03 Luglio 2020
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La guerra e la coscienza cristiana

22-03-2018 10:36 - News
Malgrado le parole evangeliche che esortano alla nonviolenza, la posizione dei cristiani si divide tra il rifiuto assoluto di portare armi e il sostegno pragmatico di una violenza ritenuta a volte necessaria

Di fronte alla guerra sono possibili due reazioni. La prima è profetica e ricorda il comandamento "non uccidere" e il suo sviluppo nonviolento nel Vangelo. La seconda è pragmatica, prende atto del fatto che il male esiste e ha elaborato la famosa teoria della guerra giusta.

Pragmatismo e profezia
Il Sermone sul monte, attribuito a Gesù di Nazareth, esorta a porgere la guancia destra quando ci percuotono la sinistra. È l´atteggiamento che il predicatore di Nazareth ha adottato di fronte ai suoi nemici. Sappiamo, dalla storia, che quell´atteggiamento lo ha portato alla morte, e nella maniera peggiore possibile, inchiodato su di una croce. Coloro che difendono sino all´ultimo questa posizione dicono che il ruolo dei cristiani non è di governare il mondo, ma di essere testimoni del Regno.
Chi ha un atteggiamento pragmatico nei confronti della questione, riconosce che il male esiste, che una società deve fermarlo e che il diritto alla sicurezza è un diritto umano. Il Vangelo, affermano, chiama a essere cittadini responsabili, in particolare di fronte al male.

Pacifismo e violenza
I profetici si basano sull´autorità di Gesù che ha sempre rifiutato ogni atto di forza. Ha vinto il mondo con la disfatta della croce che, con un capovolgimento paradossale, è anche la vittoria del Vangelo. I pragmatici si basano sui brani del Nuovo Testamento che affermano che bisogna essere sottomessi alle autorità civili la cui funzione è di fermare il male. La preghiera per le autorità che possiedono la chiave della pace civile appartiene alla tradizione liturgica della Chiesa.
I pragmatici rimproverano ai profetici il loro idealismo facendo l´esempio della seconda guerra mondiale. Non ci sono momenti in cui il pacifismo è una viltà e una sottomissione al regno del male? I profetici rimproverano ai pragmatici di sottovalutare l´ingranaggio della violenza facendo l´esempio della prima guerra mondiale che sarebbe dovuta durare appena qualche settimana. È difficile fermare una logica e il bilancio della Grande Guerra si chiude con dieci milioni di morti senza contare gli innumerevoli feriti.

La coscienza al bivio
Il dibattito tra profetici e drammatici è vecchio quanto il cristianesimo. Non è sicuro che possa esserci una posizione assoluta e senza tempo. La verità si trova forse nella tensione tra i due atteggiamenti. Nel suo saggio Le lettere di Berlicche Clive Staples Lewis riporta le lettere di Berlicche a suo nipote che ha la missione di trascinare sulla cattiva strada un giovane gentiluomo inglese. Quando viene dichiarata la guerra, il diavolo esperto scrive: "Non mancare, nella tua prossima lettera, di darmi un resoconto completo delle reazioni dell´ammalato alla guerra, così che si possa studiare se sarà meglio farlo diventare un appassionato patriota oppure un ardente pacifista".

Non c´è una guerra giusta
Detto ciò, non bisogna mai dimenticare tre punti. Tutti sono contro la guerra, tranne i mercanti d´armi che hanno sempre argomenti umanitari per giustificarla. Non bisogna essere troppo creduloni, questi argomenti sono soltanto un paravento per i loro interessi economici. Le guerre in Iraq e in Afghanistan sono costate centinaia di miliardi di dollari. Se nella loro grande generosità, i Paesi occidentali avevano da offrire questa somma agli afgani e agli iracheni, non c´era un modo più intelligente di utilizzarla?
La guerra è sempre sporca e ingiusta. Non c´è mai una guerra giusta, sebbene a volte si possa considerare una guerra necessaria. La guerra è prima di tutto un gigantesco sperpero di energia, di vita, di famiglie, di speranza e di futuro. Sulla base della propria esperienza Hélie de Saint Marc ha scritto: "Non c´è una guerra gioiosa o una guerra triste, una guerra bella o una guerra brutta. La guerra è il sangue, la sofferenza, i visi ustionati, le pupille dilatate dalla febbre, la pioggia, il fango, gli escrementi, l´immondizia, i ratti che corrono sui corpi, le ferite mostruose, le donne e i bambini trasformati in carogne. La guerra umilia, disonora, degrada. È l´orrore del mondo riunito in un parossismo di sangue e di lacrime".

Meglio la nonviolenza
È difficile giustificare la guerra in nome di Dio. Dietrich Bonhoeffer fu uno degli organizzatori della Chiesa confessante in Germania. Il suo studio del Sermone sul monte radicò in lui la convinzione che il cristiano deve essere pacifista. Ma quando fu persuaso a collaborare nella preparazione di un attentato contro Hitler non cercò di giustificare il suo atteggiamento, riconobbe che il suo comportamento era condannabile da un punto di vista evangelico. Aggiunse semplicemente: "Preferisco correre questo rischio che lasciare massacrare delle persone... e spero nella grazia di Dio".
Questa riflessione è notevole nella misura in cui non cerca di edulcorare la parola del Vangelo. Jacques Ellul ha teorizzato questo atteggiamento dicendo che se un giorno si fosse costretti alla violenza bisognerebbe continuare a credere alla fecondità dell´affermazione radicale della nonviolenza.
(da Réforme, trad. it. G.M. Schmitt)


Fonte: voceevangelica.ch

UN GIORNO UNA PAROLA

2020

L U G L I O
Versetto del mese:
L’angelo del Signore tornò una seconda volta,
toccò Elia, e disse:
«Alzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te»
(I Re 19, 7)



Salmo della settimana : 106, 1-23

Venerdì 3 Luglio

Le tue mani mi hanno fatto e formato; dammi intelligenza e imparerò i tuoi comandamenti (Salmo 119, 73)
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri (I Giovanni 3,23)

Si può comandare di credere? Si può comandare di amare? A viste umane, la risposta è no a entrambe le domande. Nel primo caso, la fede deve essere una libera adesione a una parola che ci interpella e vogliamo con forza rivendicare la nostra possibilità di scelta, soprattutto quella di sottrarci e di dire no, la risposta che ci fa sentire autonomi e maggiorenni. Nel secondo caso, riteniamo forse ancora più assurdo ordinare di provare un sentimento, l’amore, il più alto dei sentimenti, che secondo noi sfugge addirittura al controllo della nostra razionalità, come il bambino capriccioso, Cupido, con cui lo rappresentavano gli antichi. Eppure la parola di Dio ci smentisce clamorosamente, riproponendoci sia il comandamento della fede in Cristo Gesù, sia il comandamento dell’amore per il prossimo. Quando Cristo Gesù ci afferra totalmente, saremo obbligati a divenire suoi schiavi, come successe fra tanti a Paolo di Tarso, servi suoi, privati del loro libero arbitrio, persone che non potranno non pregare quotidianamente «sia fatta la Tua volontà». E anche se il prossimo, magari ostile, o ributtante, antipatico, spregevole, odioso ci apparirà tutto meno che amabile, al nostro agire si imporrà perentorio l’ordine di amarlo, e non tanto a parole, ma a fatti, sull’esempio di Colui che fu capace di amare chi lo inchiodò sulla croce del Golgota.

Galati 3, 6-14; I Re 13, 1-10




Preghiera


Signore,
nella nostra stanchezza poni su di
noi la tua mano che ridona vigore;
Fa’ soffiare il tuo Spirito che dona
vita nuova.
Non lasciare che la nostra
Esistenza si spezzi in mille
Frammenti e disperda il suo senso
In mille incombenze quotidiane.
Donaci di udire ogni giorno
di nuovo la tua chiamata a
seguire i tuoi passi sul cammino
della nostra esistenza e donaci
di saperci rispondere con fede,
speranza e amore.
Con te, Signore, c’è sempre una
parola nuova da imparare,
nuova speranza in cui
porre fiducia. La nostra vita
sia un grazie a te, un canto di
riconoscenza per la tua grazia, il
tuo perdono la tua salvezza. Nel
nome di Gesù. Amen




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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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