23 Agosto 2019

News

La Scrittura e il fine vita

16-03-2017 08:47 - Bibbia e attualità
Il delicato equilibrio fra Fede e bioetica: una riflessione pastorale di Eleonora Natoli

"Io sono venuto perché abbiano la vita e l´abbiano in abbondanza" (Gv 10,10b). Ancoraggio primo dell´essere umano a Dio, redenzione ancora più incisiva di quella della giustificazione del peccatore: in questo annuncio Gesù dichiara la meravigliosa giustificazione del nostro esistere.

In questo messaggio evangelico risiede, inoltre, la concreta attuazione della benedizione cosmica di Genesi 1. Il Gesù "buon pastore" giovanneo trascende ovviamente il significato biologico della promessa, ma, allargando l´orizzonte di senso, lo include, dal momento che Egli stesso, il Salvatore, è Parola incarnata.

La riflessione sulla Scrittura ci rende allora accorti su quale sia il significato da dare al termine "vita".

La vita donata da Gesù è, nella sua qualità, "abbondante".

Di fronte al supplizio inutile cui obbliga il sopravvivere come corpo straziato dal dolore nel caso di malattia terminale o di malattia incurabile, dove, cioè, sia accertato che ogni via terapeutica per la guarigione risulti impraticabile, la coscienza credente può onestamente rintracciare, nella sopravvivenza sofferente e medicalizzata a forza, l´avverarsi della promessa evangelica?

E similmente, la coscienza laica posta di fronte ad un´esistenza che si è tragicamente oscurata e svilita fino ad essere descritta come : "Dolore, dolore, dolore" (Ultime parole di Dj Fabo), non è colta dal dubbio che il diritto di vivere del paziente non sia, forse, diventato, per imposizione esterna, un crudele "dovere" di vivere?

Chi decide quale sia la soglia oltre la quale il paziente non è più capace di rintracciare lo scopo del suo esistere? Chi decide qual è il punto oltre il quale la vita perde il proprio senso, il proprio valore, tanto da trasformarsi, nel corpo e nell´anima del paziente, in una sofferenza insostenibile?

Ed ecco delinearsi un impedimento verso il riconoscimento pieno della dignità della persona che, a motivo di una legislazione punitiva riguardo l´autoderteminazione del malato, ci obbliga a rivendicare un nuovo diritto-paradosso:" il diritto di morire".

Non voglio entrare nel merito della casistica etica che riguarda la gestione dei corpi, cioè il distinguo tra "azione" e "omissione" nei casi di eutanasia e suicidio assistito, interruzione di idratazione e nutrizione artificiali ove ritenuti accanimento terapeutico e interventi coadiuvanti la fine della vita nell´ambito delle cure palliative (sedazione profonda, possibilità più teorica che pratica).

Mi chiedo, piuttosto, riflettendo su un tema solo per alcuni versi simile, perché il diritto di morire da parte di un suicida non solo non sia considerato reato ma, anzi, sia riconosciuto come lecita esecuzione della sua libera volontà, e invece, per quanto riguarda un paziente bloccato in un corpo che è tortura e prigione, venga negata e insieme condannata legalmente la richiesta di veder rispettata la sua richiesta lucida e consapevole.

E anche mi chiedo perché, nel caso di rifiuto di trattamento medico (assunzione di medicinale o intervento chirurgico), decisione che comporta il sicuro morire, la volontà del paziente venga rispettata senza scatenare un infuocato dibattito pubblico su questioni etiche.

Mi pare, che al di là del distinguo tra lasciar-morire e uccidere (un crudele sofisma nei particolari casi estremi come quello di Dj Fabo), siano invece, attraverso un fermo rifiuto di accogliere una volontà lucidamente espressa, violati i diritti del malato, ampiamente e senza misericordia . In situazioni così tragiche il medico, dal canto suo, corre il rischio di venir meno alla sua deontologia professionale che lo impegna al servizio dell´essere umano tutto e non solo della meccanica del suo corpo.

Questa coercizione alla vita, quando la vita non la si può più definire tale, ci interroga anche sul modello di società alla quale apparteniamo. Un insieme sociale si costituisce attraverso un patto in grado di legare, in una relazione di reciprocità, l´individuo e la collettività. Questo equilibrio viene meno quando nasce la domanda se è l´individuo a essere funzionale alla collettività o è l´insieme sociale ad essere funzionale agli individui.

Durkheim nel suo ampio studio* sul fenomeno del suicidio, fenomeno già avvicinato con cautela al tema della riflessione, sostiene che è indubbiamente l´individuo ad essere funzionale al gruppo e che il gesto suicida è esecrabile perché, togliendo forza utile, reca un danno alla società. Date queste premesse, la collettività ha il dovere di agire in maniera costrittiva contro la tendenza disgregatrice sempre latente nell´individuo.

Il contratto sociale, secondo questa prospettiva, risulta fortemente sbilanciato a favore del sostegno di un programma sociale ideologicamente virtuoso con tratti fortemente conservatori.

Scrivo questo perché, riguardo la negazione di diversi diritti inalienabili della persona, la nostra società non sembra essersi molto allontanata dalla Terza Repubblica francese del Sociologo.

Una Chiesa che si interroghi su quali percorsi intraprendere per dare una risposta di valore profetico, ha la necessità di riflettere in preghiera. Una preghiera che sia, però, conficcata nella carne dell´umano esistere.


Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

A G O S T O
Versetto del mese:
Andando, predicate e dite: «Il regno dei cieli è vicino» (Matteo 10,7)


Salmo della settimana: 70

Venerdì 23 Agosto

A te, Signore, la grandezza, la potenza e la gloria, lo splendore, la maestà, poiché tutto quello che sta in cielo e sulla terra è tuo. (I Cronache 29,11)
Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria l’onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono (Apocalisse 4,11)

Tu sei più d’ogni cosa / Come è possibile cantarti? / Potrà mai la parola celebrarti, se nessuna voce può esprimerti?/ Ogni cosa parla diTe / Ciò che ha voce e ciò che non ha voce / Ogni cosa onora Te / Ciò che ha intelletto e ciò che non ha intelletto / A Te si innalzano i desideri di tutti / A Te le sofferenze di tutti / Tutto il creato supplica Te / quanto comprende il Tuo universo / a Te eleva un inno silenzioso
Gregorio di Nazianzio

Geremia 1, 11-19; Matteo 11, 20-24


Preghiera

Signore nostro, la tua Parola
ci cerca, la tua voce desidera il
nostro cuore per prendere dimora
in noi e da lì poter risuonare
nel mondo. Accogli la nostra
disponibilità, anche se fragile,
anche se piena di contraddizioni,
e vieni ad abitare in noi. Dona
la forza del tuo Spirito, respiro
di vita, che ci sostenga quando
la tua Parola brucia, che ci dia
il coraggio di andare avanti
quando nulla è chiaro, quando senza
te il nostro passo sarebbe troppo
incerto.
Ascoltaci, Signore nostro, nel
nome del tuo figlio Gesù, e donaci
il respiro del tuo spirito Santo.
Amen
da Riforma
del 29 marzo 2019



Eventi

COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


Foto gallery


Chiesa Evangelica Valdese di Lucca
Via Galli Tassi, 50 - Lucca (Lucca)
C.F 92042770468

MONTE dei PASCHI di SIENA
IBAN IT20 U01030 13707 000001369792

info@luccavaldese.it