10 Aprile 2020
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Da morte a vita

24-01-2014 09:32 - Fede e spiritualità
Come fu per i discepoli, anche oggi il messaggio della morte e della resurrezione di Gesù è in grado di far passare dalla morte alla vita chi vi crede
Italo Benedetti


Oggi siamo costantemente confrontati con la morte, non solo quella fisica di persone amate, ma anche con la morte di sogni, di speranze, di valori. Allora mi sono chiesto, il messaggio della morte e della resurrezione di Gesù è in grado oggi di far passare dalla morte alla vita chi vi crede? Vorrei invitarvi a ripercorrere con me il racconto della resurrezione di Gesù nel vangelo di Giovanni al capitolo 20, proprio come passaggio da morte a vita.

Solo allo stremo possiamo sentirci chiamare per nome.

La svolta (Giovanni 20, 1; 11-18)

Maria Maddalena è colei per la quale tutto muore insieme a Gesù; è precipitata nella disperazione perché il suo Signore è morto. Il sepolcro è quanto le rimane. Quando vede la pietra rotolata, Maria impazzisce: le hanno tolto anche quel che le restava del Signore.

Maria è disperata e la sua disperazione si placa quando si sente chiamare dal suo maestro «Maria!». Non vi è nulla di più personale e impenetrabile della disperazione. Neanche chi fa cura pastorale può entrarvi, può solamente provare empatia, cioè vibrare insieme, ma solo per contatto. Affinché una persona che ha sperimentato la morte possa essere ricondotta alla vita, è necessario che Dio stesso penetri in quella dimensione privata e solitaria del dolore e dell´infelicità chiamandola per nome, con quel nome che ci appartiene, che ci identifica e con cui veniamo chiamati alla vita.

Quando tutto perde senso, la vera vita emerge.

Smarrimento e guarigione (Giovanni 20, 1-10)

Pietro e il discepolo corrono al sepolcro. Questa corsa ha un valore esegetico fondamentale. Pietro e il discepolo amato rappresentano due approcci alla risurrezione: quello pratico e quello interiore. L´intuizione del discepolo amato arriva prima della scrupolosità di Pietro, ma inspiegabilmente non vuole vedere la realtà del sepolcro e lascia il passo all´altro. Pietro entra, vede, analizza, ma non sa interpretare; il discepolo amato, dopo la sua ricognizione, collega finalmente il vedere con il credere.

La comprensione della risurrezione dai morti consiste nella scoperta di essere vivi anche dopo che «tutto è finito», consiste nella sensazione di essere stati voluti ed amati, di essere «figli» di Dio nonostante tutto. Quanto più travagliato è stato il percorso che ci ha portato ad una riconciliazione della nostra frammentarietà, tanto più la risurrezione risulta chiaramente comprensibile.

Il perdono recupera ciò che è andato distrutto.

Trasfigurazione (Giovanni 20, 19-23)

Il venerdì santo ha insegnato ai discepoli quanto gli uomini possano essere pericolosi. Se ne stanno chiusi nella camera alta, impauriti e senza sapere cosa fare. Fede, speranza e fiducia in Dio sono sospese in un limbo. Come si fa a credere nella vita, quando il messaggio della vita è morto crocifisso?

In questo rifugio sicuro irrompe un nuovo messaggio e il Crocefisso si rende di nuovo vivente. Il messaggio che fa ricominciare la vita daccapo è: «Pace a voi!». Pace a voi è Shalom aleichem, un saluto, ma anche un perdono, una benedizione, impartiti a chi aveva abbandonato colpevolmente Gesù. Il messaggio del perdono rende di nuovo visibile, vivente e presente Gesù tra i discepoli. Il messaggio del perdono e della pace ricostruisce ciò che era andato distrutto e perso e quindi, questo messaggio è in grado (per una potenza che viene dallo Spirito, da Dio stesso) di ricucire, di risarcire, di ricostruire, di rialzare, ciò che era crollato, distrutto.

Gesù mostra le proprie ferite e i discepoli comprendono che si può vivere oltre la sofferenza, al di là del dolore. Proprio questo permette ai discepoli di capire il potere del perdono. A volte il male subito fa rapprendere tutte le sofferenze subite in una rabbia incontenibile. Ma la vista delle ferite trasfigurate di Gesù mostra la possibilità di non spaventarsi della vista del male e di tentare sempre la via della riconciliazione.

Che cosa cambia veramente in noi la fede nella resurrezione e nella vita eterna? La capacità di perdonarci e di perdonare tutto! Quando sorge la fede nell´eternità della vita possiamo sperimentare - nonostante tutte le nefandezze che vediamo commettere ogni giorno - la serenità che sorreggeva Gesù e riacquistare la capacità di amare. Quando sperimentiamo che il dolore può trasformarsi in gioia e la sofferenza in fiducia la nostra anima si allarga abbastanza per poterci perdonare tra di noi sotto lo sguardo benevolo di Dio.

Ma come si fa a convincere chi non ha visto la risurrezione?

Si arriva alla fiducia quando si può constatare a cosa è valso il proprio dolore.

Dallo scetticismo alla fiducia (Giovanni 20, 24-28)

Ci sono qui due elementi importanti. Da un lato, l´affermazione del diritto di Tommaso a non credere alle favole e la parallela non esclusione per questo dal gruppo dei discepoli. Tommaso può riconoscere Gesù e chiamarlo «Mio Signore e mio Dio!».

Dall´altro lato, c´è l´affermazione di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» che riporta il problema di Tommaso alla comunità dei credenti tutta. Oggi, dopo duemila anni, come la mettiamo? Come può una parola scritta e tramandata condurre dalla morte alla vita?

Il dolore è reale e visibile, la resurrezione di Gesù no, non a prima vista. La resurrezione di Gesù si trasforma in realtà visibile quando si arriva a conoscere come da una sofferenza possa sbocciare una nuova vita e come dalla morte di qualcosa di corruttibile possa risorgere qualcosa di incorruttibile. Ogni vera sofferenza tende ad escludere questa possibilità, tende a proporsi come una realtà definitiva ed anche solo il pensiero di una speranza appare come offensivo, un inganno che potrebbe riacutizzare il dolore. Solo chi ha sofferto personalmente (Cf. Il "guaritore ferito" di Henry Nouwen) può credibilmente dire ad un altro di aver tratto del bene da ciò che fino ad un attimo prima sembrava procurare rovina e morte.

(22 gennaio 2014)

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Giovedì 9 Aprile - Giovedì Santo
“Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso” (Salmo 111, 4)

Andiamo, andiamo a implorare il favore del Signore e a cercare il Signore degli eserciti! Anch’io voglio andare! (Zaccaria 8, 21)
Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi (Marco 14,26)

Ognuno di noi può venire, per avere la sua parte con te. Noi tutti qui riuniti, siamo stati tutti accolti, lieti e tristi, forti e deboli, tiepidi o vivi nella fede.
Detlev Block

Giovanni 13, 1-15; 34-35; I Corinzi 11, 17-34a; Marco15, 16-23


Il servizio vissuto nell’amore
commento a: Marco 14, 26
“Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi”

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono. Così termina, in Matteo ed in Marco, il racconto della cena pasquale che Gesù consuma con i suoi amici nel giorno che noi chiamiamo il giovedì santo. L’ultima Cena, quando Gesù accennò alla sua morte offrendo il pane e il vino come simboli del suo corpo e del suo sangue.
“La notte in cui fu tradito” esordisce l’apostolo Paolo nel racconto di quella cena.
Che inno cantarono a conclusione della prima parte di quella notte che si svolse nel chiuso di una casa di Gerusalemme?
È il salmo di lode, il 136, il cosiddetto grande Hallel (Hallelu-Ja = Lode a Dio) che chiudeva il banchetto pasquale. Nel salmo ogni versetto consta di una prima parte che celebra un grande intervento di Dio e di una seconda parte che dice: “perché la sua bontà dura in eterno”.
Avete notato che quella drammatica notte inizia e finisce in modo simbolicamente forte con una semplice e comune bacinella piena d’acqua?
All’inizio – racconta Giovanni – Gesù, prima della cena, prese una bacinella e lavò i piedi ai suoi discepoli. Invitandoli al servizio, alla responsabilità esercitata nell’amore. Il mattino seguente, alla fine di quella notte, Matteo racconta che Pilato si fece portare una bacinella per lavarsi pubblicamente le mani, dichiarando di non sentirsi responsabile nell’abbandonare un uomo innocente alla violenza e alla morte.
Due gesti di grande significato. Il Messia, il Signore, si spoglia di se stesso, prendendo forma di servo – come scriverà Paolo ai Filippesi – indicando che questa è la salvezza dell’umanità: la responsabilità del servizio vissuta nell’amore. Pilato, il rappresentante di Cesare, della massima autorità terrena, bada solo alla salvezza di sé e del proprio potere: per questo è disposto a calpestare la verità con la violenza.
Nel corso della storia la Chiesa e i cristiani hanno spesso scelto Pilato e non Gesù. Oggi diciamo che è un momento cruciale per il nostro pianeta e per la vita su di esso. Gesù e non Pilato ci insegnano come affrontarlo.

Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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