25 Settembre 2020
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Eutanasia e suicidio assistito, «Una prospettiva protestante»

26-01-2018 08:34 - News
Intervista al pastore William Jourdan, membro della commissione bioetica nominata dalla tavola Valdese. Domani appuntamento pubblico a Villar Perosa

La commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi ha prodotto il documento È la fine, per me l´inizio, una prospettiva protestante sui temi dell´eutanasia e del suicidio assistito.

Un titolo che contiene parole con un significato profondo, perfettamente allineate ad un lungo dibattito che non solo la società, ma anche le nostre chiese, porta avanti da anni.

Il secondo circuito delle chiese valdesi organizza per venerdì 26 gennaio, nel convitto della chiesa di Villar Perosa, una serata di dibattito su questo tema. Parteciperà il pastore valdese William Jourdan, anche membro della commissione bioetica nominata dalla tavola valdese.

A lui abbiamo chiesto un´analisi del concetto, partendo proprio dai termini utilizzati nel titolo del documento.

L´attenzione si sofferma subito sull´articolo indeterminativo, "una" prospettiva protestante. Che significato assume?

«L´intenzione della nostra commissione non era quella di proporre riflessioni assolute ed infallibili, bensì una modalità specifica di affrontare il tema dell´eutanasia e del suicidio assistito. Abbiamo lavorato nella consapevolezza che intorno a queste tematiche, anche nell´ambito delle chiese protestanti, possano esprimersi posizioni tra loro molto differenti, articolate da percorsi di riflessione».

Sono temi che a volte sono compresi con poca chiarezza, prevedono una conoscenza tecnica dei termini e una distinzione di argomenti molto definita.

«Si, credo che molto spesso si tenti di dribblare l´ostacolo, anche linguistico, per evitare parole che possono sembrare molto dure e spiacevoli. Il tema che questo documento della commissione bioetica affronta è direttamente quello dell´eutanasia volontaria o del suicidio assistito. Ovvero, la richiesta esplicita, che viene volontariamente da parte di una persona che chiede di essere aiutata a morire. Un orizzonte di pensiero molto diverso rispetto alla discussione sul "lasciar morire", cioè la scelta di non ricevere determinati trattamenti sanitari o di vedere sospese cure. Nel primo caso stiamo parlando di qualcuno che chiede che venga fatto un gesto che anticipa la morte, nel secondo si chiede di non continuare con trattamenti che continuano a posticipare la morte».

Il dibattito su questi temi non è uniforme all´interno delle nostre chiese. Ancora più dialettica si trova nel confronto con posizioni delle chiese europee.

«Il nostro documento ha cercato di confrontarsi con la posizione della Comunione delle Chiese Protestanti in Europa, che pochi anni fa ha prodotto un documento intitolato Un tempo per vivere, un tempo per morire. In questo volume ci sono aspetti che ci trovano in accordo pieno, e alcune affermazioni rispetto alle quali invece abbiamo espresso delle opinioni parzialmente differenti. L´intento è di andare ad aggiungere una voce di ulteriore riflessione al percorso delle chiese europee».

La chiese valdesi, metodiste, battiste sono invitate a visionare, approfondire e discutere il vostro documento. Nell´incontro di venerdì sera a Villar Perosa, su quali filoni condurrà la riflessione?

«Cercherò di spiegare quali sono le ragioni principali del dissenso di cui parlavo prima. Una delle questioni fondamentali che divide la prospettiva della Comunione delle Chiese Protestanti in Europa da quella espressa dalla nostra commissione bioetica, è la distinzione fondamentale tra uccidere e lasciar morire. Noi concordiamo sul fatto che ci sia una distinzione enorme tra i due concetti, ma ci siamo posti la domanda critica: questa distinzione deve essere sempre mantenuta in ogni situazione? Ci siamo chiesti se non ci possano essere dei casi limite in cui la richiesta di anticipare la propria morte non possa essere considerata come conforme ad un percorso di vita.

Stiamo parlando della "misericordia": in determinate situazioni, in una specificità davvero molto limitata, la pratica dell´eutanasia a fronte di una richiesta volontaria di un soggetto cosciente e consapevole, secondo noi può essere compresa come un atto di beneficenza, di cui ci si fa carico nel momento in cui non ci sono più altri tipi di risposte».

Rimane una domanda aperta, una discussione ancora viva, su temi che coinvolgono emotivamente ognuno e ognuna di noi. D´altronde è una prospettiva protestante, che si mette in dialogo con altre visioni.


Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

S E T T E M B R E
Versetto del mese:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”
(II Corinzi 5,19)




Salmo della settimana : 127


Giovedì 24 Settembre

Dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del popolo; dicono: «Pace, pace», mentre pace non c’è (Geremia 6,13-14)
Ogni albero si riconosce dal proprio frutto; infatti non si colgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva dai rovi. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tira fuori il bene (Luca 6, 44,45)

Mi piace / sa ascoltare/ il vento / sulla propria pelle / sentire / gli odori delle cose / Catturare l’anima. / Quelli che hanno la carne / a contatto con la carne del mondo. / Perché lì c’è verità / lì c’è dolcezza / lì c’è sensibilità / lì c’è ancora amore.
Alda Merini

Luca 10, 38-42; II Corinzi 9, 1-9


Siamo stati creati per la vita
Commento a: II Corinzi 5, 4
Noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita


Lunedì e martedì i testi del Lezionario Un giorno una Parola ci hanno indotto a riflettere sulla sofferenza e sul dolore che la vita spesso ci impone, su quel senso di abbandono che ci induce talvolta a pensare che persino il Signore si sia allontanato da noi.
Oggi l’apostolo Paolo, però, ci costringe ad elevare il nostro sguardo, ad aprire i nostri cuori e le nostre menti. Spesso i nostri occhi sono fissi sulla fatica, sul dolore nostro come singoli e singole o sulle tragedie a cui assistiamo come umanità, ma qui Paolo ci aiuta ad alzare i nostri volti e ci spinge ad andare oltre. L’apostolo è consapevole che ora siamo oppressi e gemiamo, ma ci ricorda che il nostro desiderio più profondo non può che essere quello di essere rivestiti di una nuova Vita. Cioè afferma che quello che ci appartiene davvero, come uomini e donne creati a immagine di Dio, come fratelli e sorelle di Gesù, non è l’immobilismo stagnante che spesso ci costringe a fermarci al nostro presente, più o meno travagliato. La nostra vocazione più vera è guardare verso la direzione che Gesù ci ha indicato, Gesù che ha vinto la morte, Gesù in tutto e per tutto uomo e dunque modello per ognuno e ognuna di noi.
Noi che viviamo in un mondo di morte, che ci sentiamo destinati alla morte e attratti da quello che ci circonda, che è mortale e mortifero, in realtà siamo stati creati per la Vita e ad essa siamo destinati e destinate. E dunque pur nel dolore, nella fatica, nell’angoscia, la nostra preghiera può salire forte e chiara al Signore che ci ha creati: resta con noi e donaci dei cuori di carne, che sappiano sentire la Tua presenza, impedisci che la nostra speranza si offuschi e donaci una fede che sappia essere salda e forte, gioiosa e colma di amore. Amen.

Erica Sfredda



Preghiera

Donaci coraggio, o Signore.
Il coraggio dell’iniziativa
e il coraggio della disciplina.
Più amore, Signore, più autenticità.
Il coraggio di agire
e di agire senza temerità.
Più coerenza, Signore, più slancio.
Il coraggio della continuità e il
coraggio di un costante adattamento.
Più generosità, Signore,
più comprensione.
Il coraggio
di saper stare spesso soli
e quello di sempre ricominciare.
Più sincerità, Signore, più amicizia.
Il coraggio di non irritarsi
e rimanere sempre padroni di sé.
Più delicatezza, Signore, più carità.
Il coraggio di trovare sempre
un po’ di tempo per meditare e pregare.
Più fede, Signore, più luce:
nel desiderio urgente
di bontà e giustizia.
Ediz. Paoline




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COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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