11 Dicembre 2019

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Diritti riconosciuti, non concessi

16-02-2018 15:35 - News
A 170 anni da Lettere Patenti e Statuto Albertino, una riflessione sul ruolo fondamentale delle conquiste civili quali strumento di integrazione

Sono passati centosettant´anni. I falò che la sera di venerdì 16 febbraio verranno accesi in molte località della nostra penisola e non solo, sembrano resistere al passare del tempo e attraversare le generazioni. Ma sappiamo bene che la ripetizione di un gesto non garantisce automaticamente che il significato che vi sta dietro sia conservato.

Non sarà una cartolina sbiadita? Un´immagine sfocata? La riproposizione di una festa tradizionale, oramai un´abitudine?

Nel 1848 il re Carlo Alberto di Savoia firmando le Lettere Patenti concesse i diritti civili e politici a valdesi, che fino ad allora vivevano confinati nel ghetto alpino, ed ebrei che risiedevano nel regno. Tale evento aprì per quegli uomini e quelle donne una fase nuova, che significava diritti prima negati, nuove libertà (accesso a scuole pubbliche e ospedali, carriere fino ad allora precluse, una vita anche al di fuori delle Valli valdesi, ecc.).

Quelli furono anche gli anni della recessione economica e della carestia nella zona delle Valli valdesi: la povertà e la ricerca di un futuro migliore portarono a un´ondata migratoria diretta principalmente verso l´Uruguay e l´Argentina, ma anche verso la parte settentrionale del continente americano.

Sono passati centosettant´anni. Oggi assistiamo alla parcellizzazione e alla contrapposizione dei diritti: un´operazione che trova terreno fertile nel nostro Paese, perché si fonda sull´ignoranza e sul malcontento. Il messaggio che sembra passare con facilità è che i diritti sono privilegi specifici, limitati ed esauribili. Delle "possibilità" per fare qualcosa che va oltre ciò che sarebbe giusto e normale. Delle concessioni (ottenute o richieste che siano) elargite da un benefattore troppo generoso. I diritti sono presentati spesso e volentieri come dei bonus fra loro slegati e indipendenti, come un "di più", specie se riguardano persone che vengono considerate estranee alla comunità e alla cultura predominanti. Diventano così dei vantaggi per alcuni che tendenzialmente sono in conflitto con i vantaggi che altri hanno in uno stesso momento. Concedere diritti a tutti quelli che li chiedono non è possibile perché sono limitati e farlo inevitabilmente avrebbe delle ricadute su altri che sarebbero così privati di qualcosa. La richiesta di un diritto suona come un voler alimentare un sistema in cui ci si pesta i piedi a vicenda (unioni civili vs. matrimonio, migranti vs. italiani, ambientalisti vs. lavoratori, giovani vs. anziani,...)

Come è possibile uscire da questo sistema che in fondo rappresenta la mistificazione dei diritti, scambiati per privilegi? Come non farsi trascinare in questa logica individualista o di categoria, che crea solo conflittualità?

Credendo e affermando convintamente che i diritti non si concedono, ma si riconoscono; non si aggiungono come allegati, ma si svelano. Riconoscere i diritti vuol dire integrare, avvicinare le persone, non separare ma unire, creare una società plurale in cui il benessere dell´altro e dell´altra è una parte determinante del mio benessere. In questo quadro diventa centrale la lotta per i diritti degli altri, anche quando apparentemente non mi toccano in prima persona, come la costruzione di una moschea...

Brucino quindi i falò venerdì sera per ricordarci la storia che li ha generati: la loro fiamma non sarà sfocata solo se i nostri occhi sapranno vederla nitida e attuale. Il segno di una libertà che in quanto credenti viviamo come un dono di Dio che vogliamo moltiplicare, un dono che Dio dà a ogni uomo e a ogni donna nonostante il nostro mondo cerchi di ostacolarlo. Un sentiero tracciato sul quale vogliamo camminare insieme.

di Stefano D´Amore


Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

D I C E M B R E
Versetto del mese:
““...chi di voi cammini nelle tenebre, privo di luce,confidi nel nome del Signore
e si appoggi al suo Dio”
(Isaia 50,10b)


Salmo della settimana: 80

Mercoledì 11 Dicembre

Noè trovò grazia agli occhi del Signore (Genesi 6, 8)
Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui radicati, edificati in lui e rafforzati dalla fede (Colossesi 2, 6-7)

Dio donaci un cuore che arda di amore per te fino alla fine della vita e che nulla mai ci separi da Te.
Charles Wesley

Apocalisse 2, 1-7; Isaia 45, 9-17


Preghiera


Signore, insegnaci a confessare il nostro
peccato. Dacci intelligenza, per comprendere
quanto esso sia divenuto parte di
un sistema economico e culturale che
genera miseria.
Dacci compassione per evitare di rimanere
prigionieri del risentimento e della
vendetta dei torti subiti.
Dacci creatività, per trovare i modi possibili
per rimediare ai nostri errori.
Dacci speranza, per scongiurare che il
nostro peccato ci getti nella tristezza e
nella depressione.
Dacci fede, per credere che per quanto
grande sia il nostro peccato,
la tua grazia è sempre e comunque
sovrabbondante, in Cristo Gesù, nostro
Signore.





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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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