03 Luglio 2020
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Lutero e la Riforma. Intervista a Paolo Ricca

16-09-2017 21:30 - Documenti
"Lutero non è stato scomunicato perché era riformatore, è diventato riformatore perché è stato scomunicato"

"Francesco fa il papa senza esibire i poteri papali"

Quando suono il campanello di casa, all´ora fissata per l´appuntamento, sento dei passi avvicinarsi dall´interno dell´abitazione. È una donna ad aprirmi e farmi entrare nell´anticamera, dove si affaccia lo studio del professore al quale va ad annunciarmi. Te ne eri dimenticato? Sono occupato da altri pensieri. Non ho guardato l´agenda. L´imbarazzo di avere disturbato viene sciolto dalla stretta di mano e dal sorriso bonario con cui Paolo Ricca, professore e pastore valdese, accoglie la mia presenza e si rende disponibile all´intervista. Ci accomodiamo e inizio a domandare.

Prof. Ricca, lei è nato in una famiglia di religione valdese e ha abbracciato quella tradizione in modo per così dire "naturale". Quando ha maturato la consapevolezza di appartenere a quella fede?
Mio padre è stato pastore della chiesa valdese, nella valle torinese del Pellice, dal 1932 al 1950; era anche laureato in Lettere e per un anno ha insegnato al collegio di Torre Pellice in una scuola media, e in quell´anno sono nato io. Poi preferì continuare ad essere pastore e non insegnante e quindi ci trasferimmo a Bobbio Pellice, l´ultimo paese della valle prima degli alpeggi e della frontiera con la Francia alla quale si può accedere anche a piedi. Lì sono vissuto fino ai 12 anni, poi sono stato due anni a Torre e nel ´50 ci siamo trasferiti a Firenze dove ho fatto il liceo. Sono diventato membro della Chiesa a Firenze, ma la consapevolezza del significato di appartenere a una Chiesa e di professare una fede l´ho maturata quando ho cominciato gli studi teologici a Roma, nel 1954. Studiando la teologia ho preso coscienza del significato e della portata della fede e dell´annuncio della fede, avendo già chiaro l´idea di diventare pastore.

Qualcuno dei suo professori è stato particolarmente significativo negli anni della sua formazione?
Sono stato fortunato, perché nella piccola facoltà teologica valdese, l´unica in Italia a livello universitario, ho avuto dei professori di primissimo piano: Valdo Vinay, Vittorio Sibilia e Giovanni Miegge. Questi ottimi professori mi hanno aiutato a capire la serietà della fede, la responsabilità immensa dell´osare parlare di Dio. La seconda fortuna è stata che in quegli anni veniva nella nostra facoltà un grande professore di Basilea, Oscar Cullmann, il quale mi propose di andare con lui a Basilea a fare un dottorato. A Basilea ho avuto Karl Barth come insegnante, e anche altri che mi hanno dato molto.

Si può dire che tutta la sua vita sia stata sostenuta dallo studio.
Ho studiato molto, ho scritto, ma soprattutto ho predicato. Ho sempre detto agli studenti che è più importante leggere che scrivere, bisogna leggere pochi libri ma giusti: leggete Lutero, Agostino, quelli sono i libri importanti, non quelli che potrebbe scrivere un pastore qualunque.. .

Oltre a predicare, l´altra sua attività è stata l´insegnamento.
Ho insegnato alla Facoltà valdese e alla Pontificia università S. Anselmo, che è l´università dei benedettini. È stata un´esperienza molto bella, anche perché i benedettini nascono nel VI secolo e sono precedenti alla vicenda drammatica della Riforma e della Controriforma. Questo dà loro uno sguardo più libero di quello che abbiamo noi che siamo nati dentro questa polemica, questa guerra, questa dialettica, questa alternativa, che oggi è naturalmente in una fase nuova. Io per esempio ho conosciuto il cattolicesimo soltanto con il Vaticano II.

Quando è arrivato a Roma, nel 1954, quali rapporti aveva con il mondo cattolico?
Fino al Concilio per me il cattolicesimo è stato qualcosa di totalmente estraneo. Qualcosa che non mi riguardava e con cui non avevo niente da condividere. C´era un fossato, una mancanza totale di comunicazione positiva. Il Vaticano II ha portato una mutazione profonda nella Chiesa cattolica: pur con tante lentezze, con tante contraddizioni, la mutazione è passata. L´ecumenismo è entrato nell´orizzonte del cattolico "medio", nella misura in cui frequenta un po´ la Chiesa. Oggi poi, con papa Francesco la situazione è migliorata molto. Questo papa è diverso dagli altri, nel senso che non fa valere i poteri che la dottrina cattolica gli attribuisce. È una cosa molto importante.

Lei lo ha incontrato?
L´ho incontrato a Torino quando è venuto al Tempio valdese, ma non ho mai avuto l´occasione di un dialogo vero. Quella visita è stata notevole da vari punti di vista, ma il più importante è che ha chiesto perdono – e io me lo sono segnato interiormente – "a nome della mia chiesa". Tutti gli altri papi, che avevano già chiesto perdono, uno dopo l´altro, lo avevano sempre fatto a nome di "quei cattolici che avevano deviato", ma non della chiesa. Invece questo papa ha pronunciato parole che cambiano totalmente il significato: perché vuol dire che la chiesa in quanto tale si assume la responsabilità delle persecuzioni, dell´odio, di tutto quello che è successo.

Questa sua convinzione è condivisa nella Chiesa valdese?
Sì, credo di sì.

Si aspetta dei passi in avanti importanti?
Il riconoscimento delle differenze è pregiudiziale. Non si fa nessuna unità se non si riconosce il valore delle differenze, e difatti il progetto che oggi viene più comunemente proposto negli ambienti ecumenici è quello della "diversità riconciliata". Questo è un concetto elaborato dall´assemblea mondiale della federazione luterana, che ebbe luogo in Brasile nel 1990, a Curitiba: lanciarono questa formula della diversità riconciliata. Io credo che l´unità cristiana si possa configurare come diversità riconciliata cioè come riconoscimento reciproco di tutte le chiese come parte dell´unica chiesa di Cristo, a certe condizioni che devono essere fissate.

Quali sono le difficoltà principali che si pongono oggi?
Oggi vi sono alcune difficoltà importanti sul piano ecclesiologico: la prima riguarda il papato, cui la dottrina cattolica riconosce poteri "divini", che non sono accettabili né dagli ortodossi né dai protestanti; la seconda, conseguente, riguarda il rapporto tra papa e concilio di tutte le chiese cristiane. Sono problemi grossi, perché per modificare i poteri del papa bisogna che il papa stesso sia d´accordo. Solo lui può modificare il papato, perché la logica dell´istituzione papale è stata impostata in questo modo: lo può fare, ma nessuna altra istanza interna né tanto meno esterna alla Chiesa cattolica può nulla. L´interesse di questo papa rispetto a tutti gli altri, che erano convinti della centralità del papa rispetto al mondo, è che fa il papa senza esibire i suoi poteri di papa.

Non sappiamo ancora come evolverà questo pontificato, ma potrebbe segnare una svolta al pari di quella impressa da Lutero?
Sì, si può fare questo accostamento. L´istituzione papale ha svolto un ruolo immenso nella storia della chiesa, indiscutibilmente. Per avere un futuro ecumenico – cioè per essere una istituzione con cui le chiese ortodosse e protestanti si possano sentire in rapporto – deve morire e resuscitare. Non c´è altra via. La morte e la resurrezione sono un passaggio biblico fondamentale, l´istituzione cristiana deve morire per salvarsi, altrimenti resterà una istituzione cattolica romana, che le altre chiese non potranno mai riconoscere come rilevante. Questo vorrebbe dire che il papa fino ad oggi ha servito la chiesa cattolica, ora si metta al servizio di tutta la chiesa. Credo che molti cattolici sarebbero d´accordo.

LUTERO chi era costui? la sua vita è stato l´evangelo

Chi era Lutero?
Lutero era un monaco, un prete e ciò che ha animato e agitato tutta la sua vita è stato l´evangelo. Lutero avrebbe anche accettato il papa se il papa avesse concesso che nella Chiesa si predicasse la grazia di Dio "incondizionata, immeritata e gratuita". Questo era per lui l´evangelo ed era "per" la Chiesa, non contro, ma da ciò sono nate le premesse per un nuovo modello di Chiesa. Lutero non è stato scomunicato perché era riformatore, è diventato riformatore perché è stato scomunicato.

Perché viene scomunicato?
Nelle chiese si predicava sì la grazia, ma condizionata: Dio ti perdona ma devi fare questo e quello, Dio ti salva ma devi comportarti in un certo modo... La predicazione della grazia incondizionata tagliava l´erba sotto i piedi a questa costruzione che aveva una sua legittimità, serietà, coerenza ma che non corrispondeva al Dio della bibbia.

Quanto ha pesato la sua condanna della vendita delle indulgenze?
Naturalmente questa circostanza ha pesato, ma non è stato il fattore fondamentale. Determinante è stato lo studio assiduo della bibbia da parte di Lutero, lì è nata la Riforma. Lì ha visto che il Dio che veniva fuori non corrispondeva a quello che veniva predicato. Anche le 95 tesi sono un grido di allarme: la chiesa invece di portare le anime a Cristo le allontana con le sue dottrine e le sue pratiche.

Come nasce la chiesa di Lutero?
Seguire Lutero era un rischio, era uno scomunicato, messo al bando dall´Impero, socialmente fuori legge per i criteri dell´epoca. Ciò non di meno mezza Europa gli è andata dietro, e questo ha creato un nuovo modello di Chiesa. Mentre la chiesa secolare scende dall´alto in basso, quella di Lutero nasce dal basso e crea una comunità, una struttura assembleare a partire dalla Parola predicata.

a cura di Silvia Pettiti

(intervista apparsa sul Quaderno n. 9 – settembre 2017 – dell´Associazione "Ore Undici" [http://www.oreundici.org], che ringraziamo per la gentile concessione)


Fonte: www.oreundici.org

UN GIORNO UNA PAROLA

2020

L U G L I O
Versetto del mese:
L’angelo del Signore tornò una seconda volta,
toccò Elia, e disse:
«Alzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te»
(I Re 19, 7)



Salmo della settimana : 106, 1-23

Venerdì 3 Luglio

Le tue mani mi hanno fatto e formato; dammi intelligenza e imparerò i tuoi comandamenti (Salmo 119, 73)
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri (I Giovanni 3,23)

Si può comandare di credere? Si può comandare di amare? A viste umane, la risposta è no a entrambe le domande. Nel primo caso, la fede deve essere una libera adesione a una parola che ci interpella e vogliamo con forza rivendicare la nostra possibilità di scelta, soprattutto quella di sottrarci e di dire no, la risposta che ci fa sentire autonomi e maggiorenni. Nel secondo caso, riteniamo forse ancora più assurdo ordinare di provare un sentimento, l’amore, il più alto dei sentimenti, che secondo noi sfugge addirittura al controllo della nostra razionalità, come il bambino capriccioso, Cupido, con cui lo rappresentavano gli antichi. Eppure la parola di Dio ci smentisce clamorosamente, riproponendoci sia il comandamento della fede in Cristo Gesù, sia il comandamento dell’amore per il prossimo. Quando Cristo Gesù ci afferra totalmente, saremo obbligati a divenire suoi schiavi, come successe fra tanti a Paolo di Tarso, servi suoi, privati del loro libero arbitrio, persone che non potranno non pregare quotidianamente «sia fatta la Tua volontà». E anche se il prossimo, magari ostile, o ributtante, antipatico, spregevole, odioso ci apparirà tutto meno che amabile, al nostro agire si imporrà perentorio l’ordine di amarlo, e non tanto a parole, ma a fatti, sull’esempio di Colui che fu capace di amare chi lo inchiodò sulla croce del Golgota.

Galati 3, 6-14; I Re 13, 1-10




Preghiera


Signore,
nella nostra stanchezza poni su di
noi la tua mano che ridona vigore;
Fa’ soffiare il tuo Spirito che dona
vita nuova.
Non lasciare che la nostra
Esistenza si spezzi in mille
Frammenti e disperda il suo senso
In mille incombenze quotidiane.
Donaci di udire ogni giorno
di nuovo la tua chiamata a
seguire i tuoi passi sul cammino
della nostra esistenza e donaci
di saperci rispondere con fede,
speranza e amore.
Con te, Signore, c’è sempre una
parola nuova da imparare,
nuova speranza in cui
porre fiducia. La nostra vita
sia un grazie a te, un canto di
riconoscenza per la tua grazia, il
tuo perdono la tua salvezza. Nel
nome di Gesù. Amen




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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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