26 Agosto 2019

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La mangiatoia piena e la tomba vuota

21-12-2017 09:25 - Fede e spiritualità
Il Natale evangelico deve sopravvivere alla sua iconizzazione mediatico-commerciale. Una riflessione del professore di teologia pratica Enrico Benedetto

Il Natale è un Mutante, ammettiamolo.

C´era una volta l´archetipo natalizio. Ma doveva essere un archetipo darwiniano: si è evoluto (o involuto) con la duttilità di un avatar. Il bue e l´asinello hanno partorito renne, la Santa Famiglia agglutina sempre più famiglie distratte e concitate, volentieri sature, scomponibili e ricomponibili secondo geometrie talora indecifrabili (vedi Il Premio, con uno splendido Gigi Proietti, ove il nonno si presenta «fumato» con partner improbabili); al nascituro si preferisce la Rinascente che ha inaugurato con sfarzo da «Grande Bellezza» l´Avvento romano, e la mangiatoia lascia le stalle per farsi liturgia abbuffona vidimata da Master Chefs, mentre i mercatini di Natale germanici, adeguatamente stravolti, colonizzano allo zenzero CentrItalia e Meridione.

Per metterla su un piano più «paratrinitario», il Figlio genera con due millenni di ritardo il Padre ossia Babbo Natale, mentre lo Spirito del Natale – quello caro a Dickens – latita, aggirandosi come un fantasma sull´Italia se non sull´Europa: tutti lo invocano, ciascuno insegue il proprio e nessuno più lo trova, neanche denunciando come cinepanettoni – uno sport nazionale – i Natali altrui.

Già, lo spirito del Natale. Obama pensava di materializzarlo con un restyling non proprio lieve: periferizzare Gesù, immettere Hanukkah ma senza parlarne troppo e guarnire il tutto con «Buone Feste!», figura apicale dell´Inter-religioso, laddove Trump – che nelle Controriforme eccelle – ha ripiantato eroicamente l´Abete, conficcandolo nell´identità nazionale americana come la bandiera stellestrisce su Iwo Jima riconquistata, nel celebre cliché di Joe Rosenthal.

Li abbiamo provati un po´ tutti, i Natali in commercio, inclusi quelli dell´e-commerce. Natali a km zero, verdi, solidali, pauperistici, filopalestinesi, decenonizzati, casual, minimalisti, da crisi e da post-crisi, zen, eco-sostenibili (ma i parenti tendono a esserlo infinitamente meno), inviti a senso unico alternato per favorire la circolazione intergenerazionale... Da bene necessario, anzi da Summum Bonum, a male superfluo, scadenza fastidiosa e impicciona, cartina di tornasole per l´Inverno del nostro scontento. Come il Sinodo valdese – diranno i malvagi – in fondo il Natale è tanto più irriformabile quanto più fioccano le proposte per riformarlo. Va forse preso come un corpus antropologico (pallida eco dell´Incarnazione), un significante che si è perso nei significati dei suoi numerosi accaparratori, un campo elettrico instabile per eccellenza, un Mar dei Sargassi che catalizza il magma delle nostre proiezioni.

Eppure... Sì, c´è un «eppure», e non solo perché sarebbe carino che Riforma non usurpasse la qualifica di settimanale evangelico. L´«eppure» potrebbe essere una sostanziale irriducibilità del Natale, ossia il suo sopravvivere – ma in teologia si parla più volentieri, senza trionfalismi, del trionfare su – alla sua iconizzazione, cui pure i cristiani hanno passabilmente contribuito prima di perdere il controllo dell´icona (e lagnarsene senza moderazione).

Un Natale – se non Il Natale – evangelico attua semplicemente questo, diceva la pastora Lidia Maggi domenica scorsa ai cinquecentomila italiani sintonizzati su Radio1: i Cieli si lacerano come l´utero di una donna e nella storia, gravida di Dio, Dio stesso dà corpo al corpo per abitare il giardino del corpo, dargli sapore e sapienza facendosi mani, piedi, occhi... Sì, in una società senile e semi-sterile – non solo demograficamente – come quella italiana, l´apologia del Bambinello oggi può apparire strumentale e compensatoria.

È forse meglio che nel presepe figuri non solo il bebè Gesù o il futuro ometto Gesù che Maria reca in braccio, caro a tanta iconografia devozionale, ma il Signore Gesù che squarcia e traversa il tempo giacché – dice il Salmo 31 – «tutti i miei giorni sono nella Tua mano», e quelli del Dio fatto uomo con loro. La Natività è una porta o una finestra, più che una stalla. Inaugura i nuovi possibili di Dio nel mondo che ha tanto amato, possibili rimasti nuovi, e persino intatti, due millenni più tardi.

Tra Natale, Circoncisione di Gesù ed Epifania si gioca quel trattino, anzi quel trait d´union impagabile che fa di Gesù Bambino Gesù-Cristo e persino, in Paolo, Cristo-Gesù. Ci scorrono davanti agli occhi, come attraverso una Lanterna Magica natalizia in modalità random, le slide degli Evangeli: il Neonato, il Diacono, il Terapeuta, l´Incarnato, l´Adolescente che scappa, l´Asceso, il Cosmico, il Crocifisso, l´Amico, il Risorto, il Rifugiato (in Egitto), il Nomade, il Figlio: di Maria, dell´Uomo, di Dio... Figura antica, ma cavalcata con nuovo slancio dal post-moderno, la simultaneità (e la compenetrazione) potrebbe inscriversi proprio nel cuore del processo – l´Incarnazione – di cui Natale è pegno.

Natale è un innesto, Natale è un innesco. Trattarlo da Compleanno di Gesù avrebbe sorpreso non poco – suppongo – l´Interessato nonché apostoli e discepoli. La mangiatoia è piena perché la tomba sia vuota, e questi due limes costituiscono insieme un Orizzonte di Vita unico.

Quanto tutto ciò sia (in)solubile nell´Happening Natale ci riguarda solo in parte. Diceva Beniamino Franklin (sì, quello del parafulmine), intriso di cultura puritana della responsabilità: «È Natale ogni giorno, se hai la coscienza a posto». Dice Charlie Brown, insufflato dal suo disegnatore, Schulz, che non a caso fu predicatore locale evangelico: «Natale è saper dare». Ma si fa riprendere dalla sorellina Sally: «Non capisco quel che stai dicendo. Natale è ricevere un mucchio». Sia lecito non schierarsi solo con il buon vecchio Charlie Brown.


Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

A G O S T O
Versetto del mese:
Andando, predicate e dite: «Il regno dei cieli è vicino» (Matteo 10,7)


Salmo della settimana: 101

Domenica 25 Agosto
Beata la nazione il cui Dio è il Signore; beato il popolo ch’egli ha scelto per sua eredità ( Salmo 33,12)

Il rimanente della casa di Giuda che sarà scampato, metterà ancora radici in basso e porterà frutto in alto (II Re 19,30)
Se la radice è santa, anche i rami sono santi (Romani 11,16)

Amici, se la radice del mandorlo torna a fiorire e germogliare, non è questo un segno che c’è ancora amore?
Schalom Ben-Chorin

Marco 12, 28-34; Romani 11, 25-32


Preghiera

Signore nostro, la tua Parola
ci cerca, la tua voce desidera il
nostro cuore per prendere dimora
in noi e da lì poter risuonare
nel mondo. Accogli la nostra
disponibilità, anche se fragile,
anche se piena di contraddizioni,
e vieni ad abitare in noi. Dona
la forza del tuo Spirito, respiro
di vita, che ci sostenga quando
la tua Parola brucia, che ci dia
il coraggio di andare avanti
quando nulla è chiaro, quando senza
te il nostro passo sarebbe troppo
incerto.
Ascoltaci, Signore nostro, nel
nome del tuo figlio Gesù, e donaci
il respiro del tuo spirito Santo.
Amen
da Riforma
del 29 marzo 2019



Eventi

COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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