26 Novembre 2020
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In migliaia al falò dei valdesi: "Una festa per i diritti di tutti"

17-02-2017 09:27 - News
Sono arrivati in tanti. Valdesi, ebrei, gente di ogni religione o senza religione, italiani e stranieri, di qualsiasi orientamento, cultura, condizione. È lo spirito di una serata nata per celebrare una ricorrenza cara a una comunità religiosa, ma subito diventata molto altro: un appuntamento di libertà, il ricordo di una battaglia non ancora terminata.

Il 17 febbraio 1848 re Carlo Alberto firmava le lettere patenti con cui concedeva i diritti civili ai valdesi, fino a quel momento ghettizzati. Poche settimane dopo, il 29 marzo, toccava agli ebrei. La ricorrenza che ogni anno vede accendere falò nelle vallate valdesi a Torino è diventata una festa laica soprattutto, e molto contemporanea. «Nel 1848 si abbattevano le mura dei ghetti, si cominciava a costruire un mondo nuovo», racconta dal palco il pastore valdese Paolo Ribet. «Un mondo nuovo può poggiare solo sulla libertà altrimenti si torna alla tirannia, che nasce dalla paura. Oggi corriamo il rischio di vendere le nostre libertà per cercare di vincere le nostre paure».

Per questa ragione hanno invitato tutti. E in migliaia sono arrivati in piazza Castello per vedere il falò, ascoltare i canti della tradizione valdese. Hanno aperto le porte a tutti, valdesi ed ebrei: dal palco sono intervenuti i rappresentanti del comitato interfedi, del coordinamento Pride Lgbt, gli atei e agnostici, i radicali dell´associazione Aglietta, chi sostiene i rifugiati e i senza asilo. Minoranze, persone che soffrono le moderne discriminazioni, cui viene impedito di esercitare una libertà piena. A loro, anche a loro, si è rivolta Chiara Appendino: «Con questo falò mostriamo la volontà della nostra comunità di essere aperta e accogliente per chiunque vi voglia appartenere. Viviamo tempi di diffidenza verso l´altro; il nostro impegno è abbattere tutti i muri».

Il Comune di Torino ha voluto questa serata. Valdesi ed ebrei hanno accolto l´invito. Mai la ricorrenza del 16 febbraio si era celebrata nel centro di Torino, là dove valdesi come il predicatore Gioffredo Varaglia furono mandati al rogo. Era il 1558. Ieri, da quella piazza, il Comune ha annunciato la volontà di organizzare un festival delle storie e delle culture di Torino, partendo proprio dalle ricorrenze care alle sue tante comunità.

L´unico intoppo di una serata a suo modo storica è quella catasta di legna troppo umida che non vuole saperne di accendersi. Ci vuole un´ora di tentativi e una tanica di benzina per vedere la fiammata che strappa un´ovazione. «Nelle nostre valli il fuoco arde sempre, anche sulle neve», ironizzano i valdesi. Dal palco, il presidente della comunità ebraica Dario Disegni lancia un messaggio che raccoglie il senso di questa festa: «È una serata dedicata alla libertà di tutti. Il diritto all´uguaglianza deve andare di pari passo con il non meno essenziale diritto alla diversità. Il nostro impegno civile è di lottare perché nella nostra società venga garantita piena uguaglianza di diritti indipendentemente dal credo, dagli orientamenti sessuali, dalle convinzioni politiche. In particolare a chi fugge da guerre e regimi totalitari».

Così recita la dichiarazione finale: «In questo tempo di crescenti paure, ansie, odi e persecuzioni, vogliamo riaffermare i durevoli principi delle nostre tradizioni di fede: compassione, amore e giustizia».


Fonte: lastampa.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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