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I PROTESTANTI una cultura

31-01-2014 21:32 - News
Giorgio Tourn, I Protestanti. Una cultura. Da Locke a Mandela, Claudiana, 2013

Con "I protestanti. Una cultura", Giorgio Tourn conclude una impegnativa trilogia tesa ad affermare una tesi netta e chiara: tra le luci e le ombre della storia, compresa quella propria, il protestantesimo è stato un potente vettore della modernità. E così, dopo aver ricostruito gli effetti della "rivoluzione protestante" sulla teologia e più in generale sul modo di pensare e vivere la fede nel primo volume, e dopo aver analizzato i modelli di società che si sono determinati a partire dalle idee di Lutero e di Calvino nel secondo, Tourn ricostruisce ora la trama della cultura protestante in un arco di tempo che attraversa quattro secoli. Citando Bach e il Gospel, la tolleranza di John Locke e il Sudafrica arcobaleno di Nelson Mandela, la santificazione dei fratelli Wesley e il neopuritanesimo di Martin Luther King, le epiche esplorazioni di John Livingstone e l´azione umanitaria di Albert Schweitzer, Tourn scolpisce una galleria di ritratti che sostiene efficacemente la tesi fondamentale della sua opera.
A volte la carrellata si interrompe per proporre dei quadri d´insieme, come quello dedicato ad esempio al missionarismo protestante e alla sua rischiosa prossimità con il colonialismo inglese. L´autore sottolinea la peculiarità dell´azione dei missionari protestanti rispetto a quelli cattolici, molto più decisi e risoluti nell´affermare che la fede cristiana implica necessariamente una "conversione" e quindi una rottura rispetto a tradizioni e forme religiose preesistenti. D´altra parte, però, non nasconde che questa impostazione abbia prodotto effetti discutibili, non ultimo quello di "trasferire, anche se inavvertitamente, i propri schemi teologici nella nuova realtà" (p. 318). Pensando all´epos delle grandi esplorazioni concepite nel milieu culturale protestante emerge netto il chiaroscuro di una missione che faceva di Gesù Cristo e della civiltà anglosassone un tutt´uno pressoché indivisibile nel quale coesistevano indubbi elementi di progresso ma anche di "ingenuità, sopravvalutazione della civiltà europea"(p. 325).
La svolta tra Ottocento e Novecento, tra l´ascesa e il declino di una modernità che si fa più complessa e sfilacciata sino a perdere la sua forza "propulsiva", il protestantesimo perde di centralità: l´Europa - e siamo ai giorni nostri - diventa "progressivamente periferia del mondo, nel disegnarsi di una nuova mappa mondiale" (p. 386) per cui il vettore protestante più energico e dinamico si registra nel sud del mondo piuttosto che nei territori della vecchia Europa. Resiste nel nord America ma in forme complesse e distanti da quelle tradizionali e più note.
Ma se l´espansione quantitativa del protestantesimo e l´egemonia protestante sui processi di modernizzazione inizia a rallentare, la dialettica tra teologia e cultura riformata si mostra ancora vitale e fruttuosa: pensiamo all´irruzione delle "scienze religiose" distinte dalla teologia - il saggio di Rudolf Otto sul "sacro" è del 1917 - e alla tensione tra teologia liberale da una parte e la nascente scuola "dialettica" dall´altra. I nomi sono quelli ben noti anche in Italia, primo tra tutti Karl Barth, mentre l´idea chiave di un Dio "totalmente altro" rispetto al processo storico e alla cultura secolare determina una paradossale alterità - quasi un divorzio - tra fede e cultura. In questa prospettiva "il messaggio evangelico non è una filosofia della vita - spiega l´A. - la sublimazione dell´umano ma un annuncio significativo che incide da oltre e incide nell´esistenza" (p. 402): da qui la rottura con l´idea hegeliana della storia come "autorivelazione dello Spirito", processo razionale finalizzato a un ordine assoluto o al progresso ascendente verso il realizzarsi di un´umanità felice, come sognavano i positivisti. E così, forse anche al di là delle intenzioni, il protestantesimo barthiano riscopre l´esclusiva centralità delle sue radici bibliche ma probabilmente - tema sul quale sarebbe interessante si aprisse un dibattito - si distingue dalla "cultura" affermando l´alterità esclusiva della fede cristiana. Questa impostazione fu la risorsa preziosa della resistenza al nazionalsocialismo ma, in un tempo di globalizzazione e di insorgenza delle "culture" come rilevanti attori sociali, rende più difficile quella relazione feconda tra fede e "cultura" che costituisce il basso continuo del volume ma, in un certo senso, dell´intera trilogia.
Il saggio, e con esso l´opera in tre volumi, si conclude con una serie di interrogativi su quello che potremmo definire il "decentramento protestante" rispetto a quel processo culturale che convenzionalmente si definisce postmodernità. Se, infatti, il paradigma di un nesso stretto e fecondo tra protestantesimo e modernità regge bene alla verifica storica dell´età dello sviluppo e della crescita che appariva illimitata, appare più fragile e sbiadito in un´era nuova, il cui esito appare precario e informe, liquido secondo la celebre formula di Bauman. "Ne sono documento - conclude Tourn - le teologia femminista, nera, della liberazione che, destrutturato il pensiero dogmatico tradizionale, lo ristrutturano partendo da un´ermeneutica della Scrittura in chiave di esperienza. Ma ne è anche in misura ancora maggiore il crescere esponenziale delle spiritualità carismatiche e delle letture fondamentaliste" (p. 485).
Accennato un tema così ampio, l´autore si ritrae consapevole che a questo punto il lavoro dello storico si conclude per fare spazio alla cronaca e all´analisi sociale. La ricollocazione del protestantesimo nello spazio pubblico postmoderno resta infatti una sfida aperta: tanto più in un tempo che sembra restituire spazi e ruolo alle religioni. Non è il ritorno al sacro invocato dai nostalgici di un tempo antico che non tornerà mai più. Sembra piuttosto il tempo di religiosità fluide e complesse, trasversali ed esperienziali, probabilmente post- denominazionali. A chi non voglia perdersi nel vacuum di approdi ancora ignoti e non prevedibili, il libro di Tourn offre un riferimento solido e utile a capire, se non dove andremo, almeno da dove veniamo.


Fonte: ChiesaValdese.org
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Abbiate pietà di quelli che sono nel dubbio (Giuda 22)


Ci è stato donato un medico che è egli stesso la vita; Cristo, morto per noi, ha per noi ottenuto la salvezza. Invochiamo la tua bontà: continua a custodire anche in futuro i grandi e i piccoli, perché tu hai per noi pensieri di pace e non di male.

Ludwig Helmbold


Romani 8, 31b-39; Ecclesiaste 3, 1-15 ; Salmo 46; Matteo 13, 24-30


Preghiera



Rivelaci, o Dio,
l itinerario che ci hai preparato,
il cammino sul quale vuoi
che siamo in marcia.
Non lasciarci immobili,
ma scuotici e spingici avanti.
Rivelaci, o Dio,
la tua volontà di pace
affinché possiamo osare la pace.
Liberaci dalle false paure e dai
sospetti, rendici la semplicità
dell amore affinché sappiamo
forgiare gli strumenti della
giustizia, della dignità,
del cibo per tutti e
dell amore fraterno -
Rivelaci, o Dio,
la tua volontà di raddrizzarci e di
fortificarci affinché
gli zoppi camminino senza pena,
affinché i reietti siano accolti,
affinché gli esclusi siano reintegrati
nella famiglia umana,
ed affinché tu sia tutto in tutti
Amen

(Maurice Hammely)
dal quaderno della Cevaa
Riforma
COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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