21 Maggio 2018
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Gerusalemme città santa?

21-03-2018 19:11 - News
Gerusalemme, la città che chiamano "tre volte santa", è uno dei luoghi più esplosivi del mondo, come un concentrato di odio, collera e antagonismo

Nessuna città può pretendere di essere santa, né alcun luogo, né alcun popolo. Perché non vi è che la santità individuale, personale, spirituale. Dio, se esiste, ha dato un´anima a ciascuno di noi. Ma non ho letto da nessuna parte che abbia dato un´anima a una qualsiasi città. Come potrebbe una città essere santa? Si parla a volte dell´anima di un luogo. Ma non è che metafora o superstizione. Tanto vale adorare gli idoli o le reliquie.

Ama il tuo prossimo
Lo spirito del monoteismo è il contrario: "Adorerai un solo Dio" e Dio soltanto. Così come lo spirito dell´umanesimo: "È consentito adorare soltanto l´uomo", diceva Alain, e meglio ancora, aggiungerei io, amarlo come individuo (il prossimo, nella sua fragilità e concretezza) che adorarlo come astrazione (l´Uomo o l´umanità). "Amerai il prossimo tuo come te stesso". E chi vorrebbe adorare se stesso? Chi potrebbe adorare il suo prossimo, vale a dire chiunque? Fagli piuttosto del bene, quando puoi, come ne fai legittimamente a te stesso.

Il buon Samaritano
Rileggete la parabola del buon samaritano, sulla quale tutti possono essere d´accordo. I samaritani si distinguevano dai giudei in quanto rifiutavano la centralità religiosa di Gerusalemme: preferivano pregare in direzione del monte Garizim, che non è migliore né è da meno e conferma ciò che vi è di relativo e di casuale in questi dati di geografia religiosa o presunta sacra. Gesù, incontrando una samaritana, lo riconosce a modo suo. "I nostri padri hanno adorato su questo monte", gli dice lei, "e voi giudei dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare". E Gesù risponde: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre". A questo riguardo nessuno è tenuto a seguirlo, ma ognuno può meditarne la lezione. Ha poca importanza dove preghi o in quale direzione. Preoccupati piuttosto del contenuto della tua preghiera e ancora di più del tuo prossimo.

Non c´è una città santa. Ci sono invece città storiche, simboliche, che appartengono più di altre, o più preziosamente, a ciò che l´Unesco chiama "patrimonio mondiale dell´umanità". E ne vedo poche che possano pretendere di esserlo più di Gerusalemme. In Occidente vi aggiungerei senz´altro Atene: chiunque sa che queste due città sono come i due poli della nostra civiltà - l´una simbolo della Rivelazione ebraica e l´altra della Ragione greca - di cui l´impero romano compirà, dapprima mediante la spada, la difficile e sempre problematica sintesi. E di sicuro, se fossi obbligato a scegliere tra le due, non avrei esitazioni: il mio cuore e la mia mente opterebbero per l´Acropoli. Ma non c´è da scegliere ed è ciò che Roma, altra città presunta santa e storicamente decisiva, non smette di ricordarci.

Rivelazione e ragione
La Rivelazione non vieta di riflettere, né ce ne dispensa. La Ragione non vieta di credere, né basta a se stessa. E né l´una né l´altra prendono il posto dell´amore, della morale o della politica. Da qui nasce una continua tensione tra ciò che la ragione conosce, ciò che la fede o la fedeltà prescrive, ciò che la legge autorizza o vieta. Sono come tre organi, che non si possono confondere né ripiegare completamente l´uno sull´altro. È questo che la laicità ci ricorda e che Gerusalemme potrebbe simboleggiare: lo scarto irriducibile tra fede, ragione e diritto e allo stesso tempo la loro necessaria convivenza. Significa anche che la legge, a Gerusalemme come altrove, deve prevalere collettivamente. Che i cristiani preghino per la pace, in qualsiasi luogo lo facciano, è quello che ci auguriamo. Ma non sarà sufficiente a realizzarla. (da Monde des religions; trad. it. G. M. Schmitt)


Fonte: voceevangelica.ch

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UN GIORNO UNA PAROLA

SABATO 19 MAGGIO

Egli guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe (Salmo 147,3)

Gesù li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione (Luca 9,11)

Tu sei il pastore che porta le pecore deboli, portami nelle nelle tue braccia. Tu sei il medico che si prende cura dei malati, vieni a me nella tua misericordia. Io sono in verità debole e malato; vieni a me, porgimi la tua bevanda di vita, donami ristoro con la tua benedizione.

Joachim Neander

Giovanni 16,5-15; Ebrei 9,16-28

PREGHIERA

Il Cristo vivente è con noi e con
tutta l’umanità,
tutti i giorni fino alla fine dell’età
presente.
Camminiamo in pace, nella
forza della fede, nella solidarietà
dell’amore e nella gioia della
speranza, e la pace di Dio ci
custodisca, ora e sempre. Amen.

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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