19 Maggio 2021
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L´equilibrio fra progettualità e quotidianità

13-08-2017 07:29 - appunti del moderatore
In vista del Sinodo intervista al moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini

Si è concluso a inizio luglio il Consiglio generale della Comunione mondiale di chiese riformate a Lipsia; intanto a Bangkok si teneva l´Assemblea dell´Alleanza mondiale battista e in maggio si era svolta in Namibia l´Assemblea della Federazione luterana mondiale: le chiese metodiste e valdesi, intanto, si avviano verso il loro Sinodo come tutti gli anni, con i loro piccoli numeri e una lunga storia alle spalle. Al moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini, chiediamo che cosa significano queste proporzioni...

«Non tutti nell´ecumene protestante – ci dice – capiscono appieno la particolarità della situazione italiana. E tuttavia, partecipando alle grandi assise del protestantesimo mondiale, o in ambiente ecumenico, avvertiamo una considerazione che spesso noi stessi non abbiamo: per le cose che facciamo e per il fatto che, pur essendo una minoranza piccolissima, abbiamo in Italia un´udienza molto superiore alle nostre dimensioni; non mi riferisco principalmente al numero di quanti ci attribuiscono l´otto per mille (all´estero questo non significa molto), ma anche per i progetti che implicano presenza a livello ecumenico e nella società, dagli interventi per i migranti a iniziative come "Essere chiesa insieme": un percorso per l´integrazione che in pochi Paesi di immigrazione viene tentata. Da qui, le manifestazioni di interesse e riconoscenza che ci vengono rivolte, magari per il fatto di portare in altri Paesi – come la Francia, e forse la Svizzera, per i Corridoi umanitari – delle esperienze riuscite: a volte siamo troppo autocritici».

Quali dimensioni, però, si affiancano agli interventi umanitari?

«Guardando al panorama ecumenico, direi che siamo ancora in grado di esprimere delle belle capacità progettuali: rispetto a quanto vedo in altri Paesi del protestantesimo europeo, le nostre chiese sanno ancora essere reattive di fronte a quanto succede. Un esempio di cui essere consapevoli: il modo in cui è stato strutturato il Patto di integrazione valdese-metodista, che non è semplicemente una "unione di chiese" ma salvaguarda l´identità di ognuno e la rappresentanza di tutte le chiese al Sinodo, è stato studiato dalle Chiese luterana e riformata, che in Francia hanno dato vita nel 2012 all´Eglise protestante unie. Non credo poi che possiamo essere assimilati a una grande organizzazione non governativa: "Essere chiesa insieme" è un progetto di grande coinvolgimento anche quanto a spiritualità perché, dialogando con sorelle e fratelli provenienti da altre culture, gli scogli e le difficoltà si manifestano proprio sulla Scrittura e sulla sua interpretazione, sull´organizzazione della chiesa, sulla democrazia, sulla concezione dei ministeri. Poi, certo, se riusciamo ad attuare dei processi di integrazione, è inevitabile che questo abbia un riscontro visibile anche a livello sociale; un nostro problema, invece, che condividiamo con moltissime altre chiese, sta nella quotidianità».

Di che cosa si tratta?

«Nelle Assemblee che si tengono all´inizio di ogni anno ecclesiastico sembra esprimersi più la routine che la vivacità: non è così dappertutto, ma è pur sempre un problema, che più di un Sinodo ha già affrontato. È come se nella vita della nostra chiesa ci fossero due facce: la quotidianità e la progettualità più alta. Abbiamo la capacità di esprimere una progettualità che "impatta" a livello ecumenico, nazionale e internazionale, e anche nella società. Ma dall´esterno è difficile capire la sofferenza della quotidianità: abbiamo sotto gli occhi il calo numerico e gli affanni legati all´autofinanziamento – e a questo proposito dobbiamo ribadire che l´autofinanziamento fa parte dell´identità delle nostre chiese.

Poi però c´è un altro problema, che la Tavola valdese segnala quest´anno al Sinodo con più forza: ci accorgiamo di essere chiese sempre meno "anticonformiste". Il testo di Romani 12 (v. 2) ci invita a non conformarci al secolo presente. Ora, noi abbiamo la sensazione che prosperi la difficoltà di dialogare con chi pensa diversamente, l´incapacità di riconoscere gli sbagli e di fare un passo indietro; ebbene, tutto questo è un "conformarsi" allo spirito del nostro tempo, fatto di litigiosità, arroganza, mancanza di ascolto e rispetto reciproco. E questo ci colpisce, perché coinvolge anche i ministri della Chiesa (pastori e membri dei Concistori e Consigli di chiesa –questi organi sono infatti dei "ministeri collegiali"). Purtroppo, non solo di fronte a difficoltà caratteriali, ma di fronte a diverse visioni, anche a livello locale, sulla missione della chiesa, il dialogo troppo spesso lascia spazio al litigio, alla difficoltà di trovare un punto di mediazione; ci si scontra troppo frequentemente, nelle chiese grandi e nelle piccole, del Nord e del Sud, metodiste e valdesi, come in un condominio o per strada. È, questa, la malattia del conformismo: se queste cose avvengono in una comunità cristiana, che vive della novità e della "differenza" del Vangelo, e che dovrebbe essere una comunità che cura, in cui apprendere a livello elevato il rispetto reciproco, il dialogo, la democrazia, allora c´è qualcosa di grave che bisogna contrastare; il richiamo di Romani 12 ci obbliga a un lavoro di disciplina e autodisciplina, quella di cui si deve nutrire chi vive del Vangelo».

È giusto dire che siamo sbilanciati verso la diaconia?

«La nostra progettualità diaconale è stata chiamata negli ultimi tempi a esprimere progetti di tipo nuovo, anche di diaconia "leggera" e comunitaria, uscendo in parte dalla tradizione "storica" della sola opera residenziale: e questo è stato fatto, con risultati importanti, aprendo a nuove aree d´intervento anche inedite, come per esempio l´autismo. D´altra parte si dice con sofferenza che le energie profuse in questo impegno toglierebbero spinta alla missione evangelica e spirituale. Non credo che opporre questi due termini sia utile: mi sembra più pertinente l´opposizione di cui parlavo prima, fra progettualità e quotidianità; ma capisco che la grande differenza nelle dimensioni di questi diversi ambiti crei delle difficoltà. Però vorrei ricordare che noi siamo una delle poche chiese protestanti nel mondo in cui il sistema diaconale risponde al "Sinodo delle chiese": è controllato dal Sinodo (e su scala più piccola dai Distretti) e ne riceve le linee d´indirizzo, non procede con una gestione solamente tecnica e non è gestito da enti esterni, come le fondazioni. Proprio qui possiamo cercare una possibile soluzione, in una maggiore capacità di indirizzo e di controllo da parte delle nostre assemblee».


Fonte: Riforma.it
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Martedì 18 Maggio


Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso (Salmo 111, 4)
Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero (Luca 24, 30-31)


Signore Gesù Cristo, è una gioia mangiare e bere in silenzio alla tua mensa, dopo aver udito, capito e amato il senso di questa comunione. E’ una gioia non dover più parlare, spiegare, commentare, ma solo prendere e ricevere.
Andrè Dumas


I Giovanni 4, 1-6; Atti degli apostoli 1, 15-26


Preghiera

Signore Dio nostro, è col cuore colmo di riconoscenza che oggi veniamo a Te per esprimerti il nostro grazie per ciò che hai fatto per noi offrendoci , immeritatamente, la tua misericordia, il tuo amore, la tua salvezza.
Non ci hai mai abbandonati; ci hai accompagnati fin qui, ci hai aiutati a rialzarci nei momenti di difficoltà e di sconforto; ci permetti di chiamarti Padre, che per ciascuno di noi significa insegnamento, protezione e prospettiva futura.
Perdonaci per le tante volte in cui ci siamo fatti sopraffare dallo scoraggiamento e dal dubbio dimenticando i numerosi interventi nella nostra vita; come i primi discepoli, con troppa istintiva leggerezza ti abbiamo rinnegato, tradito, vivendo così tutto il peso della nostra miseria umana che tu avevi già portato sulla croce per noi.
Abbiamo però sperimentato anche lo strattone che tu ci hai dato e che ci ha ricordato che nessuno ci strapperà dalla tua mano.
Per tutto questo, Padre, ti ringraziamo!
In questo momento in cui il Creato sta soffrendo per colpa degli uomini e questi sono sconvolti da tanti focolai di guerra, da ingiustizie sociali e da tante morti per il Covid 19, noi ti chiediamo, o Padre, che questo induca tutti a riflettere e i potenti della terra ad interrogarsi…..; fa che ciascuno possa alzare gli occhi verso di te, riconoscerti come Dio e che il tuo Nome possa essere santificato.
Ti chiediamo che lo Spirito santo rinnovi la nostra fede la fortifichi e ci renda davvero capaci di essere latori della tua luce nel mondo ritrovando quell’unità con Te e tra noi attraverso la quale il mondo possa capire che siamo tuoi figli e perciò testimoni della tua Parola.
Ti preghiamo per quanti sperano in Te, e per quanti non ti conoscono; per coloro che faticano a sopravvivere per le guerre, per la fame, per l ingiustizia umana, per tutti i diseredati.
Grazie per il sacrificio di Gesù per noi e per la sua vittoria sulla morte.
Ascoltaci Padre, ti preghiamo per Cristo nostro Signore. Amen



COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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