14 Agosto 2018
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Pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese: Una parola da dire a una società confusa

06-08-2018 19:25 - appunti del moderatore
In vista del prossimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi in agenda dal 26 al 31 agosto a Torre Pellice (TO), il direttore di "Riforma" Alberto Corsani ha intervistato il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini. In uscita oggi sul settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi, la riproponiamo integralmente

Le chiese metodiste e valdesi si avviano al loro Sinodo in un´Italia che mostra risentimento, livore, incertezza: avviamo da qui un dialogo con il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini.

«Dopo anni di grave crisi economica è logico trovarci di fronte a ricadute in termini di rabbia, aggressività e mancanza di volontà di confrontarsi. Un vero "si salvi chi può": ci sono giovani che vanno all´estero, ci si arrabatta, si esprime la propria rabbia sui social network e in azioni verbali o addirittura fisiche nei confronti di chi viene preso come bersaglio. Il grave è che questo modo di vivere è arrivato anche ai "piani alti": nella politica, nella comunicazione e nella cultura. Siamo preoccupati perché alcuni disvalori si sono trasformati in valori, per esempio il nazionalismo, tipico dell´Europa, che ha portato a due guerre mondiali e alla guerra nella ex-Jugoslavia. Siamo preoccupati di un imbarbarimento generale e, nel nostro specifico, lo siamo per l´utilizzo della simbologia religiosa: da più parti, specie nell´Est europeo, si brandiscono i simboli (rosari, crocifissi) contrapponendoli ai contenuti: l´Evangelo o anche il Catechismo».

In questo quadro le chiese fanno fatica a fasi sentire: è solo una questione di linguaggi ormai inadeguati?

«Con le parole e i linguaggi si può educare e costruire, ma anche diseducare e distruggere. Nel cristianesimo storico c´è una difficoltà che non vediamo nelle nuove forme di cristianesimo; ma non è solo questione di linguaggio: conta ciò che sappiamo offrire, e quindi la teologia. Le chiese della grande tradizione occidentale sembrano non intercettare il bisogno religioso di massa, e stanno diventando chiese di minoranza... Allora ci chiediamo: ma questo non corrisponde in realtà al mandato apostolico di essere sale della terra e luce del mondo, la minoranza come condizione del cristianesimo fedele al mandato? Io lo dico con prudenza, perché questa può anche essere una giustificazione per le proprie infedeltà e pochezza di fede: c´è poco da essere orgogliosi se non si riesce a testimoniare al prossimo la bellezza, la gioia del discepolato cristiano e della grazia che si incontra in Gesù Cristo; ma al tempo stesso non possiamo pensare di copiare il linguaggio di altri per salvare l´eredità delle chiese storiche: c´è qualcosa di più profondo che riguarda il loro ruolo nella società e la loro testimonianza. Il modo per cercare di rispondere a questa sfida è di coltivare la nostra spiritualità radicata nella Scrittura e nel servizio, cercando di essere più accoglienti e disponibili all´ascolto. Al mero problema numerico non vedo soluzioni vicine: con umiltà dobbiamo resistere all´idea che "siamo in declino perché non abbiamo più niente da dire", o perché ciò che diciamo tocca solo pochi: dobbiamo essere consapevoli che abbiamo da dire per tutti, anche se pochi rispondono. Porteremo al Sinodo due strumenti nuovi: i risultati dell´indagine sul cambiamento delle nostre chiese negli ultimi dieci anni, condotta con gli strumenti della sociologia delle religioni; e poi il Bilancio sociale: un´analisi e una valutazione dei nostri numeri e della nostra missione. Con questi strumenti dovremmo capire se stiamo investendo le nostre forze nella direzione giusta, partendo dai dati».

Una delle questioni che molte chiese locali sollevano è relativa al ruolo pastorale: come sta cambiando?

«Dall´indagine sociologica emerge il ruolo chiave della figura pastorale sia per i vecchi membri di chiesa sia, soprattutto, per i nuovi. Un ruolo riconosciuto come centrale e tuttavia messo in discussione da tutti. Oggi svolgere il ministero pastorale è sicuramente più complesso di un tempo, perché ciò che ci si aspetta dal servizio pastorale è più diversificato, tante e diverse sono le attese. E allo stesso tempo, l´autorevolezza che ci si aspetta viene giudicata in base alla qualità della persona. Ora in questo ruolo ci sono sempre un uomo o una donna con i propri doni e le proprie difficoltà, e ogni giornata nasce nell´attesa delle sorprese e delle interlocuzioni impreviste; un tempo non era così, ma in una società sempre più complessa, perché non dovrebbe essere così per questo tipo di attività di servizio? Abbiamo nelle nostre chiese modelli di servizio pastorale (orientali, latinoamericani, africani) diversi da quelli occidentali a cui eravamo abituati, e questo ci mette in discussione. Ma se c´è una cosa di cui abbiamo bisogno, è proprio il servizio di mediazione che queste persone possono svolgere: di atteggiamenti estremistici ne abbiamo a sufficienza. Non siamo nuovi a questo processo: abbiamo il Patto d´integrazione valdese-metodista, Essere chiesa insieme. E questo va fatto tra le persone e con le persone, direttamente, non bastano i social; solo nel confronto diretto si può trovare una "mente comune": non facciamo referendum, vogliamo confrontarci direttamente».

Nel Sinodo si parlerà del rapporto fra diaconia e predicazione: che cosa si aspetta dalla discussione?

«Il rapporto fra predicazione e diaconia è centrale nella comprensione che la chiesa ha di sé in tutto l´Occidente: cattolici e protestanti sanno che sono due facce dello stesso servizio. La diaconia non può essere confessionalismo, ma non può neanche rendersi completamente autonoma dalla predicazione, diventando un servizio che è compito dello Stato e di altri soggetti pubblici. Noi rifuggiamo dal confessionalismo della diaconia perché l´abbiamo subìto, dalle scuole agli istituti di beneficenza; ma non possiamo dimenticare d´altra parte che il servizio d´aiuto per il prossimo viene svolto da una comunità di fede, e quindi ha delle prospettive e dei contenuti che non sono solo quelli del servizio sociale; deve avere le medesime competenze e la stessa efficacia, ma deve portare con sé in modo chiaro il fatto di essere diaconia della chiesa, frutto della predicazione. È un equilibrio che stiamo cercando anche faticosamente e che dobbiamo trovare: c´è chi contesta una certa autonomia del servizio, che si stacca dalla predicazione, che io ritengo sia un timore comprensibile e anche valido, ma proprio per questo abbiamo la sede giusta nel Sinodo, che si occupa non solo delle chiese e della loro testimonianza spirituale, ma ha anche il controllo e la guida delle strutture di servizio diaconale».

Le ONG nell´occhio del ciclone: che cosa possiamo dire?

«Open Arms significa "braccia aperte": è anche lo slogan della nostra campagna Otto per mille. C´è una comunanza con queste organizzazioni, oggetto di una campagna di strumentalizzazione politica. Un tempo c´era un sistema di salvataggio europeo molto più efficace, che è stato smontato mentre la Libia si andava distruggendo come Stato, dando luogo all´aumento dei flussi: in questo vuoto qualcuno ha pensato di dare una mano. Non è alle ONG che si può imputare l´origine del problema, questa è una bugia. Spero davvero che si torni alla ragionevolezza e che si affermi una politica europea capace di integrare tutte le risorse, pubbliche e private: le migrazioni sono un fenomeno epocale che sconvolge tutti i continenti, perché nel mondo sussiste un problema serissimo che è alimentare, ecologico e militare mai visto prima, i muri non servono a risolverlo».

Qual è lo stato dei rapporti con le chiese battiste?

«La collaborazione BMV (battisti, metodisti, valdesi, ndr.) procede bene, e ci chiediamo se non sia il momento di fare il punto della situazione con la convocazione congiunta delle rispettive assemblee decisionali, magari nel 2019. Intanto la collaborazione tra le chiese e gli esecutivi ecclesiastici va senza difficoltà, se non la maggiore fragilità che è tipica di ognuno dei soggetti: abbiamo bisogno gli uni degli altri, probabilmente più di ieri. Ma i progetti che erano stati messi in opera a cavallo degli anni 2000, di cui anche "Riforma" è espressione, vanno avanti: caso mai ci si chiede come migliorare la fraternità e il sostegno reciproco».

Un obiettivo concreto che vorrebbe veder realizzarsi nel corso del prossimo anno ecclesiastico?

«Se trovassimo una risposta soddisfacente perché equilibrata tra servizio di predicazione e servizio di diaconia, ciò rinforzerebbe entrambe: in un contesto occidentale, una chiesa che soltanto predichi, ma non fa, ha una carenza di credibilità; ma una chiesa che fa, con una predicazione incerta, ha una crisi di identità. Se ritroviamo un equilibrio soddisfacente, possiamo migliorare in generale la predicazione e il servizio delle nostre chiese».

(L´intervista pubblicata sul settimanale "Riforma" del 3 Agosto 2018 è a cura del direttore Alberto Corsani).


Fonte: NEV - notizie evangeliche

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 14 AGOSTO:

Solo in Dio trova riposo l´anima mia; da lui proviene la mia salvezza (Salmo 62,1)

Dice Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell´età presente» (Matteo 28,20)

Talvolta mi fermo un attimo, in mezzo alla confusione del giorno, chiudo i miei occhi e le mie orecchie e sono felice per un momento. Non sono sola, tu ci sei, mio Dio! In mezzo a tutto.

Christa Weiss

I Samuele 17,38-51; Giovanni 10,22-30

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
dacci di guardare al mondo in
cui ci hai messi con gratitudine,
come allo spazio che ci hai dato
perché ne gioissimo insieme a
tutti gli umani. Dacci di guardare
al mondo in cui ci hai messi
con responsabilità, e non come
padroni che non conoscono
limiti. Dacci di guardare agli
altri umani come esseri solidali
accomunati a noi dai nostri errori
e dalla tua promessa di vita.
Amen

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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