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Carcere: non è l´unica risposta che può dare la società

19-07-2018 08:14 - News
Fra sovraffollamento e rischio suicidi, stenta a farsi strada una cultura delle misure alternative

Tra le poche certezze della complicata vicenda delle carceri italiane, oltre al sovraffollamento (58.759 detenuti al 30 giugno 2018 con una capienza ufficiale di 50.632) c´è l´effetto positivo sul calo della recidiva da parte delle misure alternative al carcere. Come riportava Il Dubbio il 16 marzo scorso «dalle statistiche emerge che per chi espia la pena in carcere vi è recidiva nel 60,4% dei casi, mentre per coloro che hanno fruito di misure alternative alla detenzione il tasso di recidiva è del 19%, ridotto all´l% per quelli che sono stati inseriti nel circuito produttivo». Dati che non lasciano dubbi, così come quelli riportati nel Rapporto 2017 sulle condizioni di detenzione realizzato dall´associazione «Antigone»: la percentuale di revoca delle misure alternative è piuttosto bassa (il 5,92%) «soprattutto se consideriamo le revoche per commissione di nuovi reati». Oltretutto, di fronte alla singolare tendenza degli ultimi anni di un calo dei reati a fronte di un aumento dei detenuti appare evidente che, come scrive Andrea Oleandri (nel Rapporto di Antigone 2018) «la crescita del carcere non corrisponde all´andamento della criminalità, ma piuttosto al clima culturale e politico».

Il punto, però, è che i fautori di questo «clima culturale e politico» sono andati alla guida del Paese e la visione che il governo «giallo/verde» propone è molto «carcero-centrica». Fino dal «Contratto per il governo del cambiamento», infatti si risponde al problema del sovraffollamento con «un piano per l´edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l´ampliamento e ammodernamento delle attuali». Concetti ribaditi dal nuovo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, in un´intervista al Corriere della Sera (18 giugno 2018) prima ribadisce la centralità del principio costituzionale del reinserimento del condannato e poi aggiunge: «Non mi interessa diminuire il numero dei detenuti, ma garantire loro il rispetto della dignità anche in carcere».

Sul rispetto e la dignità siamo tutti d´accordo, tuttavia l´idea di risolvere il problema delle carceri costruendone di nuove, quindi aumentando la capienza penitenziaria invece di diminuire i detenuti in cella attraverso misure alternative (della cui indubbia efficacia sociale e in termini di sicurezza abbiamo già detto), rischia di essere un vasto programma« di improbabile realizzazione. Prima di tutto verrebbe a costare molto e un governo già alle prese con la non facile reperibilità di coperture finanziarie difficilmente porrà questa tra le sue priorità. In secondo luogo si tratta di un´operazione in tempi lunghi, e intanto la situazione nelle carceri italiane è sempre più drammatica: nel 2017 i suicidi sono stati 52, mentre i tentativi sono stati 1135. Nel 2018 i suicidi in carcere hanno già superato quota 20. Sulla necessità di ristrutturare molte carceri italiane fatiscenti non ci sono dubbi, sul fatto che una grande operazione di edilizia penitenziaria sia la risposta principale alla crisi del sistema le perplessità non mancano.

D´altronde, il precedente governo e la relativa maggioranza non è che abbiano da andare molto fieri: dopo aver messo in piedi una coraggiosa riforma penitenziaria attraverso un percorso condiviso da tutte le componenti del settore giustizia, andando proprio verso il rafforzamento delle misure alternative, non hanno avuto il coraggio e la forza di approvarla entro la fine della legislatura.

Peccato, un´occasione persa e una delusione nelle carceri dove 10.000 detenuti hanno appoggiato il Satyagraha di Rita Bernardini (del Partito radicale transnazionale) con digiuno, sciopero della spesa e rifiuto del carrello per sollecitare l´approvazione della riforma. Un´iniziativa ignorata dai media mentre «se 10 detenuti devastassero il reparto di un carcere, finirebbero su tutti i tg e giornali», come osservava amaramente Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del 21 febbraio 2018. Il dialogo e la nonviolenza, però, restano le uniche strade percorribili, partendo dal rispetto delle regole e delle persone. «In Italia e in Europa - dice Bernardini - è urgentissimo iniziare di nuovo dall´ABC delle regole sui diritti inviolabili imposte dalla nostra Costituzione, dalla Convenzione europea e dalla Dichiarazione Onu sui diritti della persona».

di Roberto Davide Papini


Fonte: Riforma.it

UN GIORNO UNA PAROLA

A P R I L E
Versetto del mese:
“Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile”
I Corinzi 15, 42



Salmo della Settimana: 88

Giovedì 9 Aprile - Giovedì Santo
“Ha lasciato il ricordo dei suoi prodigi; il Signore è pietoso e misericordioso” (Salmo 111, 4)

Andiamo, andiamo a implorare il favore del Signore e a cercare il Signore degli eserciti! Anch’io voglio andare! (Zaccaria 8, 21)
Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi (Marco 14,26)

Ognuno di noi può venire, per avere la sua parte con te. Noi tutti qui riuniti, siamo stati tutti accolti, lieti e tristi, forti e deboli, tiepidi o vivi nella fede.
Detlev Block

Giovanni 13, 1-15; 34-35; I Corinzi 11, 17-34a; Marco15, 16-23


Il servizio vissuto nell’amore
commento a: Marco 14, 26
“Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi”

Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono. Così termina, in Matteo ed in Marco, il racconto della cena pasquale che Gesù consuma con i suoi amici nel giorno che noi chiamiamo il giovedì santo. L’ultima Cena, quando Gesù accennò alla sua morte offrendo il pane e il vino come simboli del suo corpo e del suo sangue.
“La notte in cui fu tradito” esordisce l’apostolo Paolo nel racconto di quella cena.
Che inno cantarono a conclusione della prima parte di quella notte che si svolse nel chiuso di una casa di Gerusalemme?
È il salmo di lode, il 136, il cosiddetto grande Hallel (Hallelu-Ja = Lode a Dio) che chiudeva il banchetto pasquale. Nel salmo ogni versetto consta di una prima parte che celebra un grande intervento di Dio e di una seconda parte che dice: “perché la sua bontà dura in eterno”.
Avete notato che quella drammatica notte inizia e finisce in modo simbolicamente forte con una semplice e comune bacinella piena d’acqua?
All’inizio – racconta Giovanni – Gesù, prima della cena, prese una bacinella e lavò i piedi ai suoi discepoli. Invitandoli al servizio, alla responsabilità esercitata nell’amore. Il mattino seguente, alla fine di quella notte, Matteo racconta che Pilato si fece portare una bacinella per lavarsi pubblicamente le mani, dichiarando di non sentirsi responsabile nell’abbandonare un uomo innocente alla violenza e alla morte.
Due gesti di grande significato. Il Messia, il Signore, si spoglia di se stesso, prendendo forma di servo – come scriverà Paolo ai Filippesi – indicando che questa è la salvezza dell’umanità: la responsabilità del servizio vissuta nell’amore. Pilato, il rappresentante di Cesare, della massima autorità terrena, bada solo alla salvezza di sé e del proprio potere: per questo è disposto a calpestare la verità con la violenza.
Nel corso della storia la Chiesa e i cristiani hanno spesso scelto Pilato e non Gesù. Oggi diciamo che è un momento cruciale per il nostro pianeta e per la vita su di esso. Gesù e non Pilato ci insegnano come affrontarlo.

Emmanuele Paschetto


Preghiera


Padre, fonte amoroso della vita e della speranza,
ti preghiamo per ogni fratello che geme e piange,
per quanti non riusciamo a confortare;
dona a tutta la gente che soffre, al tuo popolo di miseri e di poveri,
forza nella tribolazione e fiducia nei giorni dell’angoscia.
Concedi a loro e a tutti noi, rinvigoriti dalla tua parola di speranza,
di giungere all’alba della gioia e della resurrezione.

Ravasi



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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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