10 Aprile 2020
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Il desiderio di una sobrietà felice

07-01-2018 17:04 - Fede e spiritualità
Il filosofo Frédéric Lenoir espone la sua diagnosi sullo stato del mondo e chiarisce il proprio percorso spirituale

Studioso, conferenziere e autore di successo, Frédéric Lenoir, già direttore di "Le Monde des religions", da due decenni condivide le sue ricerche filosofiche e spirituali con i suoi lettori e ascoltatori.
Il percorso dello studioso ed esperto di religioni è emblematico di quello delle numerose persone che oggi si costruiscono una spiritualità personale "à la carte", radicata nel cristianesimo. Il filosofo attinge elementi da tutto il mondo per puntellare la sua saggezza e alimentare la sua ricerca di una pratica religiosa viva.
Nell´intervista, Frédéric Lenoir propone una riflessione globale sulle crisi attuali e prende posizione contro il profitto e la logica quantitativa o mercantile. Il saggista propone di combattere l´"individualismo utilitarista contemporaneo" ponendo l´accento sui grandi valori "universali" e mediante un rinnovamento spirituale.

In uno dei suoi ultimi libri - "La guérison du monde" (Editions Fayard) -, lei parla di un "mondo malato". Ci spieghi la sua diagnosi!
Oggi ci si concentra sulla crisi economica, ma la crisi è molto più globale, in quanto sistemica: ambiente, agricoltura, sanità, politica, psichismo... Il punto in comune di tutte queste crisi è che sono la conseguenza, a mio avviso, dell´ideologia consumistica che domina da quarant´anni e che è estremamente distruttiva per il pianeta e per le società. Voler massimizzare il profitto implica non soltanto l´impoverimento della maggioranza, ma anche la messa in competizione di tutti contro tutti, invece di costruire dinamiche di solidarietà.

Quali sono le sue prospettive, le sue soluzioni, per la "guarigione del mondo"?
Passare dalla ricerca della quantità alla ricerca della qualità. Dal "sempre di più" al "maggior benessere": andare verso una "sobrietà felice"! Ciò concerne l´umanità intera. Nel mio libro ["La guérison du monde", ndr.] ho raccolto esempi di scelte qualitative operate da individui di tutto il mondo. Ho esposto soluzioni alternative, per esempio gli scambi locali senza moneta che permettono di attutire gli shock economici e creano nuove solidarietà. Lo scopo è, per ognuno, di porre la qualità di vita e la qualità della relazione al centro di tutto.

Il suo progetto ha una dimensione collettiva o passa per una somma di conversioni individuali?
Per una somma di conversioni individuali! Si deve, per esempio, vivere la propria ecologia nel quotidiano, prima di militare in un partito. Ma queste conversioni vanno di pari passo con un impegno militante. La società si muoverà soltanto grazie a dei rapporti di forza. Più ci saranno pressioni, movimenti di boicottaggio, reti internazionali, maggiori saranno le possibilità che le cose cambino. Occorre unire i punti di vista, le persone non si devono più sentire sole a pensare quello che pensano. Per il momento siamo una minoranza in occidente, ma nel 18. secolo anche i filosofi dell´Illuminismo erano una esigua minoranza latrice di futuro...

Qual è il rapporto tra questo approccio e la questione religiosa?
Questo movimento civile in costruzione, che riunisce credenti e non credenti, implica un certo sguardo spirituale... In questa prospettiva l´Uomo non è soltanto un insieme di geni e di neuroni, ma ha una dimensione interiore. La mia prospettiva si basa su verità profonde e grandi valori universali: verità, giustizia, rispetto, libertà, amore, bellezza...

In mezzo a questa crisi percepisce una crisi del religioso?
Sì, certamente. La modernità si accompagna a una grave crisi delle religioni. Da una parte l´emancipazione degli individui ha fatto scoppiare i modelli collettivi sui quali poggiava la religione. Con lo sviluppo dello spirito critico i fondamenti, come la Bibbia, sono stati rimessi in discussione. Dall´altra parte la globalizzazione ci ha messo in contatto con tutte le religioni e non pare possibile che possa essercene una sola autentica. Ma tutto ciò non rimette in discussione il fatto che le persone sono confrontate con i misteri della vita, della morte. Semplicemente, la religione non dà più risposte preconfezionate.

Da molti anni lei promuove questa ricerca del senso... In che cosa consiste il suo percorso, il suo approccio?
Le prime domande sul senso della vita risalgono alla mia prima infanzia, come per tutti i bambini di 4-5 anni: Perché siamo sulla terra? Che cos´è la morte? A 13 anni ho letto Platone, i filosofi greci. Progressivamente ho scoperto il buddismo, la cabala ebraica, il sufismo musulmano... Poi, a 19 anni, ho letto i vangeli. Mi hanno provocato uno shock spirituale, il più importante della mia vita, un incontro con Cristo. In seguito la sintesi si è realizzata naturalmente. Sono un cristiano libero pensatore e, allo stesso tempo, un filosofo universalista. Ma per me non si tratta di sincretismo, sono consapevole di ciò che separa le differenti tradizioni. Ho passato vent´anni a scrivere opere di storia delle religioni prima di dire pubblicamente ciò che penso personalmente.

Questa spiritualità molto personale è il futuro della religione?
È una delle vie possibili. Ci sono diversi modi di vivere la propria spiritualità. La si può sviluppare restando in una sola tradizione, in un radicamento comunitario. Non è ciò di cui io ho bisogno. E molte persone sono nella mia stessa situazione. Ho pensato a una sintesi strutturata intorno alla mia fede cristiana. Molti miei lettori non si considerano neppure cristiani, vivono una spiritualità laica, staccata dalle tradizioni, pur nutrendosi di certi loro elementi.

E le chiese in tutto questo?
Non possono restare fossilizzate sui dogmi e sulle norme. Le persone hanno bisogno di senso. Le chiese possono essere luoghi che testimoniano del senso, con un impegno militante, sociale. Le istituzioni religiose si costituiscono dando agli individui la possibilità di pregare insieme, di condividere. Altrimenti sono luoghi di certezze, non servono che a rassicurare. Con il rischio di diventare attrici di cauti ripiegamenti identitari. Possiamo osservare questo meccanismo, oggi. Lo chiamo la "settarizzazione" del religioso.
(in La Vie Protestante; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)


Fonte: voceevangelica.ch

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Giovedì 9 Aprile - Giovedì Santo
“Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso” (Salmo 111, 4)

Andiamo, andiamo a implorare il favore del Signore e a cercare il Signore degli eserciti! Anch’io voglio andare! (Zaccaria 8, 21)
Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi (Marco 14,26)

Ognuno di noi può venire, per avere la sua parte con te. Noi tutti qui riuniti, siamo stati tutti accolti, lieti e tristi, forti e deboli, tiepidi o vivi nella fede.
Detlev Block

Giovanni 13, 1-15; 34-35; I Corinzi 11, 17-34a; Marco15, 16-23


Il servizio vissuto nell’amore
commento a: Marco 14, 26
“Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi”

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono. Così termina, in Matteo ed in Marco, il racconto della cena pasquale che Gesù consuma con i suoi amici nel giorno che noi chiamiamo il giovedì santo. L’ultima Cena, quando Gesù accennò alla sua morte offrendo il pane e il vino come simboli del suo corpo e del suo sangue.
“La notte in cui fu tradito” esordisce l’apostolo Paolo nel racconto di quella cena.
Che inno cantarono a conclusione della prima parte di quella notte che si svolse nel chiuso di una casa di Gerusalemme?
È il salmo di lode, il 136, il cosiddetto grande Hallel (Hallelu-Ja = Lode a Dio) che chiudeva il banchetto pasquale. Nel salmo ogni versetto consta di una prima parte che celebra un grande intervento di Dio e di una seconda parte che dice: “perché la sua bontà dura in eterno”.
Avete notato che quella drammatica notte inizia e finisce in modo simbolicamente forte con una semplice e comune bacinella piena d’acqua?
All’inizio – racconta Giovanni – Gesù, prima della cena, prese una bacinella e lavò i piedi ai suoi discepoli. Invitandoli al servizio, alla responsabilità esercitata nell’amore. Il mattino seguente, alla fine di quella notte, Matteo racconta che Pilato si fece portare una bacinella per lavarsi pubblicamente le mani, dichiarando di non sentirsi responsabile nell’abbandonare un uomo innocente alla violenza e alla morte.
Due gesti di grande significato. Il Messia, il Signore, si spoglia di se stesso, prendendo forma di servo – come scriverà Paolo ai Filippesi – indicando che questa è la salvezza dell’umanità: la responsabilità del servizio vissuta nell’amore. Pilato, il rappresentante di Cesare, della massima autorità terrena, bada solo alla salvezza di sé e del proprio potere: per questo è disposto a calpestare la verità con la violenza.
Nel corso della storia la Chiesa e i cristiani hanno spesso scelto Pilato e non Gesù. Oggi diciamo che è un momento cruciale per il nostro pianeta e per la vita su di esso. Gesù e non Pilato ci insegnano come affrontarlo.

Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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