21 Maggio 2018
le interviste

Claudio Pasquet: vivere la Riforma significa andare controcorrente

le interviste
22-07-2017 - Intervista a Claudio Pasquet
Il pastore valdese Claudio Pasquet è stato eletto nel Comitato esecutivo (CE) della Comunione mondiale delle chiese riformate (CMCR) dalla recente Assemblea generale dell´organismo mondiale tenutasi a Lipsia (Germania) dal 28 giugno all´8 luglio. Lo abbiamo intervistato

440 delegati di chiese provenienti dai 5 continenti per 10 giorni hanno tracciato gli indirizzi di lavoro della CMCR, partecipando anche a momenti solenni, come i culti svoltisi a Berlino, Lipsia e Wittenberg, o come l´adesione alla Dichiarazione congiunta luterano-cattolica sulla Dottrina della giustificazione per fede, nonché la ratifica di un documento d´intenti con la Federazione luterana mondiale (FLM) tesa ad una maggiore collaborazione tra i due organismi confessionali. Ma quali sono le priorità di lavoro dei riformati, presbiteriani, calvinisti e valdesi di tutto il mondo per i prossimi anni? E quale può essere l´apporto di una storica chiesa di minoranza del Sud europeo? Lo abbiamo chiesto al pastore Claudio Pasquet di ritorno a San Secondo, nel pinerolese, dove cura la locale comunità valdese.

Pastore Pasquet, qual è il messaggio centrale scaturito da quest´Assemblea?

E´ quello dell´urgenza di lottare per la giustizia sociale, economica ed ecologica a partire da una dimensione di fede. Il mondo sta correndo verso il baratro: tra sfruttamento delle risorse del pianeta e dei popoli, e la crescente disparità tra ricchi e poveri, le chiese riformate hanno riaffermato la necessità di rilanciare i temi della "Confessione di Accra" (licenziata 13 anni fa dall´Assemblea dell´allora Alleanza riformata mondiale (ARM), tenutasi nella capitale ghanese nel 2004. ndr). Un documento che non ha perso la sua validità, al contrario: è più attuale che mai! In questo quadro, un concetto che è emerso con forza dai documenti discussi a Lipsia è quello dell´empire, o "impero".

Cosa s´intende con questo concetto?

Si intende quell´insieme di idee che pensano che la cosa più importante sia il profitto a tutti i costi, non importa a scapito di chi o di cosa. Di fronte alla dilagante ideologia dello sfruttamento e dell´oppressione, i riformati dicono: nel ´500 siamo stati capaci di disubbidire alle strutture costituite, abbiamo remato contro, sfidando la staticità. Ecco, oggi è questo spirito che ci deve animare a cambiare lo status quo: dobbiamo essere capaci di dire dei "no", ed agire di conseguenza, a favore della giustizia che è precondizione per la pace. Legata a questo tema è la questione femminile, ampiamente dibattuta nel corso dell´Assemblea, a cominciare dall´ordinazione delle donne al ministero pastorale. E non è un caso se il Comitato esecutivo, composto da 22 persone provenienti dai cinque continenti, per la prima volta vede una maggioranza di donne.

Quali altre questioni hanno a che fare con il concetto dell´"impero"?

Anche i fenomeni migratori sono per così dire dei "sottoprodotti velenosi" dell´"impero": un fenomeno ritenuto dai riformati riuniti a Lipsia inarrestabile, che tocca il mondo intero. Basti pensare ai sudanesi che si riversano nel Sudafrica, ai messicani negli USA, alle migrazioni interne al continente africano, per non parlare di quelle dovute ai disastri ambientali: le zone subsahariane e le isole del Pacifico ne sanno qualcosa.

Quello del cambiamento climatico è un tema che incide direttamente anche sulle procedure di lavoro che ci siamo date come Comitato esecutivo della CMCR: non faremo più di una riunione de visu all´anno, aggiornandoci periodicamente usufruendo delle nuove tecnologie, e questo per un semplice motivo: spostarsi attraversando interi continenti inquina.

L´Assemblea ha anche votato un documento che condanna l´omofobia. Che ne è della lotta dei diritti delle persone omosessuali all´interno delle chiese e nella società?

A livello mondiale le questioni legate all´etica sessuale rimangono assai delicate. Un tema sul quale bisognerà continuare a lavorare. Quello che porto a casa da quest´esperienza è: essere riformati oggi significa cercare strade diverse rispetto a quelle dominanti, sia sul fronte dell´economia e della società, sia su quello della vita concreta di tutti i giorni. Senza mai dimenticare la dimensione di fede, l´invito è: fate scelte scomode e controcorrente.

Quale pensa possa essere il suo apporto nel Comitato esecutivo, in quanto esponente di una chiesa di minoranza, e in più del Sud europeo?

In realtà, il fatto di essere minoranza, è una caratteristica di tutti i riformati-presbiteriani. Siamo minoranza ovunque, anche se a livello mondiale la nostra diffusione è assai capillare. Basti dire che all´Assemblea le delegazioni coreane e indonesiane erano di tutto riguardo. Nelle società occidentali, poi, con l´avanzare della secolarizzazione, dove i protestanti erano maggioritari, ora non lo sono più. Essere minoranza è un fatto costitutivo dell´essere riformati. Quindi, la specificità dell´essere valdese in tale consesso, non è tanto quella dell´essere minoritari da sempre, quanto quella di essere capaci di fare ponte, e non di erigere muri, come abbiamo dimostrato in questi anni con la questione migratoria. Il mio impegno, anche nel Comitato esecutivo, sarà in primis quello di continuare a costruire ponti.


scritto da Gaelle Courtens

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UN GIORNO UNA PAROLA

SABATO 19 MAGGIO

Egli guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe (Salmo 147,3)

Gesù li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione (Luca 9,11)

Tu sei il pastore che porta le pecore deboli, portami nelle nelle tue braccia. Tu sei il medico che si prende cura dei malati, vieni a me nella tua misericordia. Io sono in verità debole e malato; vieni a me, porgimi la tua bevanda di vita, donami ristoro con la tua benedizione.

Joachim Neander

Giovanni 16,5-15; Ebrei 9,16-28

PREGHIERA

Il Cristo vivente è con noi e con
tutta l’umanità,
tutti i giorni fino alla fine dell’età
presente.
Camminiamo in pace, nella
forza della fede, nella solidarietà
dell’amore e nella gioia della
speranza, e la pace di Dio ci
custodisca, ora e sempre. Amen.

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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