01 Agosto 2021
News

Il lascito della promessa di Dio

07-05-2013 14:32 - Bibbia e attualità
Benedicendo i discepoli, Gesù lascia loro anche la sua eredità spirituale: come Abramo fece con Isacco e questi con Giacobbe, il lascito della promessa di Dio passa da una generazione a quella successiva, dal Figlio alla sua Chiesa
Eric Noffke

Il racconto dell´ascensione di Gesù ci lascia sorpresi e interdetti, proprio come devono essersi sentiti i discepoli in quel momento. Il maestro ucciso sulla croce e risorto, vero uomo in carne e ossa e non un fantasma, sale al cielo per tornare al Padre, lasciandoli con una benedizione e con la promessa dello Spirito Santo: una separazione densa di significato, un finale aperto, studiato apposta per fare anche da preludio al libro degli Atti. Di fronte a questa storia sorprendente, la prima domanda che mi viene in mente riguarda la via per la quale Gesù sale al cielo: essa è aperta anche per noi? È una via che egli ci chiama ad ascendere a nostra volta? La risposta è no. La strada è chiusa fino all´ultimo giorno.

Questa immagine mi ricorda un canto che i giovani della chiesa coreana ci hanno insegnato

Questa immagine mi ricorda un canto che i giovani della chiesa coreana ci hanno insegnato tempo fa in occasione di un campo giovani a Ecumene: One way Jesus. In effetti la strada che Gesù percorre nella sua ascensione diventa a senso unico (one way) o, per usare un´altra metafora, per noi è come una Ztl (una Zona a traffico limitato, per chi è abituato alla viabilità cittadina), che in futuro si aprirà, ma che ora è chiusa. Essa è solo mostrata, rivelata, ma non ancora percorribile. Certo, nella fede noi sappiamo che in realtà è aperta come una bella autostrada che conduce al Padre; ma non è ancora venuto il momento in cui la possiamo transitare accompagnati dal Signore. Noi siamo destinati a questo orizzonte terreno, e quindi restiamo qui, come i discepoli di allora, mentre Gesù ascende da solo: la sua prospettiva è il cielo, la nostra il tempio, il culto terreno. Qualcuno potrebbe pensare che sia una brutta notizia. Sicuramente lo è per gli «ottimistici» nostrani e di casa romana, coloro, cioè, che amano riproporci la versione antropologicamente ottimista dell´evangelo, nel quadro di un progetto teologico mistico il cui obbiettivo è l´ascesa verso Dio; come se fosse possibile, grazie a una condotta cristianamente orientata all´amore di Dio, ripercorrere la via calcata dal risorto verso i cieli. Una sorta di yes we can teologico, dove basta impegnarsi per riscoprire la nostra vocazione celeste. Una tentazione a cui la Scrittura ribadisce il suo no, perché, se il Gesù terreno viene proposto dalla Bibbia ai credenti anche come un modello di condotta cristiana, il Cristo risorto rimane la primizia e in lui scorgiamo la raffigurazione del nostro destino che, però, vivremo pienamente solo alla fine dei tempi. Adesso, per noi, non c´è nessuna ascensione, neppure spirituale. Il racconto del commiato di Gesù dai discepoli rimane indigesto anche a chi, in casa protestante, crede che Cristo abbia suscitato una stirpe di eletti, intesi come una nuova razza di super-uomini e super-donne, superiori al resto dell´umanità che brancola nelle tenebre proprio perché incapace di seguire Cristo nel suo cammino verso il Padre, lasciandosi alle spalle il peccato e il male. Anche qui la risposta del testo è un chiaro no: i credenti non diventano superiori a nessuno e la loro diversità sta nell´aver ricevuto il dono della fede, la quale permette di comprendere e di accogliere l´annuncio dell´incarnazione della Parola di Dio in Gesù.

Egli dischiude ai nostri occhi una nuova visione del mondo,

Egli dischiude ai nostri occhi una nuova visione del mondo, illuminata dalla luce della fede nel perdono e nella riconciliazione avvenute in Cristo. È infatti il Risorto a svelare il senso della Scrittura e, ora, i discepoli non possono che ringraziare il Signore per il dono ricevuto dall´umanità. Il culto, la benedizione a Dio nel tempio, la comunione fraterna, la libertà di uscire dagli schemi di questo mondo e dalle gabbie in cui ci rinchiude, per vivere così una vita rinnovata nello Spirito Santo... Sono tutti modi di ringraziare il Signore e vivere il suo dono. Questo ci rende migliori del nostro prossimo? No. Chi crede è un essere umano come tutti gli altri e, come tutti, vive ogni giorno il dramma del peccato e del male, la faticosa ricerca del bene e della giustizia, proprio mentre sperimenta la disciplina dell´amore per il prossimo e la gioia che da questo ne viene. Lo ripeto, la strada verso il cielo è chiusa, da questo mondo non possiamo uscire né possiamo elevarci al di sopra di esso. Qui dobbiamo vivere la nostra vocazione, condividendo in pieno la condizione ambigua di questa umanità che non sa accettare di essere una sola famiglia in Dio. Nessuna mistica ascesa a Dio per abbandonare questo mondo di peccato, dunque, nessun primo della classe, nessuno che si possa ergere a giudice supremo e severo, perché convinto di essere in possesso di una verità oggettiva e superiore, goduta come privilegio esclusivo. Dopo l´ascensione di Gesù a noi resta la testimonianza di un uomo straordinario ucciso e tornato in vita, in cui riconosciamo la Parola incarnata, la primizia di coloro che risorgeranno; tutto questo, però, visto dal basso, dalla prospettiva terrena a cui restiamo legati. È una visione di cui siamo spettatori, senza esserne partecipi (almeno per il momento), se non nelle sue conseguenze terrene, cioè nella fede che chiama alla vita una comunità d´amore e di riconciliazione, vissuti nella «semplice» quotidianità di ciascuno e ciascuna di noi.

Se Gesù non ci ha portati con sé in cielo, poi, è perché qui in terra c´è del lavoro da fare

Se Gesù non ci ha portati con sé in cielo, poi, è perché qui in terra c´è del lavoro da fare: dietro di sé egli ha lasciato il granello di senape, il piccolo seme che cresce per diventare un grande albero, quel poco di lievito che fa crescere tutta la pasta. Se Gesù ascende ai cieli, è perché la sua vicenda umana si è conclusa e ora tocca al suo popolo vivere il mandato ricevuto della testimonianza dell´amore di Dio, della condivisione di quell´Evangelo che ancora, duemila anni dopo, caparbiamente e coraggiosamente noi, suoi discepoli, continuiamo a portare al mondo.

Gesù, infine, lascia i suoi secondo l´antica abitudine dei patriarchi: benedicendoli

Gesù, infine, lascia i suoi secondo l´antica abitudine dei patriarchi: benedicendoli. Con questa benedizione non solo in qualche modo li rassicura sul dono dello Spirito Santo, che accompagnerà la Chiesa nel suo impegno in questo mondo fin dal giorno di Pentecoste. Benedicendoli, lascia loro anche la sua eredità spirituale: come Abramo fece con Isacco e questi con Giacobbe, il lascito della promessa di Dio passa da una generazione a quella successiva, dal Figlio alla sua Chiesa. È una legittimazione finale, una sorta di consacrazione all´opera di testimonianza dell´Evangelo. Soprattutto dopo quello che possiamo leggere sui discepoli nel corso del terzo vangelo, in cui li vediamo gelosi gli uni degli altri, incapaci di imitare il loro maestro nella guarigione degli indemoniati, perfino rinnegarlo o tradirlo, ma anche seguirlo con un notevole spirito d´avventura e con grande fiducia nel loro maestro, è come se Gesù li promuovesse: «Proprio voi, con le vostre debolezze e i doni che portate, voi siete chiamati a essere portatori della Parola in questo mondo. Fatelo con fede, con coraggio, con umiltà e semplicità, proprio come vi ho insegnato. Fatelo e la benedizione di Dio non vi abbandonerà mai». Quale gioia potrebbe essere più grande di questa?

(Seconda di una serie di cinque meditazioni)

( 7 maggio 2013)


Fonte: Riforma
UN GIORNO UNA PAROLA
2021
A G O S T O
Versetto del mese
Signore, porgi l orecchio,e ascolta!
Signore, apri gli occhi e guarda!
(II Re 10,16)



Salmo della settimana: 14


Domenica 1° Agosto
A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà (Luca 12,48)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze (Deuteronomio 6,5)
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo (I Giovanni 4,19)


E’ possibile amare Dio con mezzo cuore? E’ possibile provare un sentimento con solo un pezzo di cuore? Si può immaginare che il cuore sia composito. Effettivamente la tradizione rabbinica dà un suggerimento per certi versi sconcertante: si deve amare Dio sia con l isinto del bene, sia con l istinto del male. Infatti nell’uomo vi è una natura doppia, nel profondo, che lo costringere perennemente a scegliere. Ora, se è chiaro che cosa vuol dire amare Dio con la componente positiva, bisogna capire che cosa significhi amare Dio con quella negativa. Suggerisco che io pratico una forma di amore verso Dio nel momento in cui domino l’istinto del male, indirizzando verso Dio la capacità di dominare la tendenza malvagia.
Benedetto Carucci Viterbi


Matteo 13, 44-46; Filippesi 3, 4b-14; Geremia 1, 4-10









Preghiera




Poiché le tue parole, mio Dio,
non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso,
un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicita,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.
Fa che come fiammelle nelle stoppie
corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia

Madeleine Delbrel

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


Eventi
keyboard_arrow_left
Agosto 2021
keyboard_arrow_right
calendar_view_month calendar_view_week calendar_view_day
Agosto 2021
L M M G V S D
26
27
28
29
30
31
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
1
2
3
4
5
Foto gallery

Realizzazione siti web www.sitoper.it