10 Aprile 2020
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Crisi della religione in Europa?

09-09-2018 10:14 - News
Negli ultimi decenni il processo di secolarizzazione in Europa è diventato sempre più marcato

Il processo di secolarizzazione, in Europa, si è tradotto ormai in leggi che hanno cambiato il volto di molti Paesi. Basta pensare all´Irlanda, un tempo annoverata tra i Paesi più cattolici e conservatori al mondo e oggi guidata da un Primo ministro di origini indiane e che ha sostenuto i diritti degli omosessuali, per capire quanto il processo sia avanzato.

Avanzata della secolarizzazione
La riflessione su un´Europa sempre più secolarizzata, in realtà, ha radici profonde: già alla fine del Settecento il poeta tedesco Novalis rimpiangeva "i bei tempi in cui l´Europa fu terra cristiana". In tempi più recenti, l´Unione europea si è interrogata sull´opportunità di inserire nella Costituzione un riferimento alle proprie radici giudaico-cristiane. A marzo del 2018 il quotidiano britannico The Guardian è arrivato addirittura a parlare della "nascita di un´Europa non cristiana" che si muove verso una dimensione post-cristiana.

Presenza della religione
Eppure, di religione si discute: la presenza dei leader religiosi nel discorso pubblico, soprattutto in Italia, è costante, le riflessioni sul ruolo dell´islam politico sono proposte con grande frequenza e l´ultima campagna elettorale italiana ha visto politici giurare addirittura sul Vangelo. Si tratta di questioni complesse e che richiedono risposte complesse.
Olivier Roy, docente presso lo European University Institute di Firenze e uno tra i più competenti esperti di secolarizzazione e islam, sostiene che "la secolarizzazione in Europa continua. Significa che per esempio il numero di persone che vanno nei seminari della chiesa cattolica diminuisce, così come il numero di persone che vanno regolarmente a messa".

Professor Roy, c´è qualcosa di cui essere preoccupati guardando al processo di secolarizzazione?
Direi che la cosa più grave è che abbiamo un´espansione dell´incultura religiosa, il fatto che i non praticanti non conoscano praticamente per nulla la religione. Pertanto c´è una crescita del divario tra praticanti e non praticanti, verso figure di "vagamente credenti".

La religione, oggi, in Europa, ha un problema o è un problema?
La religione, in generale, e in particolare la chiesa cattolica, ritiene di offrire una soluzione ai malesseri della nostra epoca. La religione propone una risposta al mix di edonismo e nichilismo che caratterizza la nostra società, e ritiene di poter offrire una concezione chiara della legge naturale su come dovrebbe funzionare una società basata sull´amore e sulla speranza. Ma le persone secolarizzate vedono nella religione un problema. Il più rilevante è con l´islam, ovvero la violenza terroristica, ma siamo anche di fronte a un´ostilità diffusa dell´opinione pubblica nei confronti della chiesa cattolica: pensiamo all´importanza di questioni come la pedofilia in Italia, nell´Europa del Nord o negli Stati Uniti. Perciò possiamo dire che su questioni come l´aborto, il matrimonio omosessuale, o lo spazio religioso nella sfera pubblica è in corso un divorzio tra quella che definirei la maggioranza del pubblico e le comunità di fede di qualunque confessione.

C´è una continuità tra la religione e la violenza? A suo parere esiste una vera connessione tra queste due dimensioni o siamo di fronte a un pregiudizio?
Questa è una questione rilevante per la grande maggioranza dell´opinione pubblica europea e per molti esperti. I semi della violenza si trovano dentro il Corano? La risposta della grande maggioranza dei musulmani è che no, non è vero, perché l´islam è una religione di pace e si è mal interpretato il Corano, che invece contiene un messaggio di pace da portare al mondo. È evidente che in seno all´islam la tensione è più forte. Personalmente credo però che quello di cercare la causa dei problemi di oggi nei testi sacri - dall´Antico e Nuovo Testamento al Corano -, sia un falso problema. Ciò che conta è che cosa i credenti fanno della religione, e la grande maggioranza dei credenti vive la propria religione come una religione di pace. Va anche detto che la politicizzazione e l´ideologizzazione della religione a fini politici e criminali non appartiene soltanto all´islam.

Negli ultimi anni abbiamo cominciato a ragionare in termini di scontro di civiltà tra cristianesimo e islam. Che ruolo gioca per davvero la religione in questa dinamica?
Quando si parla di scontro di civiltà si implica che non si tratti soltanto di religione, ma che ci siano due culture opposte, quella occidentale e quella mediorientale, entrambe fondate su una religione. Il problema però è che questo non è più vero: la cultura europea non è più cristiana e nel mondo islamico è in corso una crisi della cultura tradizionale islamica. La violenza religiosa nel mondo islamico proviene da una deculturazione dell´islam. La violenza nasce quando tra le seconde generazioni e i convertiti si verifica una rottura tra la tradizione dei genitori e la cultura del Paese. Direi che è un fenomeno visibile maggiormente nell´islam, ma lo ritroviamo anche tra le altre fedi.

Storicamente ragioniamo di religione da una prospettiva cristiano-centrica, ma in un mondo multilaterale potremmo aver bisogno di una prospettiva multiconfessionale. Crede che sia necessario pensare a un nuovo modo di affrontare le questioni religiose?
Credo che oggi le religioni non siano più il luogo della cultura tradizionale. È insieme una fortuna e una sfortuna. È una sfortuna perché la religione diventa incerta e non è più radicata nella tradizione, occorre cercarla. Ma è anche una fortuna perché le religioni giustamente hanno una vocazione universalista, non sono il luogo di una cultura in particolare. In questo periodo di globalizzazione è necessario che le religioni ritrovino la loro vocazione universale e universalista invece di identificarsi in gruppi etnici o nazionali, come invece fanno oggi i movimenti populisti. (intervista a cura di Marco Magnano, in "www.riforma.it"; adat. Paolo Tognina)


Fonte: Voceevangelica.ch

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Giovedì 9 Aprile - Giovedì Santo
“Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso” (Salmo 111, 4)

Andiamo, andiamo a implorare il favore del Signore e a cercare il Signore degli eserciti! Anch’io voglio andare! (Zaccaria 8, 21)
Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi (Marco 14,26)

Ognuno di noi può venire, per avere la sua parte con te. Noi tutti qui riuniti, siamo stati tutti accolti, lieti e tristi, forti e deboli, tiepidi o vivi nella fede.
Detlev Block

Giovanni 13, 1-15; 34-35; I Corinzi 11, 17-34a; Marco15, 16-23


Il servizio vissuto nell’amore
commento a: Marco 14, 26
“Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi”

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono. Così termina, in Matteo ed in Marco, il racconto della cena pasquale che Gesù consuma con i suoi amici nel giorno che noi chiamiamo il giovedì santo. L’ultima Cena, quando Gesù accennò alla sua morte offrendo il pane e il vino come simboli del suo corpo e del suo sangue.
“La notte in cui fu tradito” esordisce l’apostolo Paolo nel racconto di quella cena.
Che inno cantarono a conclusione della prima parte di quella notte che si svolse nel chiuso di una casa di Gerusalemme?
È il salmo di lode, il 136, il cosiddetto grande Hallel (Hallelu-Ja = Lode a Dio) che chiudeva il banchetto pasquale. Nel salmo ogni versetto consta di una prima parte che celebra un grande intervento di Dio e di una seconda parte che dice: “perché la sua bontà dura in eterno”.
Avete notato che quella drammatica notte inizia e finisce in modo simbolicamente forte con una semplice e comune bacinella piena d’acqua?
All’inizio – racconta Giovanni – Gesù, prima della cena, prese una bacinella e lavò i piedi ai suoi discepoli. Invitandoli al servizio, alla responsabilità esercitata nell’amore. Il mattino seguente, alla fine di quella notte, Matteo racconta che Pilato si fece portare una bacinella per lavarsi pubblicamente le mani, dichiarando di non sentirsi responsabile nell’abbandonare un uomo innocente alla violenza e alla morte.
Due gesti di grande significato. Il Messia, il Signore, si spoglia di se stesso, prendendo forma di servo – come scriverà Paolo ai Filippesi – indicando che questa è la salvezza dell’umanità: la responsabilità del servizio vissuta nell’amore. Pilato, il rappresentante di Cesare, della massima autorità terrena, bada solo alla salvezza di sé e del proprio potere: per questo è disposto a calpestare la verità con la violenza.
Nel corso della storia la Chiesa e i cristiani hanno spesso scelto Pilato e non Gesù. Oggi diciamo che è un momento cruciale per il nostro pianeta e per la vita su di esso. Gesù e non Pilato ci insegnano come affrontarlo.

Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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