24 Novembre 2020
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Calvino tradotto in arabo per la prima volta

09-01-2018 14:00 - News
Presentata a Beirut la versione dell´«Istituzione della religione cristiana»

La maggior parte degli scritti teologici che hanno modellato la società occidentale negli ultimi 500 anni è assente negli scaffali delle biblioteche del Medio Oriente. Pochi arabi hanno letto testi di Giovanni Calvino, Jonathan Edwards o Karl Barth. La ragione è semplice: quasi nessuno di questi libri è stato tradotto in arabo. La carenza di testi religiosi cristiani tradotti nella quarta lingua più parlata al mondo riguarda soprattutto il protestantesimo, che si è sviluppato nelle lingue europee come il latino, il francese, il tedesco e l´inglese. A colmare questo vuoto ha pensato quasi un decennio fa George Sabra, presidente della Near East School of Theology (Nest) a Beirut, che ha deciso di tradurre per la prima volta in arabo quello che è considerato uno dei più importanti trattati di teologia protestante del XVI secolo: l´Istituzione della religione cristiana di Giovanni Calvino. «È un´opera importante della Riforma, che ha modellato il protestantesimo europeo e americano e le sue società per secoli e, in un certo senso, è ancora attuale», ha detto Sabra riferendosi al testo di teologia sistematica del riformatore francese. «Gli effetti di questo testo – l´intera influenza calvinista sulla società e nella chiesa – sono ancora vivi, anche se la gente non lo riconosce». Nel 2008, Sabra illustrò la sua idea all´allora presidente del Nest, Mary Mikhael, che, oltre ad accogliere con entusiasmo la proposta, collaborò a raccogliere fondi. Il processo per trovare un traduttore e per garantire coerenza al manoscritto ha determinato ritardi, ma meno di un decennio dopo, giusto in tempo per il 500° anniversario della Riforma, il sogno di Sabra è diventato realtà. Lo scorso novembre la Scuola di teologia del Vicino Oriente, in occasione delle celebrazioni del suo 85° anniversario, ha presentato la prima versione in arabo dell´Istituzione della religione cristiana di Calvino, che rappresenta un lavoro importante per la biblioteca araba e per le Chiese evangeliche in Medio Oriente. Il lavoro è stato tradotto in arabo dall´inglese (edizione McNeill) dai pastori: Adib Awad, Walid Harmoush e Victor Makari. La revisione della lingua araba è stata a cura del dr. Souhel Sleiman. L´editore è George Sabra, mentre il lavoro di traduzione è stato finanziato fin dall´inizio dalla Fondation pour l´aide au protestantisme réformé (Fap) in Francia e dall´organizzazione missionaria olandese Gzb.

di Marta D´Auria


Fonte: Riforma.it
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126


Martedì 24 Novembre

Tutte le estremità della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio (Salmo 98,3)
Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere? (Marco 4,21)

Quando calano i raggi del sole, per portare luce a paesi lontani, là viene annunciata la tua misericordia, e la lode a te risuona mille volte. Perché, come la mattina va senza sosta per la terra a portare luce, così una preghiera ininterrotta in molteplici forme si schiude e risplende.
Raymund Weber



I Pietro, 13-21: II Pietro 2, 12-22


Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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