26 Novembre 2020
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NON TEMERE!

10-09-2014 18:59 - Bibbia e attualità
Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
(Isaia 43, 1)

Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli
(Luca 10, 20)


L´ansia e il timore possono diventare paralizzanti fino al dolore. Di fronte a una minaccia o davanti a un cambiamento radicale delle proprie condizioni di vita ci si ferma, subendo passivamente l´evento. In un secondo momento la paralisi cede il posto all´agitazione. Ci si agita per trovare un aiuto o una soluzione al problema che sembra irrisolvibile. Le forze si disperdono, i risultati delle proprie azioni tuttavia non si vedono. Chi è capace di esercitare una relazione d´aiuto nei confronti degli altri conosce bene questi sintomi e sa - di solito - come affrontare la situazione per riportare la persona che soffre a un equilibrio fisico e psicologico. La situazione si complica assai se, a soffrire di simili disturbi, è un intero popolo.

Il popolo di Giuda deportato in Babilonia intorno al 587 a.C. ha conosciuto sia la paralisi sia l´agitazione. Ne troviamo testimonianze nella parte finale del libro del profeta Geremia. Invece il capitolo 43 del libro di Isaia riporta l´equilibrio. I capitoli 40-55 di questa magnifica opera letteraria riassumono il messaggio di un anonimo profeta - o forse di un intero movimento profetico - che ha fatto di Isaia il suo principale riferimento. Il testo di Isaia 43, 1 esordisce: "Così parla il tuo Creatore, Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele!". Il messaggio legato al nome di Secondo (Deutero-)Isaia colloca Dio al suo centro in maniera chiara e decisa. Non ci sono altri dei e non esiste alcun mezzo umano di salvezza.

"Non temere", prosegue il testo. Questa breve espressione ha un potere quasi magico di riportare calma e serenità. Essa significa che non si è soli, che qualcuno si occupa di noi. Nel nostro breve versetto, il discorso è ancora più profondo. Di fronte a un popolo che oscilla tra paralisi e agitazione, Dio si presenta non soltanto come creatore e consolatore. L´Eterno assume qui il ruolo di riscattatore (hbr. go´èl). "Ti ho chiamato per nome, tu sei mio" - sembra alludere al libro di Rut e alla figura di Boaz che riscatta la donna e le ridona la dignità perduta a causa della precoce vedovanza. La stessa frase indica anche il rapporto di una comunione intima e profonda tra Dio e il suo popolo. Le parole di uno dei nostri inni protestanti tradizionali affermano infatti: "Chi sol confida nel Signore confuso mai potrà restar; vedrà dell´ansia e del timore l´ombra avvilente dileguar" (Innario cristiano n. 284).

Fonte: Riforma
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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