono tutti gli esseri umani, se li si considera davvero come tali.

Si tratta di una motivazione etica, non già di una semplice elaborazione teorica. Perché solo così, forse, l´opzione del dialogo può essere coinvolgente. E appunto al raggiungimento di questo traguardo la filosofia può essere d´aiuto. Essa infatti è in grado di mostrare precisamente lo sfondo etico che motiva a dialogare sia chi si sente estraneo, sia chi invece partecipa intimamente a una dimensione religiosa.

Ecco dunque quale sarà il percorso che, insieme al lettore, cercherò di fare nelle pagine che seguiranno. Dovrò anzitutto chiarire che cos´è un dialogo autentico, un dialogo vero. Per farlo sarà necessario pensare lo stretto legame che sussiste fra dialogo e identità: quell´identità, oggi così minacciata, che è necessario recuperare perché essa è condizione affinché l´attitudine dialogica si realizzi effettivamente.

Ma a questo scopo non sono tanto necessarie le parole, quanto soprattutto gli esempi. Anche in filosofia. Le parole, sovente, trovano spuntata la loro capacità d´incidere nelle cose, trasformandosi in semplici esortazioni. Non è ciò che serve qui. Bisogna invece che ci facciamo insegnare che cosa significa dialogare davvero. Ce lo possono dire alcuni maestri del Novecento che, soprattutto dal versante di un impegno religioso, hanno riflettuto filosoficamente sul nostro tema e praticato concretamente questa possibilità.

Alla fine, poi, bisognerà applicare quanto appreso. Lo potremo fare anzitutto con riferimento al dialogo possibile tra chi crede e chi non crede. Consapevoli che questo «non», quando si parla di chi «non» crede, costituisce qualcosa che dev´essere pensato e rispettato piuttosto che una negazione che rinvia fin dall´inizio, inevitabilmente, all´ambito della fede e la presuppone come suo sfondo. Di modo che il non credente sarebbe predestinato, prima o poi, a credere. Certo: questa garanzia già sempre assicurata sarebbe una vera consolazione per gli uomini religiosi. Ma, appunto, sarebbe solo una consolazione.

Al tempo stesso, poi, dobbiamo cercare di vedere se e in che modo questa definizione del dialogo, questa metodologia e questa pratica di relazione possono riguardare anche coloro che vivono esperienze religiose diverse: sia chi si riconosce in differenti religioni e confessioni, sia chi condivide l´appartenenza a uno stesso ambito religioso. Infatti, nell´epoca in cui viviamo non vanno spese molte parole per sottolineare come il dialogo interreligioso e quello intrareligioso siano vere e proprie emergenze: questioni che, se si vogliono promuovere relazioni pacifiche tra le genti, è necessario affrontare con sensibilità e competenza.

Un´ultima riflessione, di carattere metodologico. A pensarci bene, è un po´ imbarazzante scrivere un libro sul dialogo. Sembra ancora una volta che non si possa fare altro se non allontanare da sé, oggettivandolo, ciò che va invece praticato. C´imbattiamo subito in un rischio, che è insito nell´approccio filosofico: il rischio di fare un monologo sul dialogo, e quindi di mettere in scena una vera e propria contraddizione, sperimentando l´incompatibilità fra il contenuto del discorso che uno sta svolgendo e il modo in cui lo svolge.

Come evitare questo rischio? Esso è in gran parte inevitabile, certamente. Lo è proprio in quanto io sto cercando, in piena consapevolezza e assumendomi le mie responsabilità, di chiarire di fronte a voi, possibili lettori, questo tema specifico: il dialogo e le condizioni della sua riuscita; i suoi diversi modi e le forme concrete della sua attuazione.

E tuttavia, nonostante questa situazione – che in gran parte è dovuta al mezzo che sto usando, la parola scritta, e alla forma di espressione monologica che essa favorisce – vorrei che, in omaggio al nostro tema, questo stesso scritto potesse prolungarsi in qualcosa di ulteriore.

Mi piacerebbe che il libro si facesse occasione di dialogo, anche non necessariamente con chi lo ha redatto. Spererei insomma che il dialogo, alla fine, non fosse solo oggetto di studio, ma esperienza da mettere in pratica. Trasformando il mio discorso sul dialogo in un´occasione per praticarlo. E per praticarlo in maniera buona.


© A. Fabris, La scelta del dialogo. Breviario filosofico per comunicare meglio, prefazione di Ugo Sartorio, Edizioni Messaggero, Padova 2011 – Introduzione. [Collana: Il cortile dei gentili]. Si ringrazia l´Editore per la gentile concessione.

Testo di riferimento del laboratorio "Fede e pensiero al presente" (a cura di Michele Turrisi), inaugurato a Lucca in collaborazione con la Chiesa valdese:

https://www.facebook.com/fedepensieroalpresente.p4c/


ADRIANO FABRIS è professore ordinario di Filosofia morale all´Università di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione e Filosofia delle religioni. Nella stessa Università è Direttore del C.I.Co. (Centro Interdisciplinare di ricerche e di servizi sulla Comunicazione). Da vari anni è professore invitato alla Facoltà di Teologia di Lugano, dove attualmente dirige il Master in Scienza, Filosofia e Teologia delle religioni e l´Istituto Religioni e Teologia (ReTe). Fra le sue ultime pubblicazioni: TeorEtica. Filosofia della relazione, Morcelliana, Brescia 2010; Filosofia delle religioni, Carocci, Roma 2012; Etica delle nuove tecnologie, La Scuola, Brescia 2012; Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2014; RelAzione. Una filosofia performativa, Morcelliana, Brescia 2016.





Fonte: Ed. Messaggero di Padova
UN GIORNO UNA PAROLA
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Versetto del mese
Apri la bocca in favore del muto, per sostenere la causa di tutti gli infelici
(Proverbi 31, 8)

Salmo della settimana: 27



Martedì 18 Maggio


Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso (Salmo 111, 4)
Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero (Luca 24, 30-31)


Signore Gesù Cristo, è una gioia mangiare e bere in silenzio alla tua mensa, dopo aver udito, capito e amato il senso di questa comunione. E’ una gioia non dover più parlare, spiegare, commentare, ma solo prendere e ricevere.
Andrè Dumas


I Giovanni 4, 1-6; Atti degli apostoli 1, 15-26


Preghiera

Signore Dio nostro, è col cuore colmo di riconoscenza che oggi veniamo a Te per esprimerti il nostro grazie per ciò che hai fatto per noi offrendoci , immeritatamente, la tua misericordia, il tuo amore, la tua salvezza.
Non ci hai mai abbandonati; ci hai accompagnati fin qui, ci hai aiutati a rialzarci nei momenti di difficoltà e di sconforto; ci permetti di chiamarti Padre, che per ciascuno di noi significa insegnamento, protezione e prospettiva futura.
Perdonaci per le tante volte in cui ci siamo fatti sopraffare dallo scoraggiamento e dal dubbio dimenticando i numerosi interventi nella nostra vita; come i primi discepoli, con troppa istintiva leggerezza ti abbiamo rinnegato, tradito, vivendo così tutto il peso della nostra miseria umana che tu avevi già portato sulla croce per noi.
Abbiamo però sperimentato anche lo strattone che tu ci hai dato e che ci ha ricordato che nessuno ci strapperà dalla tua mano.
Per tutto questo, Padre, ti ringraziamo!
In questo momento in cui il Creato sta soffrendo per colpa degli uomini e questi sono sconvolti da tanti focolai di guerra, da ingiustizie sociali e da tante morti per il Covid 19, noi ti chiediamo, o Padre, che questo induca tutti a riflettere e i potenti della terra ad interrogarsi…..; fa che ciascuno possa alzare gli occhi verso di te, riconoscerti come Dio e che il tuo Nome possa essere santificato.
Ti chiediamo che lo Spirito santo rinnovi la nostra fede la fortifichi e ci renda davvero capaci di essere latori della tua luce nel mondo ritrovando quell’unità con Te e tra noi attraverso la quale il mondo possa capire che siamo tuoi figli e perciò testimoni della tua Parola.
Ti preghiamo per quanti sperano in Te, e per quanti non ti conoscono; per coloro che faticano a sopravvivere per le guerre, per la fame, per l ingiustizia umana, per tutti i diseredati.
Grazie per il sacrificio di Gesù per noi e per la sua vittoria sulla morte.
Ascoltaci Padre, ti preghiamo per Cristo nostro Signore. Amen



COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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