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Codice a bare per il "caro estinto"?

30-11-2017 10:18 - News
Una riflessione di Marco Rostan ispirata da una notizia di costume

Se ne sentono e leggono di tutti i colori! L´ultima riguarda le tombe e il fatto che alcune ditte di "arte funeraria"abbiano pensato di produrre lastre di pietra tombali , oltre che con la foto dei morti e le date, anche con un codice riprodotto su una placchetta in ceramica (per chi se ne intende sia chiama codice Qr-bidimensionale ) sulla quale si potrà appoggiare lo smartphone e vedere e leggere la storia, la vita, gli aneddoti e le fotografie di famiglia del defunto: insomma tutto quello che è stato messo nel sito. Oramai, più o meno tutti conosciamo il codice a barre, stampato su tutti i prodotti che compriamo e che la cassiera legge. Quello si chiama codice a barre, questo delle tombe, visto il loro contenuto, lo potremmo chiamare codice a bare!

Al di là della battuta, si tratta dell´ennesima deleteria commistione fra mondo reale e mondo virtuale, di una nuova possibilità di infilarsi nella vita degli altri, (che fine fa la famosa privacy?), di un preoccupante delirio di onnipotenza ...
Da parte di alcuni terapeuti si sostiene che è una forma di elaborazione del lutto: certo quando si è storditi dal dolore, è più facile scrivere un post che incontrare fisicamente le persone. Sotto molti aspetti, la società post-moderna ha rimosso il tema della morte, tenendolo fuori dai discorsi, come i cimiteri erano in genere collocati fuori dalle città... ( i valdesi, nel medioevo, considerati eretici, venivano sepolti addirittura fuori dai cimiteri....)
La morte è stata per un lungo periodo sospinta fuori dall´esistenza, considerata la fine di tutto, espulsa dalla vita domestica, delegata agli ospedali e alle case per gli anziani...Ora sembra che si voglia negare la morte anche sulla lapide della tomba.
I valdesi non hanno (o non avevano) l´abitudine di recarsi al cimitero il 2 novembre, per gli italiani giorno della Commemorazione dei defunti; non celebrano messe per affrettare il passaggio delle anime dal Purgatorio al Paradiso, semplicemente perché il Purgatorio non esiste nella Bibbia ed è stato inventato dalla chiesa cattolica, così come le indulgenze. Ora,in effetti, anche molte famiglie valdesi hanno assorbito dall´ambiente le abitudini religiose e i pastori non parlano più di queste cose: anche qui vige la privacy ? Oppure, dato che ormai la vita è intrisa di virtuale, perchè questo non dovrebbe continuare anche dopo la morte? (tra poco, del resto, avremo a che fare con l´intelligenza artificiale ).

Tra espulsione della morte dalla vita quotidiana e suo inserimento nella rete, con il desiderio di sospingere il termine della vita sempre più avanti, la comunità cristiana dovrebbe pensare la morte come parte integrante della vita. Prolungare la vita a tutti i costi, magari con accanimenti terapeutici inutili e costosi, è del tutto insensato, come assurda è questa novità del Codice Qr sulla tomba. Non ha senso aumentare la cosiddetta speranza di vita, ha senso invece pensare la morte come un momento della vita, che segna il termine dell´esistenza su questa terra.
Come ben sanno quelli che operano nella diaconia presso gli asili per anziani, non si tratta di dare più giorni alla vita, ma più vita ai giorni, più relazioni con gli altri e non solo connessioni con lo smartphone sulle lapidi delle tombe...



Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
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A G O S T O
Versetto del mese
Signore, porgi l orecchio,e ascolta!
Signore, apri gli occhi e guarda!
(II Re 10,16)



Salmo della settimana: 14


Domenica 1° Agosto
A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà (Luca 12,48)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze (Deuteronomio 6,5)
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo (I Giovanni 4,19)


E’ possibile amare Dio con mezzo cuore? E’ possibile provare un sentimento con solo un pezzo di cuore? Si può immaginare che il cuore sia composito. Effettivamente la tradizione rabbinica dà un suggerimento per certi versi sconcertante: si deve amare Dio sia con l isinto del bene, sia con l istinto del male. Infatti nell’uomo vi è una natura doppia, nel profondo, che lo costringere perennemente a scegliere. Ora, se è chiaro che cosa vuol dire amare Dio con la componente positiva, bisogna capire che cosa significhi amare Dio con quella negativa. Suggerisco che io pratico una forma di amore verso Dio nel momento in cui domino l’istinto del male, indirizzando verso Dio la capacità di dominare la tendenza malvagia.
Benedetto Carucci Viterbi


Matteo 13, 44-46; Filippesi 3, 4b-14; Geremia 1, 4-10









Preghiera




Poiché le tue parole, mio Dio,
non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso,
un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicita,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.
Fa che come fiammelle nelle stoppie
corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia

Madeleine Delbrel

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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