12 Dicembre 2019

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LA PROMESSA DI UN INCONTRO (GIACOMO 5, 7-11)

06-12-2015 22:30 - Fede e spiritualità
Fulvio Ferrario pastore valdese

Fratelli, siate dunque pazienti, fino a quando verrà il Signore. Guardate il contadino: egli aspetta con pazienza che la terra produca i suoi frutti preziosi, aspetta le piogge di primavera e le piogge d´autunno. Così siate pazienti anche voi, e fatevi coraggio, perché il giorno del ritorno del Signore è ormai vicino. Fratelli, non mormorate gli uni contro gli altri, perché il Signore non vi condanni. Il giudice sta per venire!
Ricordatevi dei profeti che hanno parlato per incarico del Signore. Prendeteli come esempio di pazienza e di fedeltà anche nelle sofferenze. Noi diciamo che sono beati quelli che, come loro, hanno saputo resistere. Voi avete sentito parlare della grande pazienza di Giobbe, e sapete quel che il Signore gli ha concesso, alla fine. Sì, il Signore è pieno di misericordia e di compassione. (Giacomo 5, 7-11).


Si racconta che, in un villaggio ebraico della Polonia dell´Ottocento, la comunità decise di offrire un lavoro al più povero degli abitanti, ridotto alla fame. Egli fu incaricato di piazzarsi sul tetto della casa più alta del paese, per attendere, ed eventualmente segnalare, l´arrivo del Messia. Qualche giorno dopo, qualcuno gli chiese come trovasse il suo nuovo impiego: «Beh - rispose quello - non è molto ben retribuito, però si tratta di un lavoro stabile».
Sembra, dunque, che lo scetticismo ironico nei confronti dell´attesa della venuta del Messia non riguardi solo il nostro mondo secolarizzato. Il testo biblico, in questo tempo di Avvento, esorta alla «pazienza», forse ancor meglio alla «tenacia»: sono però duemila anni che la chiesa afferma di attendere, e ancor da prima attende Israele. Non stupisce che parlare oggi di attesa del Signore faccia pensare, più che alla tenacia, a una sorta di fanatismo superstizioso. Anche quanti si dicono ancora cristiani, dopotutto sottoscrivono polizze assicurative, cioè si aspettano che questo mondo continui per un bel pezzo. Potrebbe accadere, però, che una lettura più attenta di queste parole suggerisca di andare al di là di un puro e semplice sorrisetto ironico.
In primo luogo, l´invito all´attesa del Signore indica che, anche per la fede, egli non costituisce una presenza disponibile, alla quale si possa far ricorso in modo automatico. Certo, questo è irritante per chi, come noi, ritiene di poter ottenere quanto cerca, dai beni di consumo ai rapporti affettivi, semplicemente cliccando con il mouse del computer. Esistono anche una religione di consumo, fatta di risposte prefabbricate e certezze ammannite con supponenza e un ateismo dello stesso genere. La fede biblica, invece, attende di incontrare il Cristo nel quale dice di credere. Non dipende solo da noi, è necessario che egli venga. Una simile attesa può essere dolorosa, attraversata dal dubbio, ed è per questo che Giacomo chiama alla tenacia, menzionando l´esempio di Giobbe, il grande sofferente dell´Antico Testamento.
Non sappiamo, in effetti, quando il Signore verrà a inaugurare il suo regno. Egli, però, ha promesso di venire nella sua parola. Non è un modo di dire. La Bibbia è convinta che Gesù si renda realmente presente là dove la sua parola è letta e predicata. A ogni cristiano, naturalmente, capita spesso di leggere la Bibbia o ascoltare una predica e di non incontrare affatto il Cristo bensì, al massimo, qualche considerazione interessante, e a volte anche no. Nemmeno la Bibbia e la chiesa garantiscono la venuta di Dio. Leggere la Bibbia e accogliere la predicazione significa, appunto, attendere, confidando, tenacemente, nella promessa di un incontro.
Il giudice è alle porte, scrive Giacomo. Quando l´incontro accade, cioè, ci si accorge che, in realtà, è sempre troppo presto. Prima ci lamentavamo di attendere troppo, ma di fronte al Gesù della Bibbia scopriamo che avremmo volentieri aspettato ancora un bel po´. Egli, infatti, non si limita a benedire la nostra vita, e nemmeno la nostra chiesa, se ne abbiamo una, bensì le giudica. Al di là delle chiacchiere, nessuno ha voglia di essere giudicato: è questa la vera ragione per la quale, quando il Cristo viene davvero, nella sua parola, cristiani e atei, per una volta uniti, si girano dall´altra parte, magari facendo dell´ironia, come nella storiella con la quale abbiamo iniziato. Il Dio misericordioso del quale parla il testo è colui che giudica il mondo, per cambiarlo. Cristo viene, e viene presto, a dirci che il mondo da cambiare non sono anzitutto gli altri, ma siamo noi.

(questo testo è stato diffuso nell´ambito della rubrica "Tempo dello Spirito", in onda ogni domenica, alle 8.05 ca., su RSI 2; ascoltalo in podcast)


Fonte: Voceevangelica.ch

UN GIORNO UNA PAROLA

D I C E M B R E
Versetto del mese:
““...chi di voi cammini nelle tenebre, privo di luce,confidi nel nome del Signore
e si appoggi al suo Dio”
(Isaia 50,10b)


Salmo della settimana: 80

Giovedì 12 Dicembre

Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio e avvicinati per ascoltare (Ecclesiaste 5,1)
Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole (Matteo 6, 7)

Fa’ che la tua bocca sia in silenzio, allora parlerà il tuo cuore. Sia in silenzio il tuo cuore, allora parlerà Dio.
Dalla Chiesa Copta

II Corinzi 5, 1-10; Isaia 45, 18-25


Preghiera


Signore, insegnaci a confessare il nostro
peccato. Dacci intelligenza, per comprendere
quanto esso sia divenuto parte di
un sistema economico e culturale che
genera miseria.
Dacci compassione per evitare di rimanere
prigionieri del risentimento e della
vendetta dei torti subiti.
Dacci creatività, per trovare i modi possibili
per rimediare ai nostri errori.
Dacci speranza, per scongiurare che il
nostro peccato ci getti nella tristezza e
nella depressione.
Dacci fede, per credere che per quanto
grande sia il nostro peccato,
la tua grazia è sempre e comunque
sovrabbondante, in Cristo Gesù, nostro
Signore.





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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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