03 Luglio 2020
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Chiamare ed essere chiamati

31-05-2016 09:25 - Ecumenismo
Conclusa la 3 giorni di Consultazione metodista a Ecumene. La diacona Alessandra Trotta verso la fine del settennato di presidenza Opcemi

Dal 27 al 29 maggio si è tenuta presso il centro di Ecumene a Velletri la Consultazione, l´annuale raduno della componente metodista dell´Unione delle chiese metodiste e valdesi. Vi hanno partecipato oltre un centinaio di persone da tutta Italia: pastori metodisti, pastori valdesi che curano chiese metodiste e membri di chiese metodiste. È stata anche l´occasione che salutare e ringraziare la diacona Alessandra Trotta, che in agosto col prossimo Sinodo porterà a termine il suo settennato quale presidente del Comitato permanente dell´Opcemi. Insieme a lei, anche il fratello Raul Matta non sarà più rieleggibile.

Pertanto, tra i temi proposti alla discussione, quest´anno si è parlato anche della successione negli incarichi di responsabilità della chiesa, chiamandoli, però, col nome giusto: vocazione.

Spesso accade, infatti, che ci si dimentichi del senso teologico di un incarico ecclesiastico. Il motivo è che, non essendo una setta — cioè, separati dal mondo — usiamo dei nomi "secolari" per tali ruoli, come il presidente, il moderatore, il membro dell´esecutivo e così via. Essere "nel mondo ma non del mondo" (Giovanni 17,16) significa non dimenticare mai a chi si appartiene e secondo quale paradigma bisogna muoversi. Nel caso di nomine, il paradigma deve essere quello della vocazione.

La vocazione implica la responsabilità non solo del vocato, ma anche quella del "vocante". In altre parole, chi chiama è corresponsabile dell´operato di chi è chiamato. Questo è un paradigma che ogni cristiano dovrebbe avere anche quando chiede a un fratello o una sorella di ricoprire un piccolo ruolo in un comitato o in una commissione.

Con questo a mente, il dibattito sulla successione di Alessandra Trotta e Raul Matta si è svolto nella massima franchezza e serenità — di solito, o hai l´una o l´altra! — e i partecipanti alla Consultazione metodista, su proposta del Comitato permanente, hanno scelto di sostenere al Sinodo la candidatura della pastora Mirella Manocchio e del fratello Samuele Carrari.

Tra gli altri temi trattati è emersa la missione delle chiese locali, impegnate sia sul progetto "Essere chiesa insieme", ovvero su come costruire una realtà ecclesiale insieme alle sorelle e ai fratelli immigrati, sia sull´accoglienza diaconale dei rifugiati sia nel mutato clima ecumenico, che apre scenari rispetto a quello che è stata la presenza protestante in Italia dall´unità ad oggi.

Dopo anni in cui si parlava di declino delle chiese, a causa del decremento demografico del paese e di una difficoltà a farsi conoscere come possibile opzione religiosa, finalmente registriamo un´inversione di tendenza in diverse realtà locali. L´afflusso di nuovi fratelli e sorelle impone la riscoperta del significato di essere chiesa. Invero, questo andrebbe sempre fatto, anche in assenza di nuovi membri, perché non può mai essere dato per scontato. Ad ogni modo, abbiamo ascoltato diverse esperienze, tra cui molto interessante è risultato il lavoro della chiesa di Bologna, dove a partire dalla tradizione metodista del lavoro in cellule o gruppi, i fratelli e le sorelle rafforzano la dimensione comunitaria della chiesa.

La Consultazione è stata un momento bello e intenso di fraternità. La speranza è che una forte componente metodista possa rafforzare ancora di più l´Unione delle chiese metodiste e valdesi, in vista dell´importante missione di annunciare Cristo per tutti e tutte, nel contesto dove il Signore ci ha chiamato a operare.

Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

2020

L U G L I O
Versetto del mese:
L’angelo del Signore tornò una seconda volta,
toccò Elia, e disse:
«Alzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te»
(I Re 19, 7)



Salmo della settimana : 106, 1-23

Venerdì 3 Luglio

Le tue mani mi hanno fatto e formato; dammi intelligenza e imparerò i tuoi comandamenti (Salmo 119, 73)
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri (I Giovanni 3,23)

Si può comandare di credere? Si può comandare di amare? A viste umane, la risposta è no a entrambe le domande. Nel primo caso, la fede deve essere una libera adesione a una parola che ci interpella e vogliamo con forza rivendicare la nostra possibilità di scelta, soprattutto quella di sottrarci e di dire no, la risposta che ci fa sentire autonomi e maggiorenni. Nel secondo caso, riteniamo forse ancora più assurdo ordinare di provare un sentimento, l’amore, il più alto dei sentimenti, che secondo noi sfugge addirittura al controllo della nostra razionalità, come il bambino capriccioso, Cupido, con cui lo rappresentavano gli antichi. Eppure la parola di Dio ci smentisce clamorosamente, riproponendoci sia il comandamento della fede in Cristo Gesù, sia il comandamento dell’amore per il prossimo. Quando Cristo Gesù ci afferra totalmente, saremo obbligati a divenire suoi schiavi, come successe fra tanti a Paolo di Tarso, servi suoi, privati del loro libero arbitrio, persone che non potranno non pregare quotidianamente «sia fatta la Tua volontà». E anche se il prossimo, magari ostile, o ributtante, antipatico, spregevole, odioso ci apparirà tutto meno che amabile, al nostro agire si imporrà perentorio l’ordine di amarlo, e non tanto a parole, ma a fatti, sull’esempio di Colui che fu capace di amare chi lo inchiodò sulla croce del Golgota.

Galati 3, 6-14; I Re 13, 1-10




Preghiera


Signore,
nella nostra stanchezza poni su di
noi la tua mano che ridona vigore;
Fa’ soffiare il tuo Spirito che dona
vita nuova.
Non lasciare che la nostra
Esistenza si spezzi in mille
Frammenti e disperda il suo senso
In mille incombenze quotidiane.
Donaci di udire ogni giorno
di nuovo la tua chiamata a
seguire i tuoi passi sul cammino
della nostra esistenza e donaci
di saperci rispondere con fede,
speranza e amore.
Con te, Signore, c’è sempre una
parola nuova da imparare,
nuova speranza in cui
porre fiducia. La nostra vita
sia un grazie a te, un canto di
riconoscenza per la tua grazia, il
tuo perdono la tua salvezza. Nel
nome di Gesù. Amen




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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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