22 Giugno 2018
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Mangiare è la nuova religione?

11-03-2018 09:57 - News
La società dei consumi attribuisce una grande importanza al mangiare

Dieta vegetariana, vegana, paleolitica o no-carb. Ormai il mangiare ha assunto una connotazione quasi religiosa, secondo la dietista Christine Brombach.

Peccare di gola, pentirsi, sentirsi in colpa e digiunare. Oggi quando la gente parla del mangiare usa espressioni religiose. Mangiare è la nuova religione?
Sì, il nostro rapporto con il mangiare presenta certamente connotazioni religiose. La nostra è una società laica, tuttavia le persone cercano valori e senso per la propria vita e anche modelli da seguire. Ed è sempre più il mangiare che va a colmare questo buco che si crea. Mangiare è prima di tutto un bisogno biologico, ma ha molti aspetti sociali che si prestano alla ritualizzazione. Le persone necessitano di rituali e quindi assegnano al cibo questa funzione.

C´è la tendenza di fotografare le pietanze e di condividere le immagini sui social media, il cosiddetto "Food Porn". Perché oggi viene data tutta questa importanza al cibo?
Il "Food Porn" è una forma di esibizionismo e ha connotazioni religiose nella misura in cui attraverso il cibo crea appartenenza a un gruppo sociale. È così anche per la santa cena. Il "Food Porn" è il tentativo di posizionarsi nella società, perché: "Sei quello che mangi". Viene rappresentato con chi, quando, che cosa e dove si mangia. È anche una forma di documentazione, perché alimenti e cibo sono di per sé effimeri, vengono consumati e dopo non sono più visibili. L´immagine fissa il messaggio: il cibo esprime il mio stile di vita. La parola dieta deriva dal greco "diaita", termine con cui in origine si indicava lo stile di vita, il modo di vivere. In questo termine è ancora evidente che il cibo è più del semplice apporto di sostanze nutritive.

Sempre più persone portano con sé bottigliette di bibite, si mangia a qualsiasi orario e dappertutto, non come un tempo cinque volte a orari fissi. È uno stile di vita?
Parlare del mangiare è un problema di lusso! Le persone che soffrono la fame non si chiedono che cosa il mangiare potrebbe significare, per loro mangiare è assumere cibo per sopravvivere. A causa dell´evoluzione le persone sono abituate a mangiare quando c´è disponibilità di cibo. Se, come nei nostri Paesi, il cibo è disponibile sempre e dappertutto, allora mangiamo soltanto per appetito e per voglia e non per fame. Ci siamo sviluppati in una società dell´abbuffata. È raro che le persone più anziane mangino per strada. Per quanto riguarda i bambini, osserviamo invece che hanno sempre qualcosa da succhiare.

Oggi ci facciamo molti pensieri riguardo al mangiare, tuttavia le statistiche mostrano che le persone ingrassano sempre di più. Che cosa c´è che non va?
È vero! In Svizzera il 44% della popolazione è sovrappeso o obeso, in Germania siamo al 50% e negli Stati Uniti la percentuale è ancora più alta. Una grande quantità di informazioni sul cibo non significa che si mangi meglio. Un fattore che porta a questo è il tempo. Cucinare e mangiar sano richiede molto tempo. Bisogna acquistare i prodotti in modo consapevole e prepararli con cura. Alla maggior parte delle persone manca il tempo e perciò puntano - o devono puntare - sui cibi pronti. Ma in realtà mangiare richiede tempo e dovrebbe essere integrato nelle nostre azioni quotidiane. Il filosofo francese Marcel Mauss ha definito il mangiare un "fatto sociale totale".

Molti si ripromettono di perdere peso. Come bisognerebbe procedere?
I comportamenti alimentari umani sono una routine. Spezzare questa routine richiede molta forza di volontà. Provi a usare forchetta e coltello al contrario e cambiare così l´abitudine di tutta una vita. È pressoché impossibile. Dovrebbe pertanto operare il cambiamento procedendo per piccoli passi. Un suggerimento può essere quello di utilizzare un piatto più piccolo. Si mostra pieno, e sappiamo tutti che si mangia con gli occhi, ma contiene meno cibo. Per quanto riguarda il bere bisognerebbe tenere la bevanda dove ci si trattiene più spesso, in modo da ricordarsene sempre. Per la verdura, invece, consiglio di mangiare un po´ di verdura cruda o insalata all´inizio dei pasti. In questo modo ci si sazia più velocemente e si consuma anche più verdura.

Al centro della vita di fede cristiana c´è un pasto: la santa cena. Ha un senso questo per lei?
Sì, ha senso. Mangiare è un atto sociale. Per mangiare ci si ritrova insieme. Ai tempi la santa cena era un pasto completo, pane e vino avevano il significato simbolico di confermare la promessa. Le persone si ritrovavano insieme al termine della giornata di lavoro per fortificarsi fisicamente e spiritualmente. Oggi le cose sono cambiate, la santa cena viene celebrata la domenica mattina ed è ridotta alla sua funzione simbolica.

Con che cosa preferisce saziarsi? Che cosa si trova sul suo menù?
Mi piacciono molte cose, sono curiosa e ogni volta che è possibile provo di tutto un po´. Amo molto il pane così come le patate, ma anche i latticini e le verdure.
(intervista a cura di Franz Osswald; in kirchenbote-online.ch; trad. it. G. M. Schmitt)


Fonte: voceevangelica.ch

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UN GIORNO UNA PAROLA

GIOVEDÌ 21 GIUGNO

O Signore degli eserciti, beato l´uomo che confida in te! (Salmo 84,12)

Egli, sperando contro speranza, credette (Romani 4,18)

Come è facile vivere con te, Signore, com´è dolce credere in te! Quando il mio spirito debole si perde nell´incomprensibile, quando gli intelligenti non vedono al di là della notte che cala e ignorano il domani, tu mi infondi dall´alto la luminosa certezza che tu ci sei e che tutte le vie del bene non sono chiuse.

Aleksandr Isaevic Solzenicyn

Matteo 18,15-20; Osea 1,1-9

PREGHIERA

Nostro Dio, noi confessiamo davanti a te,
e davanti a tutte e a tutti, che siamo stati
indegni. Abbiamo trattato male la tua
creazione e ne abbiamo spesso abusato;
ci siamo feriti l’uno con l’altra a causa
delle nostre divisioni; e non abbiamo
sempre saputo agire con fermezza contro
la distruzione dell’ambiente o contro
la povertà, contro il razzismo, contro la
guerra, contro il femminicidio. Non siamo
solo vittime, ma anche autori di violenza.
In tutto questo, non siamo stati dei veri
e delle vere discepole di Gesù Cristo,
colui che attraverso la sua incarnazione
è venuto a salvarci e a insegnarci come
amare. Perdonaci, nostro Dio, e insegnaci
a perdonarci gli uni con le altre. Rimani
con noi con la potenza del tuo Spirito.
Rimanici accanto, in Gesù Cristo. Amen.

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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