26 Novembre 2020
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Cattolici ed evangelici in confronto a Trento alla vigilia del giubileo della Riforma

21-11-2016 11:43 - Ecumenismo
di Fulvio Ferrario, Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

convegno a trento sui 500 anni della riforma protestante
Si è svolto a Trento, dal 16 al 18 novembre, un convegno dal titolo: Cattolici e Protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull´oggi e sul domani, organizzato dall´Ufficio per l´ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (FCEI).

Molti, ed evidenti, gli aspetti simbolici: la città del Concilio «antiprotestante», il quinto centenario della Riforma, la vicinanza cronologica e non solo con Lund. Le persone interessate potranno facilmente trovare, sulla stampa cattolica, evangelica e in rete, alcuni riassunti degli interventi e delle liturgie, uniti a interviste ad alcuni dei presenti. In questa sede, credo sia utile offrire una valutazione d´insieme.

In primo luogo, il Convegno rappresenta il primo frutto dell´energica ripresa del dialogo tra le chiese della FCEI e la Conferenza Episcopale Italiana. Il «nuovo clima» determinato da Francesco ha favorito una serie di contatti, fortemente incentivati dagli esecutivi delle nostre chiese e dai due vescovi che si sono succeduti nella presidenza dell´Ufficio ecumenico della CEI, Bruno Forte e Ambrogio Spreafico (quest´ultimo, molti anni fa, aveva insegnato ebraico alla Facoltà valdese di teologia...). La passione, l´intelligenza e l´efficienza di don Cristiano Bettega, a capo del braccio esecutivo dell´Ufficio, hanno poi snellito le procedure e scandito il ritmo dei lavori, nei mesi scorsi e poi a Trento. I dialoghi ecumenici hanno sempre bisogno di qualcuno che fornisca al lavoro «politico» e a quello teologico un supplemento di freschezza umana, unito al rigore nei tempi e nei metodi: Cristiano Bettega e il suo staff dispongono, per questo, di un vero carisma.

Il clima, a Trento, è stato eccellente. Non è una novità. Volendo essere disincantati al massimo, si può aggiungere che un´assise che non deve prendere decisioni operative né stendere documenti favorisce la serenità dello scambio: ci sarà tempo per scontrarsi, quando alcuni nodi verranno al pettine. Ma l´ecumenismo ha sempre vissuto anche di amicizie personali: senza fiducia, non si può lavorare in questo campo.

Sono stati toccati anche nodi delicati. Uno, almeno, è stato realmente tematizzato, quello della condivisione della cena del Signore. Il Moderatore Bernardini ha affermato che «le comunità ce lo chiedono» e diversi altri interventi, non tutti da parte evangelica, hanno ribadito il punto. Se è realmente così, sarà ora di vedere che cosa si può fare. A me non pare che ci siano forze oscure e invincibili che si oppongano al legittimo desiderio di comunione dei cristiani. Ci sono, invece, decisioni politico-ecclesiastiche abbastanza chiare e conosciute. Se si possono mettere in discussione, bene; se no, lo si dica, lo si motivi (se è necessario: molto è stato già detto, per la verità) e ognuno si assuma le proprie responsabilità. Chi scrive non è tra coloro che hanno sottolineato questo aspetto: non perché non lo ritenga importante, ma perché mi appare chiaro che il dialogo abbia già chiarito quanto andava chiarito e ora si tratti «solo» di volontà politica e che le chiese evangeliche abbiano da decenni dichiarato la loro.

Credo sia indubbio che il giubileo della Riforma soffi nelle vele di questo confronto. E´ importante utilizzare questo momento favorevole (che non durerà molto) per costruire strumenti di dialogo in grado di durare nel tempo e di resistere al logoramento di questo tipo di percorsi.

Contemporaneamente, credo sia necessario un serio lavoro interno alle nostre chiese. Il cambiamento introdotto da uno stile ecumenico nel nostro modo di essere in Italia, infatti, non è affatto ovvio. Non credo si possa seriamente contestare che atteggiamenti di contrapposizione abbiano fortemente contribuito a delineare l´identità evangelica in Italia. Non è una confessione di colpa, bensì, alla luce della storia, una constatazione del tutto ovvia. Ora, però, molto è cambiato, o almeno sembra stia cambiando. Che cosa significa, per noi, essere una chiesa «altra» (e non semplicemente un´altra chiesa: su questo non cambiamo idea) in un contesto ecumenico? Com´è possibile vivere la specificità e la compattezza richieste a una piccola minoranza, senza spenderle sul terreno di un tipo di polemica che in questo momento è messo in mora dalla realtà?

E´ facile, e anche sacrosanto, rispondere che una chiesa è interessante e anche attraente per nuovi potenziali membri nella misura in cui cerca di essere cristiana e non in quanto polemizza. E´ altrettanto chiaro, però, che con ciò il cammino non è certo giunto alla meta, bensì inizia.


UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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