01 Agosto 2021
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L´arte della meditazione Non soltanto l´Oriente ha esplorato le vie della meditazione. Anche la Bibbia ci insegna a meditare sulla Parola di Dio e su come Dio agisce per noi nella storia Giampiero Comolli

26-06-2013 14:11 - Bibbia e attualità
Qualche anno fa, sull´isola di Gerba, in Tunisia, mi capitò di osservare alcuni anziani intenti a leggere la Bibbia nella Ghriba, la sinagoga dell´antica comunità ebraica. Avvolti in ampie e sdrucite zimarre, assisi su panconi in legno, questi pii ebrei se ne stavano a piedi scalzi, una gamba distesa, l´altra con un ginocchio comodamente piegato per reggere il Libro sacro. Ma quel che mi sorprendeva in loro - oltre alla postura così rilassata e al tempo stesso solenne, quasi regale - era l´intensità del raccoglimento con cui si dedicavano alla comprensione sempre rinnovata di pagine che pure conoscevano a memoria. Mi affascinava la concentrazione umile e serena dello sguardo che scorreva adagio riga dopo riga, la dolcezza trepidante delle labbra che pian piano sussurravano sillaba su sillaba, la tensione vibrante e delicata di tutto il corpo che con fiduciosa letizia si protendeva, si piegava per accogliere e assorbire tutta la delizia di un testo dal quale parole eterne di una Verità mai esaurita stillavano come goccia a goccia. Sembravano, quegli uomini di fede, la raffigurazione vivente del Salmo 1, dove si descrive la beatitudine, la gioia quieta e traboccante che inonda colui «il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte».

Tali zelanti scrutatori del Libro esercitavano su di me un fascino profondo, perché testimoniavano la possibilità di un´arte della meditazione profondamente diversa da quella che avevo visto invece esercitata in Asia dai maestri dello yoga, del buddhismo, del taoismo. Quando noi pensiamo alla pratica della meditazione, subito ci viene in mente l´immagine di un asceta a gambe incrociate, immobile e in silenzio, gli occhi socchiusi, fermo nella postura canonica codificata dalle tradizioni spirituali dell´Oriente. Come se fosse soprattutto l´Oriente ad avere esplorato fino ai limiti estremi le vie della meditazione. Eppure, anche la Scrittura insegna a meditare. Per capirlo, chiediamoci innanzitutto che significhi meditazione. Potremmo definirla una concentrazione psicofisica, silenziosa e prolungata, su un unico oggetto di pensiero. Dunque un raccoglimento profondo della mente, del corpo, della sfera emotiva, tale per cui ci dedichiamo a contemplare, in uno stato di massima intensità e massima attenzione, un qualche cosa che a propria volta pervade la totalità di noi stessi. Tale oggetto di meditazione potrà essere un elemento del mondo interno, come il nostro stesso respiro, o del mondo esterno, come una candela accesa, un´opera d´arte, un paesaggio naturale, una poesia... Di conseguenza, si dà meditazione sia rimirando in silenzio un ramoscello di bambù, sia rimanendo assorti davanti a un versetto biblico.

Ma le tradizioni dell´Oriente pretendono di più: sostengono infatti che meditazione si dà solo se ci si concentra totalmente sul momento presente, sul qui e ora, in uno stato oltretutto di pura attenzione silenziosa, e cioè totalmente libera dall´interferenza delle parole, siano esse parole lette, pronunciate o anche solo pensate. Meditare dunque significa per l´Oriente entrare in una condizione di completo Silenzio, che a propria volta si manifesta nel tempo di un puro Presente, elevato a dimensione assoluta. È qui allora che s´incontra la divergenza profonda con la meditazione biblica. Quest´ultima infatti richiede sì silenzio interiore e raccoglimento, ma per ascoltare non certo un Silenzio assoluto, bensì una Parola assoluta, quella di Dio: una Parola che dalla Scrittura ci interpella per chiamarci a un impegno il quale, a propria volta, non si esaurisce nel puro presente, ma si dilata sia verso il passato (il ricordo, la memoria di quanto Dio ha fatto per noi) sia verso il futuro (la speranza, l´attesa di un Dio che viene, ci chiama, ci porta verso una salvezza a venire).

Ebbene, una simile dilatazione temporale della meditazione biblica è possibile proprio perché essa è meditazione su una Parola, quella di Dio, la quale, pur essendo assoluta, si manifesta nel tempo, nella storia: diventa infatti meditazione su come Dio agisce per noi nella storia, nella biografia della nostra vita. Per converso, la meditazione orientale trascende il tempo, esce dalla storia, si concentra tutta su un unico istante presente, dilatato per così dire all´infinito. Ma se lo può fare, è perché essa si svolge fuori dalla parola, dal linguaggio verbale, in un silenzio tanto più definitivo, perché al di là di esso non c´è nient´altro che un ulteriore Silenzio: quello dell´Assoluto, quello del Vuoto. La meditazione biblica invece non ci fa incontrare il Silenzio del Vuoto, bensì la Parola di Dio, custodita nella Scrittura. Ed era proprio questa l´impressione che mi facevano gli zelanti ebrei di Gerba: mentre mormoravano le sillabe della Torah, infatti, riluceva sui loro visi una vibrazione luminosa, una beatitudine commossa. Si capiva che, in quella meditazione mormorata, ricevevano la grazia di avvertire la Presenza di Dio, di udire l´eco della sua Voce. E in questo modo la loro meditazione raggiungeva un culmine oltre il quale la mente umana non può andare: l´incontro benedetto con la gloria di Dio.

(26 giugno 2013)

Fonte: Riforma
UN GIORNO UNA PAROLA
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A G O S T O
Versetto del mese
Signore, porgi l orecchio,e ascolta!
Signore, apri gli occhi e guarda!
(II Re 10,16)



Salmo della settimana: 14


Domenica 1° Agosto
A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà (Luca 12,48)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze (Deuteronomio 6,5)
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo (I Giovanni 4,19)


E’ possibile amare Dio con mezzo cuore? E’ possibile provare un sentimento con solo un pezzo di cuore? Si può immaginare che il cuore sia composito. Effettivamente la tradizione rabbinica dà un suggerimento per certi versi sconcertante: si deve amare Dio sia con l isinto del bene, sia con l istinto del male. Infatti nell’uomo vi è una natura doppia, nel profondo, che lo costringere perennemente a scegliere. Ora, se è chiaro che cosa vuol dire amare Dio con la componente positiva, bisogna capire che cosa significhi amare Dio con quella negativa. Suggerisco che io pratico una forma di amore verso Dio nel momento in cui domino l’istinto del male, indirizzando verso Dio la capacità di dominare la tendenza malvagia.
Benedetto Carucci Viterbi


Matteo 13, 44-46; Filippesi 3, 4b-14; Geremia 1, 4-10









Preghiera




Poiché le tue parole, mio Dio,
non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso,
un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicita,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.
Fa che come fiammelle nelle stoppie
corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia

Madeleine Delbrel

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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