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Chiamare ed essere chiamati

31-05-2016 09:25 - Ecumenismo
Conclusa la 3 giorni di Consultazione metodista a Ecumene. La diacona Alessandra Trotta verso la fine del settennato di presidenza Opcemi

Dal 27 al 29 maggio si è tenuta presso il centro di Ecumene a Velletri la Consultazione, l´annuale raduno della componente metodista dell´Unione delle chiese metodiste e valdesi. Vi hanno partecipato oltre un centinaio di persone da tutta Italia: pastori metodisti, pastori valdesi che curano chiese metodiste e membri di chiese metodiste. È stata anche l´occasione che salutare e ringraziare la diacona Alessandra Trotta, che in agosto col prossimo Sinodo porterà a termine il suo settennato quale presidente del Comitato permanente dell´Opcemi. Insieme a lei, anche il fratello Raul Matta non sarà più rieleggibile.

Pertanto, tra i temi proposti alla discussione, quest´anno si è parlato anche della successione negli incarichi di responsabilità della chiesa, chiamandoli, però, col nome giusto: vocazione.

Spesso accade, infatti, che ci si dimentichi del senso teologico di un incarico ecclesiastico. Il motivo è che, non essendo una setta — cioè, separati dal mondo — usiamo dei nomi "secolari" per tali ruoli, come il presidente, il moderatore, il membro dell´esecutivo e così via. Essere "nel mondo ma non del mondo" (Giovanni 17,16) significa non dimenticare mai a chi si appartiene e secondo quale paradigma bisogna muoversi. Nel caso di nomine, il paradigma deve essere quello della vocazione.

La vocazione implica la responsabilità non solo del vocato, ma anche quella del "vocante". In altre parole, chi chiama è corresponsabile dell´operato di chi è chiamato. Questo è un paradigma che ogni cristiano dovrebbe avere anche quando chiede a un fratello o una sorella di ricoprire un piccolo ruolo in un comitato o in una commissione.

Con questo a mente, il dibattito sulla successione di Alessandra Trotta e Raul Matta si è svolto nella massima franchezza e serenità — di solito, o hai l´una o l´altra! — e i partecipanti alla Consultazione metodista, su proposta del Comitato permanente, hanno scelto di sostenere al Sinodo la candidatura della pastora Mirella Manocchio e del fratello Samuele Carrari.

Tra gli altri temi trattati è emersa la missione delle chiese locali, impegnate sia sul progetto "Essere chiesa insieme", ovvero su come costruire una realtà ecclesiale insieme alle sorelle e ai fratelli immigrati, sia sull´accoglienza diaconale dei rifugiati sia nel mutato clima ecumenico, che apre scenari rispetto a quello che è stata la presenza protestante in Italia dall´unità ad oggi.

Dopo anni in cui si parlava di declino delle chiese, a causa del decremento demografico del paese e di una difficoltà a farsi conoscere come possibile opzione religiosa, finalmente registriamo un´inversione di tendenza in diverse realtà locali. L´afflusso di nuovi fratelli e sorelle impone la riscoperta del significato di essere chiesa. Invero, questo andrebbe sempre fatto, anche in assenza di nuovi membri, perché non può mai essere dato per scontato. Ad ogni modo, abbiamo ascoltato diverse esperienze, tra cui molto interessante è risultato il lavoro della chiesa di Bologna, dove a partire dalla tradizione metodista del lavoro in cellule o gruppi, i fratelli e le sorelle rafforzano la dimensione comunitaria della chiesa.

La Consultazione è stata un momento bello e intenso di fraternità. La speranza è che una forte componente metodista possa rafforzare ancora di più l´Unione delle chiese metodiste e valdesi, in vista dell´importante missione di annunciare Cristo per tutti e tutte, nel contesto dove il Signore ci ha chiamato a operare.

Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Giovedì 9 Aprile - Giovedì Santo
“Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso” (Salmo 111, 4)

Andiamo, andiamo a implorare il favore del Signore e a cercare il Signore degli eserciti! Anch’io voglio andare! (Zaccaria 8, 21)
Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi (Marco 14,26)

Ognuno di noi può venire, per avere la sua parte con te. Noi tutti qui riuniti, siamo stati tutti accolti, lieti e tristi, forti e deboli, tiepidi o vivi nella fede.
Detlev Block

Giovanni 13, 1-15; 34-35; I Corinzi 11, 17-34a; Marco15, 16-23


Il servizio vissuto nell’amore
commento a: Marco 14, 26
“Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi”

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono. Così termina, in Matteo ed in Marco, il racconto della cena pasquale che Gesù consuma con i suoi amici nel giorno che noi chiamiamo il giovedì santo. L’ultima Cena, quando Gesù accennò alla sua morte offrendo il pane e il vino come simboli del suo corpo e del suo sangue.
“La notte in cui fu tradito” esordisce l’apostolo Paolo nel racconto di quella cena.
Che inno cantarono a conclusione della prima parte di quella notte che si svolse nel chiuso di una casa di Gerusalemme?
È il salmo di lode, il 136, il cosiddetto grande Hallel (Hallelu-Ja = Lode a Dio) che chiudeva il banchetto pasquale. Nel salmo ogni versetto consta di una prima parte che celebra un grande intervento di Dio e di una seconda parte che dice: “perché la sua bontà dura in eterno”.
Avete notato che quella drammatica notte inizia e finisce in modo simbolicamente forte con una semplice e comune bacinella piena d’acqua?
All’inizio – racconta Giovanni – Gesù, prima della cena, prese una bacinella e lavò i piedi ai suoi discepoli. Invitandoli al servizio, alla responsabilità esercitata nell’amore. Il mattino seguente, alla fine di quella notte, Matteo racconta che Pilato si fece portare una bacinella per lavarsi pubblicamente le mani, dichiarando di non sentirsi responsabile nell’abbandonare un uomo innocente alla violenza e alla morte.
Due gesti di grande significato. Il Messia, il Signore, si spoglia di se stesso, prendendo forma di servo – come scriverà Paolo ai Filippesi – indicando che questa è la salvezza dell’umanità: la responsabilità del servizio vissuta nell’amore. Pilato, il rappresentante di Cesare, della massima autorità terrena, bada solo alla salvezza di sé e del proprio potere: per questo è disposto a calpestare la verità con la violenza.
Nel corso della storia la Chiesa e i cristiani hanno spesso scelto Pilato e non Gesù. Oggi diciamo che è un momento cruciale per il nostro pianeta e per la vita su di esso. Gesù e non Pilato ci insegnano come affrontarlo.

Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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