18 Marzo 2019

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«O cresci o muori»?

13-07-2018 08:38 - News
Sono queste le uniche possibilità per una piccola chiesa? Se l´è chiesto una pastora presbiteriana statunitense alle prese con la sua esperienza in una comunità che a prima vista sembrava «morente»

Sue Washburn, pastora della Reunion Presbyterian Church di Mount Pleasant, Pennsylvania racconta:

Lavoravo nella comunità da circa tre mesi quando arrivò il momento della prima riunione con il consiglio di chiesa, i diaconi, i responsabili delle varie attività. Era la prima volta che venivo assegnata a una piccola comunità, ed ero abbastanza "vecchia" da ricordare com´erano le chiese negli anni Settanta, quando le scuole bibliche estive erano un evento comunitario e Natale e Pasqua significavano sedie da aggiungere nel tempio. La chiesa nella quale ero stata chiamata non si riempiva nemmeno nelle feste più grandi.

Così mi presentai all´incontro armata del mio titolo di Reverend, di dati e statistiche, e forte anche della mia precedente occupazione nel mondo della comunicazione. Sapevo che le chiese dovrebbero crescere per avere successo e, accidenti, era proprio questo che dovevamo fare!

Andai a quella riunione con tutta la mia paura e l´ansia riguardo al servire in una chiesa morente. L´incontro cominciò puntualmente e io procedevo spedita presentando le mie grandi idee. Parlai di nuove strategie di comunicazione, di mission e di vision, di cambiamento adattivo, di come attrarre i giovanissimi, i millennials, e probabilmente di un centinaio di altre cose che in quel momento mi sembrava fossero vitali.

Molti dei presenti sedevano tranquillamente. Che cosa stava succedendo? Mi chiesi. Perché non si dimostravano eccitati all´idea di provare tutte quelle novità? Come potevano essere così apatici di fronte a ciò che i loro bassi numeri stavano mostrando? Per caso volevano scomparire?

Nel corso dell´anno successivo imparammo a conoscerci (con le rispettive idiosincrasie) e apprezzarci gli uni gli altri. Eppure il successivo incontro non fu molto diverso dal precedente. Mi presentai con il mio PowerPoint e le mie statistiche e loro sopportarono pazientemente — di nuovo. Verso la fine, una diacona alzò la mano. «Non voglio sembrare scortese» disse, «ma sembra che facciamo la stessa cosa ogni anno e non cambia nulla, sembra che questo non faccia alcuna differenza».

Un altro anziano respinse l´idea che ci fosse bisogno di un qualsiasi cambiamento. Io dichiarai, piuttosto duramente, che non ero il pastore di un ospizio. Dovevamo far crescere i nostri numeri. Un altro anziano, che era (ed è) più saggio di me, osservò che sentiva le stesse storie e statistiche catastrofiste sul loro declino da diversi anni, ma ogni anno Dio era riuscito a trascinarli avanti, spesso con un piccolo numero di nuovi membri. Non abbastanza per mostrare una crescita nelle statistiche, dal momento che molte persone anziane stavano morendo, ma abbastanza per mantenere in vita la comunità.

Dopo un altro anno o giù di lì, abbiamo avuto il battesimo di un ragazzo. Rivolgendomi alle persone presenti nel tempio, ho chiesto a chi era stato battezzato di alzarsi, e ho invitato il giovane a guardare la nuova famiglia in cui stava per entrare. Poi ho chiesto a tutti di sedersi, tranne quelli che erano stati battezzati in quella chiesa. Mi aspettavo che più o meno metà dell´assemblea sarebbe rimasta in piedi, pensando che essendo quella una piccola cittadina, la maggior parte di loro fosse stata battezzata in quella chiesa. Ma mi sbagliavo, e parecchio.

Delle trenta persone, suppergiù, presenti quel giorno, solo due sono rimaste in piedi. In quel momento ho compreso che la chiesa in cui avevo servito per più di tre anni, la chiesa che pensavo non fosse mai cambiata, si era in effetti trasformata continuamente. Anche se non si vedevano mai 50 persone riunite, per 15 anni avevano accolto una piccola folla che aveva sentito la presenza di Gesù in quel tempio e avevano scelto di tornare, settimana dopo settimana, per incontrarlo lì.

Ed è stato a quel punto che ho capito che la parola d´ordine data ai responsabili di piccole comunità è semplicistica: falla crescere o chiudila. Oggi, so che questa è una falsa dicotomia. C´è una terza opzione: le piccole chiese possono vivere e prosperare. Ma queste piccole chiese fiorenti non vengono descritte come storie di successo, i loro pastori non vengono invitati a parlare nelle grandi assemblee e consultazioni. Non ci sono molte risorse destinate a loro. Eppure queste piccole congregazioni continuano a incontrare Gesù e ad accogliere coloro che si uniscono a loro. Restano grati, come Dio rimane fedele.



Fonte: Presbyterian Mission (https://www.presbyterianmission.org/story/pt-0618-small/)

traduzione a cura di Sara Tourn


Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

Salmo della settimana: 10

Lunedì 18 Marzo

Guai a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del lo diritto i poveri (Isaia 10, 1-2)
Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà (Romani 12, 2)

Signore amorevole, liberaci da quell’atteggiamento difensivo che troppo rapidamente ci spinge a rifiutare e respingere, da quell’arroganza che troppo rapidamente ci porta a giudicare, da quella meschinità d’animo che ci impedisce di scoprire il bene presente nell’altro. Liberaci, Signore, affinché possiamo amare ed imparare
Dal Consiglio Ecumenico delle Chiese

Genesi 37, 3-36; I Samuele 14, 1-15




PREGHIERA

E’ buio, Signore, dentro di me, ma presso di te c’è la luce.
Sono solo, ma tu non mi abbandoni.
Sono impaurito, ma presso di te c’è l’ aiuto.
Sono inquieto, ma presso di te c’è la pace.
In me c’è amarezza, ma presso di te c’è pazienza.
Io non comprendo le tue vie, ma tu conosci la mia via.

Ravasi


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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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